Libri sull’estinzione

Estinzione, ci meritiamo l’estinzione! Così ruggiamo con voce tremula, ogni volta che qualcuno dice o fa qualcosa che non ci trova d’accordo. Forza asteroide, sei la nostra unica speranza! Ragliamo invocando la soluzione finale. Poi, arriva un’epidemia con un tasso di mortalità dello 0,002%, e tutti impazziamo di paura. Giustamente, eh: qui non si sta minimizzando il problema, o sostenendo che è poco più di un’influenza. Che la pandemia da coronavirus sia la cosa peggiore che ci è capitata dalla fine della seconda guerra mondiale – almeno in Italia, almeno in Europa se si esclude l’ex Jugoslavia – è certo. Altrettanto certo è che, ancheconsiderando le sole epidemie, quella attuale si piazza molto indietro (attorno al 25esimo posto) come mortalità rispetto al totale della popolazione: per capirci la peste del ‘300, in cima alla classifica, sterminò più del 40% degli abitanti del mondo.

Il fatto è che l’estinzione è inconcepibile: non riusciamo a pensarla, a livello di specie, proprio come a livello individuale nessuno riesce a concepire la propria morte. Come sarebbe il mondo senza di noi? È un giochino che possiamo fare solo come esercizio retorico, come simulazione sci-fi. L’estinzione è un concetto a ndimensioni, che per quanto ci giriamo a attorno non riusciamo ad osservare nella sua completezza, un iperoggetto secondo la definizione di Timothy Morton, proprio come il climate change. Eppure ci viviamo in mezzo, a un’estinzione di massa: non riguarda la nostra specie (per ora) ma un numero molto alto di specie, significativamente più alto della media. E al riscaldamento globale la sesta estinzione di massa è collegata, perché ne è figlia, anzi sorella: dato che entrambe hanno lo stesso ascendente, che è – indovinate un po’ – l’azione dell’uomo.

Concepire l’inconcepibile: perché non è che uno si affaccia alla finestra e dice toh, c’è un’estinzione in corso. Facile allora cadere preda del negazionismo, del tutto sommato che vuoi che sia. Serve uno sguardo laterale, mediato. Ecco allora un percorso tra alcuni libri che affrontano il tema dell’estinzione: alcuni prendendolo di petto, altri in maniera trasversale; ci sono saggi scientifici appassionanti come romanzi e opere di fiction che potrebbero diventare realtà.

(Continua su Esquire)


Per tutto il resto c’è Masterpiece

troisiOra, non è per citare sempre e comunque Massimo Troisi, ma più passa il tempo e più la sua battuta diventa una paradossale realtà: “Io sono uno a leggere, loro sono milioni a scrivere!”. In Italia si legge poco e si scrive tanto. Peggio: si legge sempre di meno e si scrive sempre di più. Prendiamo una qualsiasi statistica: le vendite del 2012 sono state inferiori a quelle del 2011 (meno 7%), che a loro volta erano in calo rispetto al 2010; e i primi mesi di quest’anno sono un’ulteriore precipizio. A leggere almeno un – dicesi uno – libro all’anno è meno di metà della popolazione, mentre i cosiddetti lettori forti sono appena il 6% degli italiani; e attenzione, per essere classificati in quest’elite basta aver letto un libro al mese (Rapporto sulla promozione della lettura, a cura del Forum del libro). Cambio versante: il mercato editoriale propone tra i cinquemila e i seimila titoli al mese, considerati tutti i settori. E restando solo nell’ambito della narrativa, più di trecento esordienti all’anno: uno scrittore nuovo ogni giorno; troppo, anche per l’apparato digerente più ferreo. Il tutto, senza contare le migliaia di aspiranti, quelli che scrivono e non riescono a pubblicare, ma vorrebbero tanto.

Siamo un popolo di scrittori, un popolo di non-lettori. Quanto più aumenta il divario tra quei due dati, tanto più il paradosso si fa evidente. Insomma: perché pubblicare (o aspirare a) se dall’altro lato non ci sta nessuno a leggere? Posto che coi diritti d’autore (1 euro circa a copia venduta, a meno che non hai vinto lo Strega) riescono a campare sì e no poche decine di best-selleristi, la molla è certo il soldo. Allora la fama, il prestigio. Ma anche lì: perché affannarsi a pubblicare un romanzo, quando bene che vada lo leggeranno cinquecento persone, di cui la metà sono amici, parenti e compagni delle elementari ripescati per l’occasione? È come se negli anni ’60, nel mezzo del boom economico e della diffusione dell’automobile come bene di massa, tutti si fossero messi a costruire e a vendere carretti e calessi. Mistero.

Che resta tale anche per gli addetti ai lavori. E così vorresti fare lo scrittore: il titolo del recente libro di Giuseppe Culicchia (per Laterza) lascia poco spazio ai dubbi, e molto al sarcasmo. Ma forse, come ha sottolineato Andrea Bajani in un grandissimo pezzo sul libro, e sui libri, forse non è solo colpa dei poveri illusi che vogliono entrare nel “dorato mondo delle lettere”.

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Sette ipotesi per scrivere una recensione a “Terra ignota” di Vanni Santoni

terra ignota

Ipotesi 1. Non recensirlo affatto. D’altra parte il fantasy, come tutta la letteratura che una volta si chiamava “di genere”, non è materia mia. Cioè, mi piace l’idea, sono contento che esista, ecco: ma non l’ho mai frequentata tanto da potermi definire non dico recensore esperto, ma anche semplice aficionado. Quindi, non fa niente che Santoni il suo libro me l’ha mandato a casa, anzi che l’ho espressamente autorizzato a farlo, così accettando di leggerlo: difatti l’ho letto, non vengo mica meno a una promessa.

Ipotesi 2. D’altra parte, però, devo dire che senza dubbio mi è piaciuto. L’ho letto in fretta – quindi è scritto bene – e da metà in avanti addirittura l’ho divorato: segno che funziona, perché è questo lo scopo a cui mira un libro del genere, no? E poi Vanni è mio amico, da piccoli giocavamo insieme a Dungeons & Dragons (non è vero, ma avremmo potuto). Quindi, potrei fare una recensione purchessia, un pezzo come viene viene.

Ipotesi 3. Un pezzo come viene viene non esiste: una recensione ha sempre un taglio, è come quella storia della scelta, che anche non scegliere è una scelta. Per cui, scrivere una recensione normale. D’altra parte, di un libro normale si tratta, mica di un enhanced book interattivo o di un’app per tablet dove la vicenda si modella sulle scelte del lettore: è un bel librone di quattrocento e passa pagine, fatte di carta, con la copertina rigida e tutto. Raccontare sommariamente l’autore (1978, Personaggi precari – libro e progetto – Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, Scrittura industriale collettiva – progetto e coordinamento di In territorio nemico), la voglia di cimentarsi con cose nuove e il vezzo di firmarsi HG, l’ambientazione (un mondo tutto inventato: geografia, scrittura, leggi, intrighi di corte, magia), la trama (ragazzina incredibilmente forte parte da remota isola ad estremità impero per cercare sua migliore amica e vendicarsi nientedimeno che su potentissimo generale).

Ipotesi 4. Cercare un’alternativa: pezzo normale troppo ovvio, a chi potrebbe interessare? Non agli appassionati, né a quelli che leggono Roth; non all’autore, né forse a me stesso. Idea: andare a pescare (ma come?) un ragazzo, uno con 20-25 anni meno di me, di quelli che sarebbero davvero in target rispetto al prodotto – d’altra parte nelle prime pagine il sito indicato è lo specifico YA ragazzimondadori.it. Così, fargli leggere Terra ignota e vedere la faccia che fa. Chiedergli se secondo lui tutto fila liscio, se per esempio è una mia pippa da matusa che sopratutto nella prima metà ci sia tanta azione, tante mazzate e poco contesto, poco sviluppo e spiegazione dell’universo di riferimento. Cose così, insomma. Una recensione delegata.

Il_signore_degli_anelli

Ipotesi 5. Al contrario, sfruttare e sottolineare al massimo il coté intellettuale e colto dell’operazione. Qui sì che sarei a mio agio. Perché Santoni inserisce, e neanche andandoci leggero, tutta una serie di rimandi più o meno occulti non solo ai referenti che ci si aspetterebbe – la mitologia nordica, i giochi di ruolo, Tolkien, le rune e bla bla – ma anche ai pilastri della cultura alta, come si diceva una volta, che poi sarebbe la sua. Esempio: le Cinquantaquattro Città che sono indipendenti dall’impero ma che questi cerca di sottomettere, hanno i nomi – e sovente la forma – delle Città invisibili di Calvino; in una di queste per potenziare la magia si usa il Soma (da Huxley, Il mondo nuovo, con funzioni diametralmente opposte); e non sono che i casi più eclatanti, ma il libro è pieno. (Un’altra spia dell’elevato livello di consapevolezza ed elaborazione: anche se l’universo di riferimento è inventato da cima a fondo, e l’azione si svolge su e giù per questi luoghi – città e mari e foreste – il libro è programmaticamente privo di una mappa). Scrivere un pezzo colto e raffinato come merita un fantasy postmoderno.

Ipotesi 6. Oppure ancora. Giocarmi l’azzardo d’autore. Cercare l’invenzione sorprendente, l’esercizio di stile, il colpo di tacco. Provare una meta-recensione fantasy. Inserirmi cioè nel gioco, ma a un livello esterno. Fare finta di scrivere da un mondo inventato, nel quale le vicende dell’impero e del Cerchio Magico sono la sua risaputa mitologia. Un tentativo del genere potrebbe iniziare così: “Il popolo che risiede nella zona montuosa di Uqbar ha collocato – com’è noto – tutte le sue narrazioni mitologiche nell’immaginario universo di Tlön. Nelle adiacenti, sterminate pianure della Beringia, che il nostro popolo abita sin dai tempi della grande inondazione, si tramanda altra mitologia: l’Imperatrice e l’Imperatore presidiano i suoi palazzi, stregoni e guerrieri e lepri popolano i suoi versi. Il libro di cui questa nota si occupa, non è altro che un tentativo – letterale non meno che divulgativo – di diffondere le nostre millenarie narrazioni mediante un linguaggio comprensibile ai più giovani. O almeno…”. Ma poi davvero, che presunzione. Inserirmi così in un mondo inventato da un altro, e addirittura subordinarlo al mio.

Ipotesi 7. Non seguire nessuna delle ipotesi precedenti. Cioè, seguirle tutte. Cioè, pubblicare questi appunti così come sono, e basta.