Quanti romanzi si trovano in un solo racconto di Cortázar? (La risposta ti lascerà senza fiato)

cortazarAvete presente Enrico Mucca? Ricordo ancora la sensazione di vertigine, di ottovolante sonoro, di impossibilità fisica rispetto a quello che pure era davanti ai miei occhi, anzi alle mie orecchie, la prima volta che un mio amico mi fece ascoltare gli Henry Cow. E dire che non cadevo dalle nuvole: avevo già fatto il callo alle stranezze e alle sperimentazioni del rock tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, non mi impressionavano più la musica quasi solo strumentale, i brani lunghi, le contaminazioni con la classica e il jazz e il rumorismo, l’invenzione continua, i cambi di tempo e di melodia e di timbro e di umore… Ma ragazzi, quella era un’altra cosa: era un’astronave in accelerazione supersonica verso lo spazio, era un caleidoscopio in mano a un cronopio sotto acido. Ricordo distintamente che dopo aver ascoltato i primi due minuti di Nirvana for mice sbottai: ma con tutte queste idee i Pink Floyd ci facevano dieci album! (I miei preferiti, i Pink Floyd, ma mi rendevo conto che erano capaci, anzi era questo il loro genio, di prendere un riff e mezzo e costruirci un LP intero).

La stessa vertigine, la stessa sensazione trovarmi davanti a una fantasia strabordante, quasi sprecona, l’avrei ritrovata solo ascoltando certi pezzi dei Naked City (Speedfreaks su tutti, un compendio di storia della musica in cinquantadue secondi; ma con effetto cercato, postmoderno, con intento citazionista e parodistico). Oppure leggendo Cortázar.

Torna la microrecensione, cioè la recensione (non necessariamente breve) di qualcosa di breve estratto da qualcosa di lungo: un rigo una frase una pagina una singola idea, presa da un libro. In questo caso è una microrecensione speciale, perché il cortissimo testo di Julio Cortázar si ritaglia già di per sé un’autonomia particolare all’interno della raccolta in cui si trova (Storie di cronopios e di famas, parte 1: Manuale di istruzioni), raccolta a sua volta composta da testi brevissimi e surreali, del tutto scollegati tra loro. Ma Istruzioni-esempi sul modo di avere paura è altro ancora.

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Karen Russell, il Pulitzer del futuro

Insomma, ieri sono stati assegnati i Pulitzer 2012. E allora, qual è la notizia? La notizia è che quello per la letteratura, sezione fiction, non è stato assegnato. Come, non assegnato. Proprio così, tre candidati, nessun vincitore: evidentemente i giudici si riservano il diritto di dire sì, bravi, però non vince nessuno. Una gara senza vincitori, sembra un po’ contro la logica, ma se ci pensate non è un’ipotesi così sbagliata, in teoria.

Karen Russell, Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, Elliot edizioni 2006

In pratica, stupore worldwide perché fra i tre c’era the late David Foster Wallace, santo subito, sicché negargli il trionfo è parso a molti bestemmia. Ma in mezzo ai tre c’era anche Karen Russell. Ed è di lei che vorrei parlarvi, perché è una scrittrice formidabile. Dico subito che non ho letto (ancora) Swamplandia!, romanzo uscito l’anno scorso e col quale era candidata al premio. Ma ho letto il suo primo libro, Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, l’ho letto anni fa e non me lo tolgo più dalla testa.

Che cos’ha di così straordinario lei? Karen Russell è nata nell’81 ed è stata inserita tra i migliori scrittori americani under 35. Quindi la giovane età (beh relativa ormai, trent’anni, però il primo libro è uscito quando ne aveva venticinque e quindi è stato scritto quand’era ancora più piccola) e i precoci riconoscimenti. Ma questo non la rende unica: anche Paolo Giordano è giovane e pluripremiato, anche Benjamin Hale, anche Salvatore Scibona. Possiamo dare altre coordinate.

Diciamo innanzitutto della struttura del libro. Che si presenta come una raccolta di racconti, e poi piano piano molti elementi convergono: i personaggi che ritornano, l’ambientazione in una indefinita località tropicale che ricorre. Ma non si arriva mai al romanzo, alla trama unica ricostruita o ricostruibile. Una narrazione per frammenti, un puzzle di cui mancano molti pezzi, che sembra la nuova frontiera del post-postmoderno dopo la sbornia di new-neorealismo che ci hanno propinato negli ultimi anni. Anche qui, non sarebbe niente di nuovissimo: lo hanno fatto in vari di recente, da Elizabeth Strout con Olive Kitteridge, che però ha un mood molto malinconico e d’antan, allo spumeggiante Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan – di cui qui si è detto già e anche in forme strane – la quale non a caso è Pulitzer 2011. Ma c’è di più.

Lo sfondo, l’ambientazione giocano moltissimo nel creare straniamento: è una località tropicale con tutte le stranezze floro-faunistiche tra i Nationa Geographic e il realismo magico sudamericano. Ma si sente anche molto l’aria a stelle e strisce, e infatti è la Florida, una specie di Florida dentro un incubo. Perché non si capisce bene dove stiamo, se in un futuro molto prossimo, o in un presente alternativo andato a male. Distopia, o fantascienza di prossimità, e qui il punto di riferimento è George Saunders, con i suoi parchi tematici che simulano una realtà inesistente all’interno di una finzione che descrive una realtà altrettanto stralunata, e leggermente nauseante. Rispetto a Saunders però c’è meno ricorso a derive tecnologiche alla Dick, e più vicinanza al fantastico.

Il fantastico classico, se non suonasse strano il termine. Quello di Julio Cortàzar, per capirci. E infatti con l’argentino Russell ha in comune almeno due cose. Una è l’uso magistrale del non detto: non si spiega il contesto, l’ambientazione con tutte le sue stranezze e tutte le normalità è data per scontata, sta lì e basta. Da qui l’effetto spiazzante che rende grandiosamente incomprensibili alcuni racconti, come per esempio Casa occupata che apre la raccolta Bestiario. E poi la scoppiettante inventiva, in stile cronopios e famas, di nomi cose personaggi animali situazioni.

Infine, a rendere il tutto ancor più inquietante, il fatto che protagonisti siano sempre bambini e preadolescenti, che già di per sé sono un mondo governato da logiche a parte. Insomma, Karen Russell avrebbe potuto vincerlo il Pulitzer. E allora, qual è la notizia? Che lo vincerà in futuro, ne vincerà di premi in futuro, e se non li vincerà, sicuro li meriterà.