Un SalTo necessario

Il Salone è finito, viva il Salone! Nei giorni scorsi qualcuno, non ricordo chi, scusate, ha detto o ha scritto qualcosa tipo: quest’anno la fiera del libro di Torino sembra la sala da ballo del Titanic. Ora a me – e non solo a me – più che altro è sembrata la terza classe del transatlantico mentre il ghiaccio fa il suo dovere. Non mancava cioè la consapevolezza dell’affondamento imminente: tra i dati sulle vendite in calo, le statistiche sulla ggente che leggono sempre di meno mannaggialloro (no, i link no) e di contro l’organizzazione che declama un costante record di presenze (il che mi fa venire in mente un noto modo di dire napoletano).

Chiaro, tutti stanno qui a guardarsi attorno per capire in che direzione muoversi. Ma quelli che avrebbero i mezzi per mettersi in testa alla carovana – grandi editori, organizzatori di grandi eventi, strutture pubbliche come il Centro per il libro e la lettura – sembrano invece i più disorientati. Mentre spunti di riflessione vengono dai piccoli, dai singoli, dagli outsider. Così restano ancora valide, purtroppo, molte delle considerazioni fatte da Tropico del Libro prima del Salone – purtroppo perché vuol dire che passi in avanti non se ne sono visti. Così, pesano come iceberg le 10 domande poste da Annamaria Testa agli editori: semplici, documentate, esplosive.

iceberg

Una delle questioni messe in campo dalla Testa riguarda le biblioteche: che dovrebbero essere centri di vitalità (lei cita l’esempio delle biblioteca di una sperduta cittadina americana raccontata da Elasti) e invece sono luoghi di desolazione, devastati non solo dalla cronicamancanzadifondi ma anche dalla stupidità (a me viene in mente la lettera a un giornale di un tizio che qualche giorno fa raccontava di non essere riuscito a regalare alcuni volumi a una biblioteca, in quanto era un semplice privato). Proprio nelle ultime ore del Salone, tra l’altro, è incominciata a circolare la notizia, non fresca in verità, della probabile chiusura del Servizio Bibliotecario Nazionale, l’utilissimo motore di ricerca che ti scova un libro in tutta Italia. C’è anche una petizione da firmare, speriamo bene.

Altro punto dolente, la scarsa attenzione degli editori per il web. E questo, aggiungerei io, non solo dal lato attivo – progettazione di contenuti digitali e/o in vari modi interfacciati con la rete – ma anche dal lato passivo, cioè della ricettività e attenzione verso i luoghi e i discorsi su internet. Si ha un bel dire che gli editori si sono finalmente accorti dei blogger letterari. La mia esperienza di giornalista freelance mi sta portando a toccare con mano questa resistenza: quando mi presento ed elenco i posti in cui scrivo, vedo le facce di editori e addetti stampa illuminarsi appena cito le testate cartacee – che rispetto e ringrazio, ma non sono certo il New Yorker – mentre l’interesse si affloscia quando passo al lato online. Io sono tutt’altro che un tecno-entusiasta, e mi sono trovato più volte a difendere il giornalismo tradizionale, ma insomma, possibile che questi non si rendano conto che un pezzullo su un quotidiano di media tiratura non viene letto che da poche centinaia di persone (e il giorno dopo va a incartare il pesce, come si dice) mentre un post anche sul blog più fesso può potenzialmente raggiungerne migliaia, e soprattutto rimane lì, a portata di link e di motore di ricerca, in omnia saecula?

Per trovare una via d’uscita – per chi scrive, per chi pubblica, per chi legge – bisogna muoversi, mettersi in cammino. Ma camminare non basta, si deve provare a immaginare qualcosa di nuovo e diverso, bisogna fare un salto, altrimenti tra un po’ addio SalTo (#SalTo13 era l’hashtag del Salone su twitter). Bisogna pensare forme che siano contemporaneamente più e meno di un libro: non a caso erano queste le cose più interessanti girando tra gli stand. Seguono esempi.

La scrittura industriale collettiva. Qualche post fa ho intervistato Vanni Santoni e Gregorio Magini, coordinatori dei 115 autori di In territorio nemico. Poi al Salone ho avuto il piacere di presentare il libro davanti a una sala bella piena. Oggi eFFe su Doppiozero sottolinea una conseguenza fondamentale dell’operazione: la morte dell’Autore in favore dell’Opera, con tutto quel che comporterebbe in questi tempi malati di personaggismo.

Quelli di SIC stanno progettando poi, e la sostanza di romanzo storico ben si presta, un enhanced o enriched book: insomma un ebook aumentato, che ha – o meglio, può avere – link, video, musica, immagini eccetera, una sorta di percorso multimediale tridimensionale. È questa la nuova frontiera, a detta di molti. Arturo Robertazzi lo ha fatto, con il romanzo Zagreb, e adesso sta lavorando al passo successivo con il suo nuovo romanzo: dovrebbe esserci, se ho capito bene, da una parte il libro secco, e dall’altra una vera app per smartphone e tablet, con contenuti extra sia narrativi che informativi, sui luoghi reali dove si muovono i personaggi della fiction. Il passo ancora seguente potrebbe essere, forse, quello che abolisce questa sorta di doppio binario e costruisce una narrazione in cui le forme digitali arricchite non costituiscono contenuto speciale ma parte sostanziale della storia. Avanti, chi ha il coraggio?

Sul versante opposto, ci sono i non-libri-oggetto. Come il Quaderno dei sogni, una sorta di diario per appuntarsi le visioni oniriche: oggetto di grande raffinatezza grafica, con qualche risvolto mistico-newage e qualche trucco nascosto da caccia al tesoro. Progetto portato avanti con entusiasmo più contagioso che naif da Emanuele Enrico. (Markettal advisor: in questa cosa è coinvolta anche Gioia Gottini, life-astro-dream coach e persona a me, come dire, molto vicina. Se ne parlo non è per sponsorizzarla, di certo se non fosse stato per lei non l’avrei mai scoperto).

E rimanendo in famiglia, è stato grazie alla quattrenne di casa che ho avuto la scusa per partecipare a un fantastico laboratorio sui Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Non c’è niente da fare, l’editoria per bambini è troppo avanti: tra pop up, disegni, libri-giocattolo e tutto quello che si può immaginare… Babalibri, Topipittori, Coccole e Caccole (!) sono solo alcuni dei tanti.

A proposito di gioco, a metà tra il gioco e l’oggetto di design si muove Tic edizioni. Scripta magnet è una collana di piccole calamite (frigo non incluso, puntualizzano) su ognuna delle quali c’è una parola. Tra le confezioni – tutte diverse ed esteticamente curatissime – alcune sono di utilità pratica, come quelle con le cosa da comprare o fare, altre sono delle piccole sfide letterarie, ecco tutte le parole dell’Infinito, te lo ricordi? C’è anche qualche libro, ma pure le magliette, e le mensole invisibili a forma di libro, e il catalogo è un pieghevole facsimile di scheda elettorale…

Libri non-libri, e con lo sguardo doppiamente rivolto all’indietro, sono quelli di Clichy (editore nato da poco, ma dalla ceneri di Barbès). Hanno preso dei classicissimi fuori diritti (Cuore di tenebra, Lo strano caso del dr. Jekill e di mr. Hyde, La leggenda del santo bevitore…) e li hanno stampati su carta da giornale, e in formato da quotidiano, prezzo 1 euro. Un’idea – poi loro fanno anche libri normali, e belli – con talmente tante implicazioni e significati che li lascio immaginare a voi.

Sempre dalle parti dell’editoria come una volta, Codice edizioni ha da poco inaugurato una nuova grafica di copertina, dove dietro l’apparenza minimale si nasconde un preciso significato di natura matematica (ovviamente). Ma, eccezione al filone scientifico, è da poco uscito un libro che è un unicum sia per contenuto che per forma: Il circo elettrico delle sirene, storia, mito e storia del mito, iconografia a colori e impaginazione a metà tra l’enciclopedia e la poesia.

Tornando, e chiudendo, sull’editoria digitale: un editore nato con gli ebook e per gli ebook è Quinta di copertina: loro cercano d’inventarsene sempre una nuova, consci del fatto che il libro digitale non è un libro di carta letto sul video. L’abbonamento allo scrittore, per esempio, con il quale si prenotano una serie di uscite scandite nel tempo. E a proposito, chiaramente la difficoltà di un editore digitale in un luogo d’incontro fisico come una fiera è: che ci metto nello stand? Quinta ha brillantemente risolto con le collane: in senso proprio, delle collanine con, al posto del ciondolo, una scheda su cui sono caricati gli ebook. Antico e moderno. Concreto e immateriale. Meno di un libro e più di un libro.


Sepùveda Luis, detto Lucio

Luis Sepúlveda, Tutti i racconti, a cura di Bruno Arpaia, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda 2012, 476 p., euro 18.50

Luis Sepùlveda è nato in Cile, vive in Spagna, ma è praticamente italiano adottivo. L’Italia lo ama: la gente lo ferma, lo chiama Lucio, lo abbraccia e lo bacia; l’altro giorno al Salone del libro di Torino la sala dove presentava il suo ultimo libro, Tutti i racconti, era strapiena come neanche per una rockstar. E lui ricambia: viene qui ogni volta che può, parla un italiano fluente (se pure con quella meravigliosa inflessione sudamericana che ci ricorda tanto Dieguito); e per dire, questa raccolta di racconti sia editi che inediti esce in Italia, come sempre edita da Guanda, in anteprima mondiale, ancora prima dell’edizione spagnola.

L’Italia non manca neppure nei riferimenti letterari: “Il racconto breve – spiega Sepùlveda introducendo la sua opera omnia in materia – è una grande sfida. Il romanzo sta dalla parte dell’autore: si scrive un capitolo alla volta, e se uno è debole, ci pensa quello dopo a risollevarlo. Il racconto non lo permette: è tutto nella prima frase, nella prima parola. Diceva Pavese che il romanzo è la normalità, la vita quotidiana dello scrittore, ma il racconto è ancora di più, è come respirare. E quando penso alla forma racconto, mi viene in mente che qui avete l’università del genere: il Decameron di Boccaccio. Poi viene Pavese. E dopo, certo, i nordamericani come Hemingway, e i sudamericani come Osvaldo Soriano e soprattutto Julio Cortázar, mio adorato maestro”.

Sepùlveda è famoso anche come scrittore militante, anzi l’impegno politico nella sua storia precede quello letterario, avendolo portato nel 1973 ad essere imprigionato e torturato per mesi dal regime di Pinochet dopo il colpo di stato. E nelle sue storie c’è sempre, se non il racconto diretto delle dittature, l’attenzione alle voci dei poveri, degli emarginati, degli ultimi. Ma lui sull’annosa questione dell’intellettuale impegnato ha le idee chiare: “Il mio impegno politico è diretto, nel senso che trovo giusto partecipare alla vita pubblica e dire la mia con chiarezza sulle cose che non vanno fatte. Poi, è chiaro, la mia visione si riflette nella scrittura, come estetica e come etica personale. Ma questo in certi casi si traduce direttamente in letteratura di testimonianza, in altri casi prende una forma indiretta, soprattutto attraverso l’ironia”.

Sessantadue anni, esordì nel romanzo nel 1989 con il bestseller Il vecchio che leggeva romanzi d’amore: con più di trenta libri all’attivo, è forse ancor più noto al grande pubblico con il libro per ragazzi Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Ma se gli si chiede di indicare la sua opera preferita, non dà la classica indicazione ruffiana dell’ultimo libro; e neanche dice quello dell’anno scorso, Ultime notizie dal Sud, che pure ha la bella particolarità di essere un reportage di viaggio in Patagonia con fotografie annesse. Cita invece Un nome da torero: “Considerato un minore, ma è il mio preferito. Tra tutti i personaggi che ho creato, il protagonista è, tolte le circostanze contingenti, quello che ha più di me. Se volete trovarmi, cercatemi lì”.

(Oggi sul Mattino di Napoli)


Il Salone buono

Aspetto il Salone tutto l’anno, e quando arriva sembra sempre il momento sbagliato. Mannaggia, proprio ora che dovevo fare, che dovevo andare. Che dovevo leggere.

Il grande forse di Joe Meno – il grande romanzo americano, l’anti-Franzen – e La Cina in dieci parole di Yu Hua in verità li ho letti, e li ho pure scritti, aspetto solo che Il Mattino li pubblichi e poi li metto anche qui. Bar Atlantic di Bruno Osimo lo sto finendo, prossimamente sempre sul giornale partenopeo, e pure per Nero a metà di Marcella Russano mi manca poco. Ma già battono il piede spazientiti Inutili fuochi di Raffaella Ferré, Swamplandia di Karen Russell (che non è un’uscita recente ma sempre un gentile omaggio) e i tre nuovi di Sur, Bolaño Piglia Onetti, che il vero problema è da quale iniziare.

E questi, pila a destra, sono solo quelli che mi sono arrivati, le novità, to file under: lavoro e affini. Non parliamo della pila a sinistra, libri comprati per piacere (ma per piacere!), tanto impolverati che anche quelli già iniziati li dovrò ricominciare perché me li sono scordati. Vabbe’. Tutto questo per dire che da oggi, invece, sarò al Salone internazionale del libro di Torino, dove accumulerò altre cose da fare, altri post e pezzi da scrivere, altri libri da leggere. Sarò al Salone, nella triplice veste di:

  • giornalista culturale (bum!), e già oggi dovrei intervistare un personaggio che mai avrei pensato in vita mia – se tutto va bene segue articolo;
  • autore, più che esordiente, esordito – ma comunque bazzicherò dalle parti dello stand 66thand2nd;
  • aspirante lettore, schiacciato dal peso cartaceo e ora anche digitale della propria ignoranza.

Magari ogni tanto twitto qualcosa. Mentre sulla pagina facebook riproporrò libri a random. Ci si vede lì. O qui.