To: it’s complicated

Certo c’è stata
laggiù una storia molto complicata
ci va una bella forza per lanciare
un piano a coda lunga in alto mare

In un mondo sempre più complicato, signora mia, c’è bisogno di un po’ di semplicità, nevvero? E chi l’ha detto. Può essere pure il contrario: può essere pure che per orientarsi nella complessità della vita contemporanea, la risposta sia accettare la complicazione, abbracciarla, assimilarla per osmosi, complicarla ancora di più, finché non sarà più chiaro se di resa si è trattato, o di trionfo. Per esempio, c’è chi sostiene che l’unico rimedio all’information overload – cioè le tonnellate di news commenti foto minchiate che affollano internet su ogni minima quisquilia, al punto da renderlo quasi non navigabile – il rimedio sarebbe non meno informazione, ma più informazione, organizzata regolata strutturata, s’intende. Il dibattito è aperto: ci salveranno le vecchie zie, o i nativi digitali? Probabilmente non ci salverà nessuno, ma questo è un altro discorso.

The Arch-copPer chi ama complicarsi la vita, questa Caravan parte: alla ricerca della bellezza nella complessità, nella stratificazione, nel casino totale. Prima tappa, Eva quartet & Hector Zazou, The Arch. Badate bene, stiamo parlando di un morto: Zazou non è più dei nostri, e da quasi cinque anni. Questo non è per avanzare sospetti o accusare di macabre strumentalizzazioni – ché ben altre schifezze abbiamo visto (perché a sentirle non ci penso proprio), da Cole Porter a De André risuscitare in studio e duettare con gente che da vivi non ci avrebbero preso manco un caffè – dato che non è questo il caso. Già qualche anno fa, con sorpresa e divertimento, avevo avuto modo di sentire un postumo di Zazou, Oriental Night Fever, discomusic anni ’70 etnicizzata, con due musicisti italiani (a cantare Barbara Eramo e a suonare Stefano Saletti, che ricompare anche qui con un bouzouki). The Arch è un altro progetto che, come quello ma più ampio e complicato, il musicista francese stava portando avanti e anzi aveva quasi terminato quando ha dovuto lasciarlo per causa di forza maggiore. Rimarcare allora la sua condizione di fu capo-progetto è utile per evidenziare la prima complicazione, che è una complicazione temporale, uno shift tra i momenti vari di ideazione/registrazione/produzione/distribuzione tutt’altro che infrequente (in questi giorni stavo ascoltando un cd registrato nel 2005 e uscito adesso), ma che in occasioni come questa balza all’occhio. Fin nei dettagli più banali: tipo i nomi dei diversi batteristi che hanno suonato nei vari pezzi, e che solo Zazou sapeva ma non ha fatto in tempo a lasciare scritti.

L’idea originale del disco, come racconta l’altro project manager Dimiter Panev, era fare una delicata fusione di elettronica e voci bulgare (elettro-etno in pieno stile Zazou insomma, pare che abbia fatto sempre quello). Ah, il mistero delle voci bulgare. Quelle fantastiche armonie che sì, è vero stanno all’incrocio tra oriente e occidente, mitteleuropa balcani e Turchia, sacro e profolk, ma insomma più o meno come tutto il resto, è pur sempre roba che girato l’angolo: e allora perché invece sembrano venire da un’altra galassia? Le voci bulgare che con il loro fascino ipnotico hanno divulgato musicisti e suoni ben più ostici e sconosciuti: hanno reso famosa Kate Bush in tutto il mondo, e in Italia hanno fatto vendere un botto a un gruppetto off lumbard con il disco Italyan, Rum Casusu Çikti…hierba cop

(Questo è l’inizio della mia rubrica Caravan su Blow up di aprile. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Eva quartet & Hector Zazou, The Arch, Elen music

Mala Hierba, Alisachni, Working Bee

John Surman, Saltash bells, Ecmsurman cop

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