Leggiamo strano: il New weird secondo Gianluca Didino

Gli alieni non impressionano più nessuno ormai, almeno dai tempi del tenero pupazzo E.T. Anche il genere horror mostra la corda, nell’immaginario collettivo. Il fantastico invece vola come non mai, e si porta dietro il fantasy: dai libri al cinema per finire con le serie tv. Negli ultimi anni, proprio nell’ambito di questo genere che potremmo definire ‘letteratura fantastica’ (se non fosse un nome talmente ampio da ricomprendere quasi tutto), è nata in America una innovativa corrente che si è auto-definita New Weird, nuovo strano: mescola stilemi dei vari generi, servendosi dell’inquietante, del soprannaturale, del fantascientifico, ma senza mai far capire bene in che ambito ci si trova; ed è questo a renderla così strana e affascinante. Il suo esponente di punta è senz’altro Jeff VanderMeer, che l’anno scorso ha sbancato con la Trilogia dell’Area X (uscita in Italia nientemeno che per Einaudi). Per capirne un po’ di più, ne abbiamo parlato con Gianluca Didino, giovane critico culturale (nonché cervello in fuga: fa il bibliotecario a Londra) e grande esperto di fiction a cavallo tra i generi, come dimostrano i suoi lavori: una monografia sulla vincitrice del Pulitzer Jennifer Egan, ma soprattutto molteplici interventi sempre lucidi e approfonditi sulle migliori riviste italiane, a proposito di cose tra il possibile e l’impossibile.

New Weird: come lo definiamo, di cosa si tratta? Una corrente a metà tra horror, science fiction e fantastico? Si può definire davvero un genere innovativo? E soprattutto, esiste veramente o è un’invenzione di VanDerMeer per darsi un tono?

(continua su Audi Innovative)


Sette ipotesi per scrivere una recensione a “Terra ignota” di Vanni Santoni

terra ignota

Ipotesi 1. Non recensirlo affatto. D’altra parte il fantasy, come tutta la letteratura che una volta si chiamava “di genere”, non è materia mia. Cioè, mi piace l’idea, sono contento che esista, ecco: ma non l’ho mai frequentata tanto da potermi definire non dico recensore esperto, ma anche semplice aficionado. Quindi, non fa niente che Santoni il suo libro me l’ha mandato a casa, anzi che l’ho espressamente autorizzato a farlo, così accettando di leggerlo: difatti l’ho letto, non vengo mica meno a una promessa.

Ipotesi 2. D’altra parte, però, devo dire che senza dubbio mi è piaciuto. L’ho letto in fretta – quindi è scritto bene – e da metà in avanti addirittura l’ho divorato: segno che funziona, perché è questo lo scopo a cui mira un libro del genere, no? E poi Vanni è mio amico, da piccoli giocavamo insieme a Dungeons & Dragons (non è vero, ma avremmo potuto). Quindi, potrei fare una recensione purchessia, un pezzo come viene viene.

Ipotesi 3. Un pezzo come viene viene non esiste: una recensione ha sempre un taglio, è come quella storia della scelta, che anche non scegliere è una scelta. Per cui, scrivere una recensione normale. D’altra parte, di un libro normale si tratta, mica di un enhanced book interattivo o di un’app per tablet dove la vicenda si modella sulle scelte del lettore: è un bel librone di quattrocento e passa pagine, fatte di carta, con la copertina rigida e tutto. Raccontare sommariamente l’autore (1978, Personaggi precari – libro e progetto – Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, Scrittura industriale collettiva – progetto e coordinamento di In territorio nemico), la voglia di cimentarsi con cose nuove e il vezzo di firmarsi HG, l’ambientazione (un mondo tutto inventato: geografia, scrittura, leggi, intrighi di corte, magia), la trama (ragazzina incredibilmente forte parte da remota isola ad estremità impero per cercare sua migliore amica e vendicarsi nientedimeno che su potentissimo generale).

Ipotesi 4. Cercare un’alternativa: pezzo normale troppo ovvio, a chi potrebbe interessare? Non agli appassionati, né a quelli che leggono Roth; non all’autore, né forse a me stesso. Idea: andare a pescare (ma come?) un ragazzo, uno con 20-25 anni meno di me, di quelli che sarebbero davvero in target rispetto al prodotto – d’altra parte nelle prime pagine il sito indicato è lo specifico YA ragazzimondadori.it. Così, fargli leggere Terra ignota e vedere la faccia che fa. Chiedergli se secondo lui tutto fila liscio, se per esempio è una mia pippa da matusa che sopratutto nella prima metà ci sia tanta azione, tante mazzate e poco contesto, poco sviluppo e spiegazione dell’universo di riferimento. Cose così, insomma. Una recensione delegata.

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Ipotesi 5. Al contrario, sfruttare e sottolineare al massimo il coté intellettuale e colto dell’operazione. Qui sì che sarei a mio agio. Perché Santoni inserisce, e neanche andandoci leggero, tutta una serie di rimandi più o meno occulti non solo ai referenti che ci si aspetterebbe – la mitologia nordica, i giochi di ruolo, Tolkien, le rune e bla bla – ma anche ai pilastri della cultura alta, come si diceva una volta, che poi sarebbe la sua. Esempio: le Cinquantaquattro Città che sono indipendenti dall’impero ma che questi cerca di sottomettere, hanno i nomi – e sovente la forma – delle Città invisibili di Calvino; in una di queste per potenziare la magia si usa il Soma (da Huxley, Il mondo nuovo, con funzioni diametralmente opposte); e non sono che i casi più eclatanti, ma il libro è pieno. (Un’altra spia dell’elevato livello di consapevolezza ed elaborazione: anche se l’universo di riferimento è inventato da cima a fondo, e l’azione si svolge su e giù per questi luoghi – città e mari e foreste – il libro è programmaticamente privo di una mappa). Scrivere un pezzo colto e raffinato come merita un fantasy postmoderno.

Ipotesi 6. Oppure ancora. Giocarmi l’azzardo d’autore. Cercare l’invenzione sorprendente, l’esercizio di stile, il colpo di tacco. Provare una meta-recensione fantasy. Inserirmi cioè nel gioco, ma a un livello esterno. Fare finta di scrivere da un mondo inventato, nel quale le vicende dell’impero e del Cerchio Magico sono la sua risaputa mitologia. Un tentativo del genere potrebbe iniziare così: “Il popolo che risiede nella zona montuosa di Uqbar ha collocato – com’è noto – tutte le sue narrazioni mitologiche nell’immaginario universo di Tlön. Nelle adiacenti, sterminate pianure della Beringia, che il nostro popolo abita sin dai tempi della grande inondazione, si tramanda altra mitologia: l’Imperatrice e l’Imperatore presidiano i suoi palazzi, stregoni e guerrieri e lepri popolano i suoi versi. Il libro di cui questa nota si occupa, non è altro che un tentativo – letterale non meno che divulgativo – di diffondere le nostre millenarie narrazioni mediante un linguaggio comprensibile ai più giovani. O almeno…”. Ma poi davvero, che presunzione. Inserirmi così in un mondo inventato da un altro, e addirittura subordinarlo al mio.

Ipotesi 7. Non seguire nessuna delle ipotesi precedenti. Cioè, seguirle tutte. Cioè, pubblicare questi appunti così come sono, e basta.


La scrittura collettiva diventa industriale: intervista mostruosa a tutti i 115 autori (vabbè, qualcuno in meno)

In territorio nemico_smallIn territorio nemico è un romanzo, questo qua. È un romanzo storico, per la precisione sulla Resistenza, come si può intuire anche dalla copertina. Un ottimo romanzo, tra l’altro. Ma non è questa la, come si dice, notizia. La particolarità la trovate sempre in copertina, salendo, al posto riservato al nome dell’autore: ma chi l’ha scritto? Scrittura Industriale Collettiva, si legge, con una fabbrica stilizzata, addirittura. Del metodo SIC se n’è parlato, e se ne sta parlando, parecchio, in rete. Quindi magari già sapete tutto e quest’introduzione è inutile. O magari no, e allora l’intro è troppo breve: comunque altri particolari sul progetto e sul libro vengono fuori man mano, leggendo quanto segue. Quanto segue è un’intervista-monstre a un essere altrettanto mostruoso, una creatura bicefala composta da Vanni Santoni e Gregorio Magini, ideatori del metodo e coordinatori del romanzo. Ho inviato ai due ceffi uno sproposito di domande, e loro non solo non mi hanno mandato a quel paese, non solo mi hanno risposto in modo completo e preciso, ma mi hanno pure ringraziato, dicendo che era “un’ottima occasione anche per noi per fare il punto su svariati aspetti del progetto e della storia SIC”. Ah, scrittori…

vanni_santoni_e_gregorio_magini

Innanzitutto, diamo un po’ di numeri. Prima della preparazione, gli ingredienti, no? Allora: 115 autori – con varie funzioni e denominazioni – 308 pagine, poi? Quanti anni di lavoro? Quante schede preparatorie? Altro?

Proviamo a darli! Anche perché negli anni, ancora a lavori in corso, domande simili hanno fatto sì che in giro per la rete siano finiti dati discordanti. Questi dovrebbero essere dunque quelli definitivi.
Autori: 115 (46 donne, 69 uomini), dei quali 41 hanno contribuito al soggetto (per 206 pagine di aneddoti e documenti originali a partire dai quali è stato scritto il soggetto di partenza), 71 scrittori, 8 compositori, 29 revisori, 14 traduttori dialettali. Nota: la somma è superiore a 115 perché molti hanno svolto più ruoli.
Schede: 1290 schede individuali, dalle quali sono state composte 172 schede definitive, così suddivise: 24 schede personaggio, 35 schede luogo, 18 schede trattamento, 95 schede stesura, 9 schedoni revisione.
Anni di lavoro: poco meno di 3 anni di lavoro su In territorio nemico, dopo 3 anni di sviluppo e messa a punto del metodo, nei quali sono stati scritti i 6 racconti del “canone SIC” e i 2 realizzati nel corso di workshop dal vivo.

Parliamo allora di questo metodo: per uno come me che sta ancora lì ad arrovellarsi su come potessero fare Fruttero e Lucentini a scrivere in due, capirete che qui siamo alla fantascienza. Ovviamente rimando al sito www.scritturacollettiva.org, dove la tecnica di scrittura industriale è spiegata nel suo processo e illustrata nelle sue premesse e conseguenze. La domanda è: come avete applicato quelle regole generali e astratte – prima sperimentate esclusivamente su racconti a “sole” otto-dodici mani – al romanzo in carne e ossa? Avete apportato modifiche in corsa? Avuto intoppi? Fatto scoperte?

Sì, per passare dai 4-6 autori dei racconti ai 115 di In territorio nemico sono stati necessari alcuni accorgimenti. Dopo aver valutato e scartato l’ipotesi di usare dei wiki, abbiamo deciso di organizzare il lavoro attraverso un sistema di prenotazioni: ogni scheda ha avuto da 4 a 10 posti disponibili a seconda dell’importanza e da lì abbiamo preparato un calendario delle consegne per scaglionare il lavoro di composizione. Ogni settimana rendevamo aperte alla prenotazione alcune schede; nel frattempo passavamo in composizione quelle della settimana precedente. 
Con questo ciclo continuo di prenotazione, scrittura e composizione, in media ogni settimana sono state prodotte 4 schede definitive. Un lato positivo di lavorare così è stato che nella prima fase ogni scrittore tendeva a prenotarsi per le schede dei personaggi che lo attiravano di più e dei luoghi che conosceva, mentre al momento della stesura si faceva avanti per quelle dei capitoli del suo personaggio preferito, tutte cose che hanno avuto ricadute positive sull’entusiasmo degli scrittori e sulla qualità del loro lavoro.

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