Breve storia del silenzio

Che suono fa il silenzio? La domanda potrà sembrare oziosa. Ma d’altra parte quale domanda – se escludiamo quelle due o tre fondamentali sul senso della vita e dell’universo (“come ti chiami?”, “quanti anni hai?”, “che fai stasera?”) – quale domanda non lo è.

Siamo abituati ad associare il silenzio a valori positivi. Dipende dal fatto che viviamo in una società iper tecnologica, iper connessa, iper stimolante. Il silenzio diventa allora il rifugio, la pausa, l’oasi: 5 minuti di silenzio, lasciatemi un po’ in silenzio. Diventa lo chalet in montagna, la cuffia con rumore bianco. È a partire dagli anni 60 che si inizia a parlare di “inquinamento acustico”, e che negli studi scientifici viene fuori che la vicinanza a fonti di rumore forte e costante (autostrade, aeroporti) comporta danni alla salute, in termini di pressione alta e disturbi cardiaci vari, perdita del sonno, acufeni.

Il silenzio quindi è considerato un’assenza, una mancanza di stimoli, negativi o positivi che siano. E come tale viene utilizzato in molte ricerche scientifiche: finché non ci si accorge che, be’, non è proprio così. Nel 2006 una ricerca condotta da Luciano Bernardi vuole indagare gli effetti fisiologici della musica: scopre, come c’era da aspettarsi, che a determinati tipi di suoni il corpo umano reagisce in modo determinato, e diverso. Quello che sorprende i ricercatori è che nelle pause tra un brano e l’altro il silenzio, usato come “controllo”, produce invece degli effetti come la musica. Sono effetti rilassanti, e sono maggiori rispetto a quelli prodotti da un silenzio “assoluto”: una pausa, una interruzione tra due suoni, stimola positivamente il cervello più che un periodo prolungato di calma.

(continua su Esquire)

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Every breath you take, l’inno dello stalker

Okay, non scopro niente di nuovo. D’altra parte, lo ha detto a più riprese lo stesso Sting:

È una canzone molto, molto sinistra e minacciosa: la gente l’ha travisata e la canta come se fosse una delicata canzoncina d’amore…

Ma è una piccola canzone cattiva, davvero piuttosto perversa. Parla di gelosia, sorveglianza, possessività.

Il punto è che queste dichiarazioni (rispettivamente prese da qui e qui) le conoscono in pochi, mentre il pezzo lo sanno tutti, e tutti lo continuano a cantare allegramente come una canzonetta appassionata.

sting-treeAllora forse vale la pena farci una riflessione e un’analisi, in generale, e in particolare oggi, alla vigilia dell’ennesimo 8 marzo. L’ennesimo 8 marzo di chi andrà festeggiare con gli spogliarellisti, per rovesciare il cliché, ma in realtà perpetuandolo. Di chi con finta ingenuità, e sostanziale malafede, se ne uscirà dicendo che è una celebrazione obsoleta, che in occidente la parità è raggiunta, siam mica l’islam. Di chi si farà il mazzo a sciorinare statistiche raccapriccianti – sul numero di femminicidi, o sulle discriminazioni di genere negli stipendi o nei posti dirigenziali – che però quasi nessuno avrà voglia di leggere e di studiare. Allora un piccolo contributo, come sempre sulle parole, che altro non so fare.

Il problema, con Every breath you take, è che occorre un cambio di prospettiva. Quelle frasi, non te le devi immaginare cantate da quel bonazzo di Sting. Immaginale scritte su una lettera anonima che ricevi inaspettatamente. O sussurrate da quel tipo viscido del palazzo di fronte che una volta hai salutato distrattamente e da allora sembra seguirti a distanza. O urlate a telefono da quel pretendente o da quell’ex un po’ manesco che proprio non vuole farsene una ragione. E vedrai che invece di andare in solluchero, andrai in paranoia. Proviamo?

È utile svincolare il testo dalla lingua originale, dalla melodia, e anche dal verso poetico. (La traduzione è mia, mi sono preso qualche libertà, e avrò fatto qualche errore: mi corigerete)

OGNI TUO RESPIRO

Non ti senti già il suo respiro ansimare sul collo? Il breath di cui si parla è il tuo, ma per suggestione richiama anche quello dello stalker. A proposito: ho tradotto alla lettera, ma si potrebbe anche dire “Ogni volta che tiri il fiato”, cioè ogni volta che ti rilassi, che credi di essere fuori controllo, fuori pericolo: no, io starò lì a guardarti.

Ogni tuo respiro, ogni tuo movimento, ogni legame che spezzi, ogni passo che fai: io sarò lì che ti guardo.

Ecco subito, in mezzo a espressioni tanto generiche quanto pervasive (respiro, movimento, passi), si affaccia il tema del possesso, del vincolo che hai sciolto (bond you break), e come ti sei permessa?

Ogni giorno che Dio manda in terra, ogni parola che ti esce di bocca, ogni scherzo che fai, ogni notte che ti fermi: io non ti perdo mai di vista.

Attenzione: to play the game vuol dire, certo, “fare un gioco”, ma anche e soprattutto “giocare un tiro”, fare uno scherzo, mettere in atto un trucco, prendere in giro. Come a dire: non sarò certo io a farmi giocare da te. Da notare anche la sapiente disposizione delle frasi, che aprono la strofa con il giorno e la chiudono con la notte (night you stay può riferirsi al riposo notturno, ma anche essere “ti fermi qui a dormire”: ipotesi solo apparentemente più rassicurante, quando poi la conseguenza è avere uno che rimane sveglio a fissarti).

Te ne vuoi fare una ragione? Appartieni a me e basta! E come soffre il mio cuore a ogni passo che fai!

Se nelle prime due strofe la ripetizione ossessiva (every… you… – every… you…) è funzionale a trasmettere l’angoscia opprimente dell’assedio, quando arriva il ritornello a sciogliere la tensione, altro che relax, lo stalker esce allo scoperto: come fai a non accorgertene, che sei mia e di nessun altro? E poi, tipicamente, il carnefice si autoassolve trasformandosi in vittima: sei tu che mi fai del male, quando ti allontani, appena ti muovi.

Ogni volta che ti muovi, ogni volta che rompi il giuramento, ogni volta che fai finta di sorridere, ogni volta che rivendichi un diritto: ti tengo d’occhio.

La prima frase è già una ripetizione, allora uno si aspetta che parta il gioco delle permutazioni, e invece arrivano le parole più pesanti: il tradimento percepito è al massimo grado, perché stavolta a essere spezzato è un giuramento (vow), un voto, qualcosa di sacro. E si ribadisce la supposta conoscenza della persona al di là della maschera: non ingannerai mica me, con quel sorrisetto di circostanza (smile you fake). Infine il più sinistro: claim you stake, reclamare un diritto – la libertà per esempio – ma come ti viene in mente?

Da quando sei andata via mi sono perso, di notte non faccio che sognare il tuo volto, mi guardo attorno ma non riesco a rimpiazzarti, ho freddo e desidero il tuo abbraccio, e piango e grido amore mio, ti prego!

In questo senso il secondo ritornello o bridge non fa che confermare due cose già annotate: l’ossessione totalizzante della figura della donna, però ridotta a oggetto (it’s you I can’t replace); la percezione di sé come vittima sofferente. Ben più interessante è quello che succede alla fine: niente di diverso dalle ripetizioni che accompagnano lo sfumare di moltissimi pezzi, certo, ma in questo caso la reiterazione è simbolo di persecuzione. Mentre i coretti continuano a fare every questo ed every quell’altro, la voce principale ripete:

Sono lì a guardarti

Non ti perdo di vista

Ti tengo d’occhio

Ti sto guardando

E questo I’ll be watching you – inquietante notazione finale – è accompagnato nel libretto da un’indicazione insolita, non vorrei sbagliarmi ma mi pare inedita: invece del solito “fade out”, c’è scritto “ad infinitum”. Come a dire: non c’è scampo.

C’è, invece. E il senso di questo post, oltre a una divertente contro-analisi testuale, vorrebbe essere proprio quello. Pare che la maggiore difficoltà delle vittime di violenza domestica sia interpretativa: cioè quella di riconoscere, soprattutto all’inizio, i comportamenti vessatori e aggressivi. E come sempre, non è un problema che riguarda solo le donne, ma anche gli uomini: vicini, parenti, amici. Perché le parole (e i gesti) dell’amore non sono le parole (e i gesti) della violenza. A volte è arduo distinguerli. Ma si può. Si deve.


Playlist del battito

  1. Speak to Me-Breathe Pink Floyd
  2. Heartbeat King Crimson
  3. Cada macaco no seu galho Caetano Veloso e Gilberto Gil
  4. Tequila Wes Montgomery
  5. Viento ‘e terra Pino Daniele
  6. De Camino a La Vereda Ibrahim Ferrer
  7. Tarantella del 600 Nuova compagnia di canto popolare
  8. Another one bites the dust Queen
  9. Filia Officina zoè
  10. Skateaway Dire Straits
  11. Last train home Pat Matheny
  12. Maximizing the audience Wim Mertens
  13. Shunyai Trilok gurtu
  14. Rock steady Sting
  15. Groove William Parker
  16. Black Rubber Robert Miles
  17. Bucivina original Shantel
  18. On time Rabih Abou-Khalil

Battito. Mentre corriamo batte il cuore, battono le suole sul terreno, battono i pensieri nella testa. Battito. In inglese (cioè in musica) beat. Che musica possiamo battere, far battere allo stesso nostro ritmo? Evitiamo le assonanze cialtrone, Cuore matto e Battito animale, il beat degli anni ’60 e i Beatles, la beat generation (movimento letterario ma così impastato di musica) e la rivista Downbeat. Partiamo proprio dal cuore, dalla pulsazione vitale che all’inizio è l’unico suono dell’album-capolavoro dei Pink Floyd (Speake to me), per poi trasformarsi in un altro elemento fondamentale della corsa, il respiro (Breathe). Andiamo avanti, e all’inizio del nostro lungo il ritmo sarà soprattutto rock, ma di quel rock che accoglie a braccia aperte la basilare pulsazione disco (Heartbeat, Another one bites the dust). A spingerci oltre arrivano poi musiche fatte per un altro tipo di movimento, il ballo: la rumba cubana e le tarantelle meridionali con il loro battito costante e le melodie ripetitive. Ma è dopo la metà, quando la fatica si fa sentire, che la musica ci porta a filare lisci come sui pattini (Skateaway), su binari senza ostacoli (Last train home) e oltre, quasi in volo (Maximizing the audience). A questo punto saremo quasi in trance, la mente pronta per essere cullata da giri di basso ipnotici (Groove, Shunyai). L’ultima botta adrenalinica ce la danno due (ex) dj, uno approdato al rock come Robert Miles (Black rubber) un altro alle fanfare balcaniche come Shantel (Bucovina original). E ci accompagna dolcemente alla fine del nostro lungo la cadenza araba di Rabih Abou-Khalil.

(Testo che accompagna la playlist dedicata al battito, sul numero di aprile del mensile sportivo Correre)