Il giallo neorealista di Biondillo

biondilloChe cosa deve fare un romanzo? Divertire, appassionare, sorprendere? Solo questo, e non è mica facile, secondo alcuni. Oppure offrire uno spaccato della società, a detta di altri: gettare una luce obliqua e perciò nuova sulla realtà quotidiana, illuminare la sua banale tragedia, soprattutto in quest’epoca di crisi. O infine, stando a un’altra scuola di pensiero, un libro deve cercare il suo posto nel flusso storico della letteratura, inserirsi in una fitta trama di rimandi reciproci, echi, citazioni criptate. Quale che sia la vostra opinione, l’ultimo libro di Gianni Biondillo (Cronaca di un suicidio, Guanda, pag. 192, euro 14.50) riesce a fare tutte e tre le cose, contemporaneamente. Anzi, una dopo l’altra.

Prima di tutto infatti abbiamo la suggestione letteraria: il romanzo cita in esergo una frase di Pavese (“Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto”), e nel breve antefatto vediamo i preparativi di un suicidio, il biglietto che riprende alla lettera quello dello scrittore de La luna e falò, l’arcinoto “Non fate troppi pettegolezzi”; frequenti poi sono le allusioni quasi scherzose a versi di Montale e altri grandi poeti; in ultimo è proprio un’altra, molto meno conosciuta, frase di Pavese che darà una svolta alle indagini, o forse no.

Perché le indagini ci sono e non ci sono, in questo che dei gialli di Biondillo è il più atipico, “kafkiano” dice il risvolto di copertina, o forse neorealista, purtroppo. Infatti i guai che passa il protagonista sono tutt’altro che surreali e da incubo, anzi troppo plausibili per l’Italia 2013: Equitalia che lo perseguita per un imbroglio fatto non da lui ma dal commercialista, le banche il condominio le casse previdenziali che esigono inflessibili fino all’ultimo centesimo di credito, le case che potrebbe vendere per appianare la situazione ma il mercato immobiliare è fermo, e quelli che invece dovrebbero pagarlo per i suoi lavori che rimandano all’infinito. Altro che giallo, un pianto: d’altra parte, quando l’assassino è dichiarato sin dalla prima riga, anzi dal titolo… Sicché insolito è il lavoro dell’ispettore Ferraro, che torna da altre storie dello scrittore milanese: in vacanza, e impegnato a non farsi sfuggire il rapporto con la figlia, che è adolescente e vive con la madre, si imbatte letteralmente nel cadavere e per forza di cose incrocerà persone e luoghi legati al suicida: l’ex moglie, i pochi amici, la carriera di sceneggiatore di successo ma dalla vita tutto sommato modesta e ritirata. E questo è il taglio sociale, il secondo tra i livelli di lettura che si dicevano.

Ma proprio quando la storia incomincia a mettere più tristezza che rabbia, troppo realistica e simile alle tante cronache nere della crisi, troppo “potrebbe capitare anche a me”, ecco Biondillo che piazza la zampata del giallista. Ecco che succede qualcosa, e la trama incalza, appassiona: si torna indietro per controllare particolari che sono passati inosservati, si va avanti veloce presi dall’ansia di vedere confermati i sospetti, si sbalordisce, si tifa, si ride addirittura. E di più veramente non si può dire, se non che pure l’espressione “colpo di scena” è un’esagerazione, e allo stesso tempo un eufemismo.

(Articolo uscito oggi sul Mattino)

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Sepùveda Luis, detto Lucio

Luis Sepúlveda, Tutti i racconti, a cura di Bruno Arpaia, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda 2012, 476 p., euro 18.50

Luis Sepùlveda è nato in Cile, vive in Spagna, ma è praticamente italiano adottivo. L’Italia lo ama: la gente lo ferma, lo chiama Lucio, lo abbraccia e lo bacia; l’altro giorno al Salone del libro di Torino la sala dove presentava il suo ultimo libro, Tutti i racconti, era strapiena come neanche per una rockstar. E lui ricambia: viene qui ogni volta che può, parla un italiano fluente (se pure con quella meravigliosa inflessione sudamericana che ci ricorda tanto Dieguito); e per dire, questa raccolta di racconti sia editi che inediti esce in Italia, come sempre edita da Guanda, in anteprima mondiale, ancora prima dell’edizione spagnola.

L’Italia non manca neppure nei riferimenti letterari: “Il racconto breve – spiega Sepùlveda introducendo la sua opera omnia in materia – è una grande sfida. Il romanzo sta dalla parte dell’autore: si scrive un capitolo alla volta, e se uno è debole, ci pensa quello dopo a risollevarlo. Il racconto non lo permette: è tutto nella prima frase, nella prima parola. Diceva Pavese che il romanzo è la normalità, la vita quotidiana dello scrittore, ma il racconto è ancora di più, è come respirare. E quando penso alla forma racconto, mi viene in mente che qui avete l’università del genere: il Decameron di Boccaccio. Poi viene Pavese. E dopo, certo, i nordamericani come Hemingway, e i sudamericani come Osvaldo Soriano e soprattutto Julio Cortázar, mio adorato maestro”.

Sepùlveda è famoso anche come scrittore militante, anzi l’impegno politico nella sua storia precede quello letterario, avendolo portato nel 1973 ad essere imprigionato e torturato per mesi dal regime di Pinochet dopo il colpo di stato. E nelle sue storie c’è sempre, se non il racconto diretto delle dittature, l’attenzione alle voci dei poveri, degli emarginati, degli ultimi. Ma lui sull’annosa questione dell’intellettuale impegnato ha le idee chiare: “Il mio impegno politico è diretto, nel senso che trovo giusto partecipare alla vita pubblica e dire la mia con chiarezza sulle cose che non vanno fatte. Poi, è chiaro, la mia visione si riflette nella scrittura, come estetica e come etica personale. Ma questo in certi casi si traduce direttamente in letteratura di testimonianza, in altri casi prende una forma indiretta, soprattutto attraverso l’ironia”.

Sessantadue anni, esordì nel romanzo nel 1989 con il bestseller Il vecchio che leggeva romanzi d’amore: con più di trenta libri all’attivo, è forse ancor più noto al grande pubblico con il libro per ragazzi Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Ma se gli si chiede di indicare la sua opera preferita, non dà la classica indicazione ruffiana dell’ultimo libro; e neanche dice quello dell’anno scorso, Ultime notizie dal Sud, che pure ha la bella particolarità di essere un reportage di viaggio in Patagonia con fotografie annesse. Cita invece Un nome da torero: “Considerato un minore, ma è il mio preferito. Tra tutti i personaggi che ho creato, il protagonista è, tolte le circostanze contingenti, quello che ha più di me. Se volete trovarmi, cercatemi lì”.

(Oggi sul Mattino di Napoli)


Ironia della morte

La macchina della morte, Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki !, ed. Guanda, pag 533, euro 19

Almeno sapere di che morte dobbiamo morire! È da quando l’uomo è uomo che fa a botte con questa idea: da quando ha acquistato coscienza della morte, differenziandosi dagli animali, quindi appunto da quando è uomo. La conoscenza dei fatti futuri, e in particolare di quel fatto, da un lato attrae, dall’altro spaventa. Può paralizzarti la vita, o incasinartela, anche perché spesso è una conoscenza incompleta, ambigua. I greci e i latini su questo ci hanno costruito un’intera letteratura: ibis et redibis non morieris in bello (in italiano suonerebbe “andrai e tornerai mai morirai in battaglia”) è il famigerato responso della Sibilla che, a seconda se la virgola la metti prima o dopo il “mai”, significa salvezza o morte; e non a caso “sibillino” è passato nell’uso comune. Per non parlare degli oracoli della Pizia, con Edipo e i genitori, per dirne una, che fanno di tutto per stare lontani, e finisce come sappiamo.

Data l’immensità, la monumentalità dei precedenti, a nessuno sarebbe venuto in mente di tornare a misurarsi con quell’idea. Tranne che, ovviamente, a tre giovanotti americani, i quali come si sa hanno sprezzo del ridicolo e un rapporto molto più sciolto con la cultura classica. Di qui un intero progetto, solo al termine del quale è arrivato il librone oggi pubblicato da Guanda: La macchina della morte, sottotitolo Notizie da un mondo in cui le persone sanno di che morte morire, a cura di Ryan North, Matthew Bennardo e David Malki ! (così, con lo spazio e poi il punto esclamativo, mah). L’ingranaggio è stato messo in moto da una striscia di fumetti, addirittura: s’immaginava un racconto in cui appunto una macchina ti preleva il sangue e poi sputa fuori la sentenza, con poche e determinate caratteristiche. Subito incominciarono ad arrivare le ipotesi dei lettori, al che i curatori esplicitamente invitarono tutti a mandare racconti, tenendo come vincoli le tre semplici caratteristiche: uno, sul foglietto c’è il solo responso, di poche parole, né data né altro; due, è volutamente ambiguo (ironia della morte: se ti esce “vecchiaia” sei felice e tranquillo, ma il giorno dopo vieni ucciso da un vecchio); tre, la macchina non sbaglia mai.

Sono trenta racconti (tra i seicento e oltre arrivati) più quattro dei curatori, brevi e morbosamente intriganti. Veramente ce n’è per tutti i gusti, dall’horror alla fantascienza al noir, dal giallo all’umoristico al tragico. Alcuni caratteri comuni: spesso il protagonista non muore, il racconto cioè non inquadra il momento della morte, ma a volte quello della scoperta, a volte semplicemente la vita quotidiana (si fa per dire) di chi sa. Indagate spesso sono le figure tipiche che ruotano attorno alla macchina: il custode che consegna i foglietti ai clienti, il direttore marketing che deve inventarsi una campagna di lancio del prodotto, in ben tre casi i racconti si concentrano sugli inventori. Altre volte invece l’ambientazione è post-apocalittica, in un mondo dove, decenni dopo la scoperta della macchina, il test è obbligatorio alla nascita e la popolazione è divisa in caste a seconda dei risultati. Spesso, com’è naturale, le narrazioni si concentrano sulle implicazioni logiche: siccome la macchina non sbaglia, anche se sai come muori non puoi fare niente per evitarlo, sicché spesso finisci per provocarlo; è la vecchia terribile storia della profezia che si auto-avvera, ben esemplificata dal caso di quelli a cui esce “suicidio”, e che subito dopo averlo letto iniziano a incupirsi, a cercare cause di depressione, fino ad ammazzarsi ben presto. In questo ambito un fulminante capolavoro è il racconto che porta il titolo (e che non va molto oltre il titolo, ora capirete perché) HIV contratto tramite ago di Macchina della Morte.

Pur se a volte la tentazione, quasi la necessità, connaturata al racconto breve, di piazzare il finale a sorpresa, rende alcuni pezzi incomprensibili, nella maggior parte dei casi è divertimento puro. O terrore puro. Ma non solo: “Il test fa sembrare la morte più vicina, più normale. Siamo tornati a renderci conto che è ovunque, intorno a noi, in continuazione”, dice un personaggio. In effetti lo sconvolgimento che una macchina del genere porterebbe nella realtà, perfettamente plausibile anche se completamente illogico, ci porta a riflettere a contrario sul fatto che, anche se non sappiamo il come, abbiamo la certezza del se: siamo tutti moribondi, c’è poco da fare, e l’angoscia che ci prende nel rifletterci su dimostra che la morte è la Grande Rimossa della nostra civiltà.

Per cui va bene, non lo leggiamo tutto in una volta perché è lungo (533 pagine) e l’inevitabile ripetitività nuocerebbe agli ultimi racconti, che invece non mancano di riservare qualche variazione inattesa (come quello esplicitamente intitolato Niente, o quello che ipotizza che a un certo punto la macchina si sia messa a sputare, ogni tanto, previsioni complete di data esatta, creando così una sottocasta di disperati intoccabili). Teniamolo lì, e andiamo a piluccare una storia ogni tanto. In modo che la prossima volta che qualcuno ci dice “ricordati che devi morire”, potremo rispondere meglio di Troisi: “Aspe’, mo’ me lo leggo”.

(Una versione ridotta di questo articolo è uscita oggi sul Mattino di Napoli)