Samuel Beckett e il falsario

Samuel Beckett è autore un poema intitolato Whoroscope, un gioco di parole variamente tradotto in italiano con Puttanoroscopo o Oroscopata. Samuel Beckett una volta fece uno scherzo all’Università di Dublino, tenendo una conferenza sul francese Jean du Chas, fondatore del Concentrismo, scrittore e movimento entrambi inventati da lui. Beckett scrisse la sceneggiatura di un film intitolato Film il cui protagonista è Buster Keaton; inoltre curò personalmente la regia di una serie tv tedesca. La sua pièce Aspettando Godot fu usata per un programma di riabilitazione in un carcere di massima sicurezza in Svezia: dopo due anni di prove e un inaspettato successo, alla prima rappresentazione esterna alla prigione gli attori scapparono. Siccome odiava essere un personaggio famoso, Beckett negli ultimi anni portava la barba e i capelli lunghi, e solo quando doveva essere visto o fotografato si radeva, fabbricando l’immagine che tutti conosciamo. Samuel Beckett era esperto di api e teneva un grande alveare sul tetto del suo palazzo. Una volta Beckett telefonò al noto comico Coluche chiedendogli se poteva scrivere dei testi per lui. Samuel Beckett per farsi beffe degli accademici inserì dei documenti falsi – biglietti di viaggi mai fatti, riviste mai lette – negli archivi da consegnare ai ricercatori che studiavano la sua opera.

Quali di questi fatti sono veri e quali falsi?

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Il falsario è un bizzarro scrittore parigino di nome Martin Page, già autore di titoli come Una perfetta giornata perfetta e Come sono diventato stupido, per rendere l’idea del tipo. Con questo L’apicoltura secondo Samuel Beckett (Edizioni Clichy, traduzione di Tania Spagnoli, pag. 96, euro 10) omaggia il genio irlandese che scelse la Francia – e la lingua francese – come sua patria. E lo fa mescolando realtà e invenzione, verità improbabili e falsità molto plausibili (per i pignoli: vere sono le prime quattro affermazioni, false le altre). Il romanzo, scritto con taglio ironico e leggero, ci consegna un Beckett burbero e goloso, un po’ tirchio e molto simpatico. La vicenda si svolge durante la breve collaborazione tra l’anziano scrittore e un suo assistente (nella finzione letteraria, il libro è il diario di quest’ultimo). L’autore di Malone muore e L’innominabile è impegnato a bilanciare gli abissi di disperazione in cui lo precipitano le sue riflessioni, con lavori manuali – i fiori, il miele – e concretissime tazzone di cioccolata calda. Soprattutto, è impegnato a occultare o falsificare la sua vita, non tanto per proteggere la sua privacy, quanto per la convinzione che la vita privata di uno scrittore sia “molto sopravvalutata”. Dice a un certo punto Beckett (ma ovviamente la frase è inventata): «Quello che conta è la biografia di chi legge i miei libri, più che la mia. Gli accademici farebbero meglio a indagare sulle proprie vite se vogliono capire qualcosa della mia opera. (…) Studiare la mia vita è un modo per non vedere ciò che accade nella loro e che i miei libri tentano di rivelare».

Così lo stesso romanzo, questa frammento di bio-fiction, si autogiustifica, o meglio mette in pratica ciò che predica. Samuel Beckett era un ottimo cuoco, specializzato in piatti di pesce tradizionali della Louisiana: vero o falso?

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Younis Tawfik: straniero a chi?

(Articolo uscito il 22 gennaio 2012 sul Mattino di Napoli)

Younis Tawfik è uno scrittore italiano. Sì vabbe’, e io sono Napoleone. Già, italiano: perché è vero che è nato in Iraq e ci è rimasto fino a ventidue anni. Ma vive in Italia ormai dal ’79, si è laureato in letteratura italiana. E soprattutto: scrive in italiano. Questo è un fatto insolito per noi, storicamente popolo di emigranti e solo di recente terra di immigrazione: è il fenomeno dei migrant writers, che altre nazioni conoscono bene per cause storiche (il colonialismo), economiche, o di egemonia culturale (pensate all’irlandese Beckett o al ceco Milan Kundera che a un certo punto si sono messi a scrivere in francese). Da una decina d’anni la truppa dei nostri scrittori migranti s’è infoltita: ora va per la maggiore Nicolai Lilin, il ceceno-siberiano che sforna un libro all’anno, ma c’è l’iraniano Hamid Ziarati, l’albanese Ornela Vorpsi, e molti altri. Di questa schiera Tawfik è capofila, dato che il suo esordio, La straniera, risale al ’99 ed è stato, come si dice, un successo di pubblico e critica. Ora esce La sposa ripudiata, sempre per Bompiani.

Younis Tawfik spesso racconta che ha imparato l’italiano per avere il piacere di leggere la Divina Commedia in originale. Questo spiega molto del suo stile. Che è comunque uno stile strano: aver imparato se pur da studioso una lingua in età adulta, non è la stessa cosa che praticarla dalla nascita. Si sente un tocco alieno, una lieve sfasatura, per esempio dice: “era un giorno di metà novembre, oscuro”. Niente di sgrammaticato, ma niente che un madrelingua direbbe: eppure questo invece che infastidire, è il fascino della sua scrittura. Che risente anche della tradizione letteraria araba, eminentemente poetica: frequenti sono gli innesti di versi, sia da poesie classiche, sia da canzoni. Ma la lirica gioca anche un ruolo indiretto, e più pervasivo, nella prosa di Tawfik: quasi una prosa poetica, piena com’è di similitudini (“il silenzio l’assediava come branchi di bestie affamate”, ecco Dante) e passaggi intimisti.

Ibrido lo stile, ibrido e migrante anche il contenuto. Come spesso nei suoi romanzi al centro della trama c’è una storia d’amore, e vista dal lato femminile; come spesso la straniera non viene dall’Iraq ma dall’altro estremo del mondo arabo, il Marocco. La sposa del titolo, appena ripudiata dal marito, è in ospedale e sta partorendo. Ogni capitolo segue brevemente il travaglio e poi apre un lungo flashback. Si parte dall’infanzia marocchina, in un contesto più arcaico che bigotto, con il padre che si ubriaca e picchia moglie e figlie perché non riesce ad avere un maschio. Si vola in Italia sulle ali di un amore che presto si trasforma in un inferno di incomprensioni familiari, ostacoli di lingua e di temperatura, solitudine.

Poi la svolta: il marito, che si era convertito all’islam solo per accontentare i familiari della sposa, prende a frequentare la moschea, e in seguito le frange più estremiste, fino ad allontanarsi dalla moglie e diventare pedina di un gioco più grande. L’immigrazione, l’integrazione, la religione, il velo, il fondamentalismo, il terrorismo: tanti i temi di stringente attualità, quasi tutti, forse troppi. Ma è questa la realtà che viviamo. E per raccontarcela ci voleva uno straniero. Pardon, un italiano.