Roll over Beethoven

Aldo Varriale + 30 agosto 2012

(Poi dice che faccio sempre le premesse, poi dice che parlo sempre dei fatti miei. Ma questa è curiosa. Il seguente racconto l’avevo scritto per una rivista di musica, e perciò è di ambientazione musicale, anche se quelli che hanno letto Non siamo mai abbastanza ci riconosceranno qualche personaggio: insomma è una specie di spin off del libro mio. Però quando si sono accorti che io collaboro e anzi ho addirittura una rubrica su un’altra rivista musicale (Blow up), hanno fermato la pubblicazione. Non si capisce quale danno avrebbero potuto ricavarne, ma forse si capisce qualcosa sullo stato comatoso dell’editoria italiana attuale. Comunque, questo è il racconto, enjoy it!)

Appena entri dentro alla sala prove tutti si fermano e si girano a guardarti, manco avessero visto la buonanima di Kurt Cobain. L’imbarazzo lo puoi quasi sentire, è come il ronzio fastidioso che fa il jack quando Amitrano lo stacca dalla chitarra senza abbassare il volume dell’amplificatore, fino a che qualcuno se ne accorge e dice Guagliù ma chi è ‘o strunz’ ca nun ha stutato. Ma naturalmente non lo puoi sentire davvero, l’imbarazzo, e neanche il ronzio, perché gli strumenti sono tutti attaccati, stavano già suonando. Stai là immobile, pensi chi me l’ha fatto fare, è la prima volta che rimetti piede in sala, stanno tutti immobili, ma in qualche modo si deve risolvere. Risolve Rafele Amitrano con una delle sue, si avvicina con la fender a tracolla e il sorrisetto non-me-ne-frega-un-cazzo-di-voi-borghesi-di-merda-e-del-vostro-politicamente-corretto, ti porge la chitarra Vuoi suonare. Tu alzi il dito medio ma ti metti a ridere, ridono tutti e ti iniziano a salutare. Dice Pierluca Perrone Vabbuò perlomeno fai ‘na canna Marcolì, e ti mette un pezzo di fumo in mano. Tu ti siedi sul divano assieme agli altri parassiti e inizi a squagliare. La sala prove di via Iommelli, un’enclave di libera cannabis, e anche il locale annesso, sembra di stare ad Amsterdam, pubblico ma spinello-free, come quell’altro posto nel centro storico, la Caverna di Dioniso, altra enclave, vabbè che ultimamente a Napoli sono più i posti dove si fuma tranquilli che altro, si fuma a piazza San Domenico con i guardi affianco, si fuma a Casa bruciata, si fuma ai giardinetti di via Aniello Falcone, si fuma a Valle dei Re, un’enclave appresso all’altra e in mezzo qualche piccola zona proibita.

Guardi Raffaele che anche mentre Perrons canta si accanisce sulla pentatonica, come cazzo fa a fare gli assoli pure sotto alla voce, pure senza chitarra ritmica, non capisci. Amitrano tecnicamente forse è inferiore a te, ma sicuramente ha più musicalità, e poi ti ha dato tanto, ti ha fatto vedere il blues, ti ha insegnato a lasciar andare la testa mentre suoni. Una nota, una nota lunga mette all’inizio dei pezzi, di solito la quinta, sol se l’accordo è DO, ed è come la sua firma. Chiudi la bomba e la fai accendere a Mario Mari che si era messo dall’inizio a falcheggiare vicino a te, Mario Mari si chiama proprio così, e non solo, ha pure la sorella che si chiama Maria e ultimamente hai scoperto che ce n’è un’altra, Mariella, Mariella Mari: ‘sti genitori, pensi, ma una fricchettonata del genere i tuoi non l’avrebbero mai fatta, apposta non ti hanno messo nome Carlo anche se gli piaceva, Carlo De Carlo, ma ci pensi, e il risultato è che mo’ un sacco di gente ti chiama Carlo, anche quelli che non sanno il tuo cognome e che quindi non si capisce con cosa si confondono. Mario è il capofila dei parassiti: tutte le volte che andate in sala, una volta a settimana, si accodano una serie di personaggi che con la musica non ci appizzano niente, che non tengono manco lo stereo a casa, ma che gli fa comodo fumare al sicuro e al calduccio. E soprattutto a scrocco. Sono cinque o sei personaggi, e neanche degli amici più intimi, femmine manco a parlarne, se non qualche rara guagliona di qualcuno, che per lo più se ne sta tutto il tempo a sbuffare in mezzo alla cappa che dopo cinque minuti già appesta la sala sigillata. Almeno, questo era l’andazzo prima, ma evidentemente non è cambiato.

Alfonso da dietro la tastiera e la sigaretta ti osserva, non capisci se con più curiosità o più compassione. Non la riesci a decifrare quella sua faccia da uomo fatto, eppure è il più piccolo di tutti, sempre quella barba di un giorno, da cinquantenne sconfitto, quello sguardo triste o tamarro, non si sa. Fonzo, Fonzarello, è lui il vero mito del gruppo, talento puro, non sa manco i nomi degli accordi, dice Questa quale canzone è, Luca, quella dove c’è Mi col nero. Intende Mi maggiore. E intanto è lui l’unico che riesce a tenere testa al tizio della sala prove, uno dei due che la gestiscono fa il batterista, ogni tanto viene ad affacciarsi e quando vede che siete alla deriva si mette dietro ai tom e parte. Una volta fecero un duetto lui e Fonzo, che tu provasti a mettere due note ma subito Rafele ti fece Ssssh. Una cosa totalmente improvvisata, ritmo assoluto e fuochi artificiali, sembrava uno di quegli album free-fusion di Billy Cobham, finì con una rullata micidiale e Fonzo che sbatteva sui tasti con le mani aperte, crollando sulla tastiera ma in perfetto sincrono con l’ultima mazzata sui piatti, e poi cadendo a terra appresso allo strumento e al supporto e a tutto. Con voi che non aveste il tempo di fare la ola perché vi cacaste sotto pensando che si era fatto male, Alfonso è zoppo, non si è mai capito bene che tiene, Pierluca dice che è progressiva, che al liceo lo vedeva arrivare a scuola in bicicletta, e mo’ a stento ce la fa a portare il motorino, e per camminare ci vogliono due persone che lo aiutano, che lo trascinano. Dice pure, Pierluca che è suo amico, cioè l’unico che lo conosce un poco meglio e che ci parla, che i genitori non lo vogliono far uscire tanto, che mo’ che la scuola è finita non ha scuse per stare in giro, e perciò pure è importante suonare, così lo costringete a venire fuori, che forse se facesse un po’ di fisioterapia migliorerebbe, o peggiorerebbe più lentamente, ma loro lo tengono chiuso in casa, che è sopra al ristorante che tengono, tamarri e ricchi sfondati, ‘sti genitori, i tuoi non farebbero mai niente del genere ma che c’entra, ogni genitore è stronzo a modo suo.

Ti passano lo sbrinoffio e fumi, avevi paura che non saresti riuscito più, che per come sei combinato ti sarebbe esploso il cervello, visto che già prima certe volte un po’ andavi in paranoia, invece ora no, anzi. Aspiri, gratta in gola, vorresti darlo a Perrone così magari si calma, lo vedi che si agita e urla e si fa rosso e gli si gonfia il collo e una vena della fronte, il pezzo è quello dove c’è l’accelerazione, che inizia tutto tranquillo e poi aumenta di dinamica e di velocità, e poi di nuovo giù, e poi di nuovo su, due accordi da massacrarti le dita, tu, ma una delle cose migliori del gruppo, almeno ha un senso. Piero Perrone, se non fosse per lui che ci tiene così tanto, e che anche dopo ha insistito per continuare, ma mica te la potevi prendere. Sa suonare sia chitarra che pianoforte ma in gruppo canta solo, lui è quello che scrive i testi, lui è quello che compone le musiche, lui è quello che offre il fumo a tutti. Qualche volta ci hai anche provato, a cambiare le cose, a proporre qualche cover riarrangiata, o qualche pezzo strumentale facile facile, ma niente, i Crack non fanno pezzi di altri, i Crack, che originalità, che poi un giorno Pierperron se n’esce che ha scoperto che un gruppo che si chiama Crack c’è già e quindi dovete cammbiare nome, come se qualcuno vi potesse sgamare poi, come se pubblicaste dischi o suonaste nei locali, e comunque Filuccio Amitrano tutto gasato dice Senti senti che nuovo nome geniale ha trovato Pierluca. E Perrone tutto soddisfatto: Ex-Crack.

Tino Treves scende dalla pedana rialzata dove è messa la batteria e si avvia fuori. Non si è incazzato, credi, anche se è il tipo che fa le sparate, è che semplicemente deve prendere un po’ d’aria. Poverino, è l’unico che non fuma, manco le sigarette, e gli dà un fastidio di pazzi. In realtà è l’unico che fuori di lì non fa parte della comitiva, non esce con voi, non avete molto in comune tranne la musica, anzi manco tanto quella veramente, a lui piace roba strana, una volta è arrivato in sala con un walkman nelle orecchie e si è messo a suonare, poi ti passava le cuffie e diceva Senti, senti che bello, è Mango, dài prendi la chitarra, vienimi dietro. Poverino però, anche lui ci tiene assai, forse la prima volta che venne a provare, a un cento punto tra un pezzo e l’altro si alza, si mette la mano sul petto e fa: Ragazzi, ve lo dico col cuore in mano, voi mi state facendo vivere. E poi è stato il primo dopo il fatto che ti ha mandato un sms. Come fai a mandarlo via uno così anche se non ci azzecca niente, e poi anche volendo come fareste senza batteria, già vi manca cronicamente il basso, come fareste, come farebbero.

E tu, qual è il tuo ruolo. Ti piaceva pensare di essere l’arrangiatore, anche se quali arrangiamenti, quattro accordi in loop e poi si parte in un flusso di coscienza collettivo dove ognuno fa quello che vuole, entra e esce a piacere. A volte era bello starci dentro, ti sentivi in una di quelle cavalcate tipo Grateful Dead o jazz-rock modale, qualche volta di queste dobbiamo registrare perché tutta questa bellezza è come i sogni che si dimenticano all’alba, pensavi, poi un giorno avete fatto una cassetta ma riascoltarla è stato penoso, tutti fuori tempo e gli strumenti scordati, hai voglia a dire colpa del registratorino, hai voglia a dire colpa che siamo sconvolti, siete scarsi e basta.

Basta, ti alzi e vai verso la porta, niente, non è stata una buona idea venire, volevi fargli una sorpresa o una provocazione ma la provocazione non è arte tua, volevi dimostrare qualcosa a te stesso, ma che hai dimostrato, questo, che non ce la puoi fare. Stai girato di spalle, gli amici ti stanno chiamando, pensi che ti stanno chiamando, perché non puoi sentirli, non puoi leggere il labiale, non puoi guardarli gesticolare in un rudimentale LIS che alcuni di loro si stanno sforzando di imparare, che teneri. Magari si pensano che stai tipo piangendo, o che comunque sei disperato, perché non puoi più suonare, perché non puoi più ascoltare, perché hai perso la musica, ma non è vero, perché tu la musica ce l’hai in testa, e finalmente è solo quella che vuoi tu, senza limiti tecnici e senza compromessi umani, per esempio in questo momento ti stai suonando in capa una cover assurda, una pietra miliare del rock ma in versione super rallentata stile funeral band, con le cornette che stridono come nei pezzi del Keith Tippett Group, Roll over Beethoven, rullala anche tu sta canna, vecchio sordo.

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