Questo pomodoro ti spiegherà come funziona il capitalismo

pomodori

Ci voleva una strage, dodici braccianti africani morti in un incidente stradale in Puglia, per richiamare l’attenzione su condizioni di lavoro, e vita, che non sono tanto differenti dalla schiavitù: mancano solo le catene di ferro in senso materiale (e non sempre).

Ci vuole sempre una strage, e uno è persino tentato di dire ben venga, il sacrificio di vite umane (basta che si tratti di vite che non sono la mia), se serve a far capire qualcosa, a cambiare qualcosa. Addirittura il ministro dell’ordine pubblico, che se i negretti non stanno dietro al grilletto di solito tacet, ha fatto la voce grossa, ha detto caporali ha detto sfruttamento ha detto mafia. Allora uno dice vedi, menomale, anche lui farà qualcosa di buono come quell’altro, sgomineremo il caporalato. Perché la colpa è dei caporali, no? No.

I caporali di fatto sono la penultima ruota del carro: sono quelli che provvedono alla logistica, diciamo così, in una situazione senza regole e organizzazione. Dal reclutamento per il lavoro a giornata, tutti in fila prima dell’alba tu vieni tu no (uh? Come nell’ottocento? Sì, proprio come nell’Ottocento), al trasporto per e dai campi, fino alla sistemazione per la notte, baracche a 5 stelle com’è noto. Perché non vanno ai centri per l’impiego? Magari al contrario di quello che si dice, qualche italiano che questi lavori li vuole ancora fare c’è, che ne sai, e sta iscritto al collocamento. Non ci vanno perché sanno che i proprietari delle terre offrono poco e niente, qualche euro a giornata, se non qualche centesimo a quintale, e quindi a fare la raccolta ci può andare solo chi è veramente disperato. Ah, ok. Allora la colpa è dei proprietari terrieri, no? No.

I proprietari delle terre – che sarebbe eccessivo chiamare agricoltori anche se spesso godono delle agevolazioni e delle sovvenzioni destinate ai coltivatori diretti, ma sarebbe forse ingeneroso definire latifondisti – sono costretti a cercare di pagare tutti il meno possibile, perché i loro margini di guadagno sono bassi, e si riducono sempre di più. Infatti nella maggior parte dei casi i venditori non possono stabilire i prezzi, ma li subiscono. Sembra strano ma è così, di solito chi vende una cosa la mette a un certo prezzo, ma qua è il contrario.

Dipende dalla particolare situazione: in ogni zona esistono poche, o addirittura una sola industria di trasformazione (quella che fa i pelati per capirci). Quella arriva da te e dice oggi per un quintale di pomodori non ti do più 2 euro, te ne do uno. Non ti sta bene? Non compro. E i pomodori ti marciscono in casa. In economia si chiama monopsonio, fa ridere ma è il contrario del monopolio, dove c’è un solo venditore, qua c’è un solo compratore, e può essere anche peggio. Allora, evviva, la colpa è dell’industria, no? No.

L’industria a sua volta è schiava della GDO. Se il nome non ti dice niente, sappi che è quella che ti mette in tavola il 90% delle cose che mangi. È la Grande Distribuzione Organizzata, quella che fa da intermediario tra l’industria e il venditore diretto, ovvero i supermercati e le catene. La GDO fa esattamente come fa l’industria con gli agricoltori, anzi peggio. Il meccanismo è quello delle aste, perché i venditori sono tanti e il compratore è uno: e sono aste al ribasso, o al doppio ribasso. Che senza entrare nei dettagli tecnici, già il nome fa paura. Quindi, eureka, la colpa è della GDO, no? No.

La GDO,  poverina… No aspetta, rifacciamola. La GDO sostiene che lei, poverina, non può farci niente. È il mercato che è cattivo, perché e questo che vuole la gente, dice, un po’ come dicono i direttori di palinsesto della tv spazzatura. Solo che mentre lì la qualità può essere un elemento opinabile, qui alla fine c’è una sola cosa che conta, ed è misurabile: il prezzo. Come faccio a metterti i pelati a 29 cent, quando quello è un altro poco il costo solo della lattina vuota? Come faccio a mettere il supermercato in condizione di farti l’offerta, la superofferta, il 3×2, il sottocosto? Allora, eccoci arrivati: la colpa è tua, no?

Eh no, dai. No. Non voglio mica scaricarti addosso il peso di tutto. Perché è vero, come dice Stefano Liberti su Internazionale, che “quando noi compriamo sottocosto, c’è sempre qualcun altro che quel costo lo sta pagando”. Però come faccio a darti la colpa, quando so che non arrivi a fine mese, tra il lavoretto in agenzia e la pensione d’invalidità della nonna, e l’offertona della pummarola in lattina ti risolve il problema della cena. Oppure, anche se a fine mese ci arrivi sereno, mica puoi sempre comprare dal biologico o dal contadino, è vero che la qualità si paga ma a te sinceramente quel sugo dell’ipercoop t’è sembrato buono uguale a quello del gruppo d’acquisto solidale, se non meglio. E poi uno si deve rilassare almeno quando va a fare la spesa, mica puoi sempre stare nel mood fa’ la cosa giusta.

E allora? Di chi è la colpa? Di tutti. E di nessuno. Perché è proprio così che funziona questo sistema economico. Il capitalismo non redistribuisce le ricchezze, redistribuisce le colpe. Frammenta le responsabilità, fino a ridurle in pezzettini così piccoli da essere invisibili, irrilevanti. E poi dà un pezzettino a ognuno, ognuno se lo guarda, il suo frammento, e dice, io? Ma figurati. E ha ragione. E ha torto. E ha ragione.

Di chi è la colpa? Del sistema, si sarebbe detto una volta. Ma il sistema è solo un concetto astratto, un modo di dire, una metafora, un’invenzione dei noglobal sessantottini, il Sistema non esiste, ahahaha, ciao, vado a farmi una pasta al pomodoro.

(articolo uscito su Minima&moralia il 9 agosto 2018)

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Immigrati

Vengono qui, e ci rubano il lavoro. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase, prima riferita ai meridionali al nord, poi ai meridionali del mondo in Italia. E da quanto non la sentiamo più, invece, questa frase, forse perché il lavoro, chi l’ha visto? Eh, ma fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Altra tiritera, altro luogo meno comune e più feroce. Sta di fatto che siccome qua parliamo di musica, per fortuna o purtroppo, tocca dire di suoni e non di flussi migratori. Però. Visto che il mese scorso abbiamo detto di suoni italici che in qualche modo viaggiavano, invadevano spazi e tempi altri, stavolta facciamo il contrario. E forse anche la prossima volta. Ascoltiamo cioè suoni che viaggiano e invadono i tempi e gli spazi nostri. Musiche e musici che sono qui a rubarci il lavoro.

E partiamo proprio da un superclassico del genere: il senegalese ambulante, il vu cumpra’ come diceva mio padre, ora anche lui ha smesso di dirlo, potenza del politically correct, e dice di nuovo semplicemente, serenamente, negro. Idrissa Sarr per la verità non è sbarcato mezzo annegato a Lampedusa, non è stato rinchiuso in un Cpt, non ha girato le spiagge del Salento con ottanta chili di mercanzia taroccata su una spalla. Nato nel ’79 a Dakar, musicista figlio di musicisti, ha però comunque affrontato un viaggio e un processo di sradicamento, e in Salento ci è finito lo stesso, ma come esordiente nella casa discografica 11/8 di Cesare Dell’Anna, che pubblica questo Immigration (ma va’). “Il turista col baffetto mangia il cocco ed è perfetto”, cantilena il venditore di cocco sull’infinita sabbia salentina, e non si capisce se allude ai mustacchi dell’estensore di questa nota, o al gallipolino D’Alema. Ma è italiano, bianchissimo, e tiene i baffi pure lui. Mentre si susseguono in un flusso continuo venditori di tutto il resto, e sono neri, e sono stremati dal caldo e dal peso, e si portano dietro a volte i figli piccoli che non sai se incazzarti perché li schiavizzano o essere contento perché non li hanno buttati da qualche parte. Ora, probabilmente anche quella sta per finire, ma l’industria discografica del falso, del masterizzato, del pezzotto con la copertina sgranata, prende una larga fetta affianco a braccialetti e canotti. E ragazzi, qui non è che ci stiamo a scandalizzare per la violazione del copyright: è che se il negretto viene beccato con la merce contraffatta, scatta se gli va bene il sequestro totale, il che vuol dire bancarotta visto che – lo sapevate? – l’ambulante per definizione non ha scorte di magazzino, non ha magazzino. If you can’t beat ‘em, legalize it, deve aver pensato Dell’Anna – trombettista, discografico e ora anche creativo del marketing – quando ha lanciato questa idea: “Mercato nero”. Un modello di distribuzione e vendita dei cd che s’insinua tra i due giganti delle major da un lato, e del falso dall’altro: dischi originali, muniti di regolarissimo bollino Siae, in mano a immigrati muniti di regolarissima licenza di vendita, e quindi al riparo da multe e sequestri. Ma venduti “come se” fossero falsi, cioè porta a porta, melius ombrellone a ombrellone, o sulle bancarelle. Si parte naturalmente con i cd della stessa etichetta 11/8, ma si attendono adesioni delle altre piccole e indipendenti. Vedremo che succede.

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di giugno di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Baye Fall, Immigration, 11/8

Chick Corea e Stefano Bollani, Orvieto, Ecm