Natura morta con playlist

Ci sono le storie troppo belle per essere vere. E storie troppo belle per essere false. Dicerie, aneddoti, voci di corridoio, supposizioni, deduzioni, semplici fantasie: che illuminano un personaggio o un’epoca meglio della realtà. (La realtà è sopravvalutata). Storie assolutamente plausibili, ma irrimediabilmente false. Storie perfette, e chi se ne frega se non sono mai accadute. Sarebbero potute accadere. Sarebbero dovute accadere.

DYER_cop einaudiSono passati vent’anni e finalmente qualcuno (Einaudi) si è deciso a ristampare Natura morta con custodia di sax, uscito nel 1993 per la piccola Instar – non così piccola da allora, grazie anche al successo di quel libro. Un capolavoro. Di più, un capostipite: oggi, e col senno di poi, viene individuato come uno dei primi esempi di quello stile – narrativa non-fiction o saggistica raccontata – che ora va per la maggiore, anzi sembra l’unico accettato. Quello di Gomorra per intenderci, ma soprattutto quello di Limonov e L’avversario. Però, a pensarci bene, c’è una distinzione, sottile ma non piccola: le semi-biografie di Emmanuel Carrère, e tutte le altre opere simili, partono dai dati reali per poi lavorare di fantasia, facendo fill the gap dove le informazioni mancano o aggiungendo particolari che servono alla trama. Geoff Dyer fa il cammino al contrario, parte da suggestioni e fantasie tutte sue, ispirate a canzoni o fotografie, e solo dopo ricerca qualche appiglio reale. Perciò questo articolo vuole rispettare la sua invenzione stilistica, che programmaticamente ricalca l’intreccio tra improvvisazione e composizione, tra invenzione e citazione dai classici, tipico del jazz, e impossibile da districare, come lui stesso dice in prefazione. E vuole essere memore del monito di George Steiner, citato in postfazione, sulla pleonasticità di qualsiasi commento sulla musica e l’arte, in quanto parassitario e di secondo livello – senza contare che un pezzo tradizionale su Natura morta rischierebbe addirittura di essere di terzo livello, un commento sul commento. Perciò questa non è una recensione, né tantomeno un lavoro da detective alla ricerca delle fonti, un’indagine per distinguere il falso dal vero. Ma una risalita alle fonti immaginarie, alle suggestioni musicali e fotografiche che stanno dietro la scrittura: arbitraria e parziale, proprio come lo sono quelle. Insomma, è una playlist.

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