Una giornata particolare

tomatoes

Stamattina sono andato al banchetto di frutta e verdura vicino casa, e ho comprato un chilo di pomodori. Il venditore me li ha incartati, io li ho messi nella busta e gli ho detto che naturalmente li avrei pagati solo dopo averli usati, cioè dopo averci fatto il sugo e averlo mangiato con la pasta. Lui non ha avuto niente da obiettare, mi ha solo raccomandato di farlo al più presto perché passato qualche giorno avrei rischiato di non poterli più utilizzare.

Tornando sono passato davanti alla salumeria, il salumiere che era lì fuori mi ha salutato, abbiamo fatto due chiacchiere e poi lui, con molto tatto e discrezione, mi ha chiesto com’era la ricotta che mi aveva dato la settimana scorsa. Gli ho risposto che non lo sapevo, in quanto avevo dovuto buttarla: infatti la settimana scorsa un giorno siamo stati a cena fuori, un altro giorno ci hanno invitato i vicini all’ultimo momento, poi eravamo sempre pieni di avanzi, e alla fine era scaduta. Lui mi ha rassicurato che per carità, non mi dovevo giustificare, essendo nel mestiere da tanti anni lo sa benissimo come vanno queste cose, peccato solo che quella ricotta era davvero ottima, anche se ovviamente non avendola io assaggiata non poteva chiedermi nessun compenso. Mi ha domandato se per caso mi serviva qualche cosa, gli ho detto no grazie.

Dopo un po’ che ero a casa, ha citofonato il proprietario dello stabile, dicendo che passava di là e che voleva sincerarsi fosse tutto a posto. Dopo mezz’ora che parlavamo del più e del meno, gli ho chiesto, percependo un leggero imbarazzo, se per caso non avesse qualcosa da dirmi. Mi ha risposto che sì, in effetti era curioso di sapere come mai, senza per questo voler invadere la mia privacy, non avevo ancora versato l’affitto di agosto. Gli ho detto nessun problema, dubbio legittimo, anzi mi sono scusato di essere stato poco chiaro: in effetti il mese di agosto lo abbiamo trascorso tutto in un residence sul mare, posto assai carino, senza nulla togliere al comodo appartamento di città in cui abitiamo. Per cui avendo vissuto per un mese in un’altra casa, ho pagato l’affitto al proprietario di quella casa, e naturalmente non potevo mica pagare due volte per la stessa cosa. Lui non ha avuto niente da obiettare, anzi si è scusato perché in effetti, ha detto, poteva pensarci che il motivo era quello, ovvio.

Poco prima di pranzo sono andato a lavarmi le mani, ho visto che il rubinetto sgocciolava un po’, allora ho chiamato un idraulico. Lui è arrivato dopo cinque minuti, ha capito subito il problema, che era un po’ più grave di quel che poteva sembrare: ha lavorato un’oretta ma alla fine il guasto era riparato. Ringraziandolo, gli ho spiegato che essendo la prima volta che faceva una cosa per me, non lo avrei potuto pagare nei regolari 120 giorni dalla fine del mese in cui il lavoro era stato fatto: per motivi semplicemente contabili, dovevo inserirlo nella lista dei collaboratori di casa, cosa che sicuramente avrei fatto nei successivi giorni o settimane. Lui non ha avuto niente da obiettare, mi ha detto certo se la procedura che usate è questa, intanto provvederò a mandarle i miei dati. Ci siamo salutati cordialmente e mi ha detto di tenerlo presente se mi servivano altri lavori, gli ho detto non mancherò.

A pranzo mi sono fatto una pasta al sugo con una scatoletta di pomodori pelati, che avevo conservato per i casi di necessità. Nel primo pomeriggio sono andato dal medico, un ottimo specialista che mi cura da anni. Nel congedarmi, gli ho comunicato che, in seguito a una attenta analisi del bilancio familiare, io e mia moglie avevamo deciso di ridurre il budget per le spese del suo ambito, sanitarie e affini: quindi a partire non da quella visita, ma dall’intervento di tre mesi fa, che dovrò liquidargli prossimamente, il suo compenso è diminuito del 25%. Non ha avuto niente da obiettare, anche se ho visto che ha fatto una faccia un po’ dispiaciuta. Eppure ho cercato di dirglielo col massimo della cortesia, ma questi dottori si credono di essere chissà chi.

Uscendo dal medico sono andato a prendere la bambina all’asilo, nel corridoio ho incontrato la direttrice che mi ha ribadito tutta la sua stima e affezione, a nome dell’intero istituto, e mi ha chiesto se potevo andare loro incontro versando almeno una percentuale delle rette relative all’anno scorso. Le ho risposto mortificato, dicendo che in realtà ero io che avrei dovuto avvertirli, perché data la crisi del settore, e la congiuntura generale sfavorevole, che lei ben conosce, tutti i crediti e le pendenze restavano sospesi fino a data da destinarsi. Lei non ha avuto niente da obiettare, e io le ho detto di stare tranquilla perché la situazione contingente non metteva minimamente in dubbio né l’esistenza dei crediti stessi, né tantomeno la mia alta considerazione per i servizi offerti dalla sua scuola materna.

Tornato a casa, nella buca delle lettere ho trovato una comunicazione della società del gas. Che mi pregava di dare corso ai pagamenti sospesi, altrimenti con sommo rammarico avrebbero pensato persino all’eventualità di non proseguire il rapporto. Non rispondo, non ci penso neanche, come minimo mi devono telefonare o venire a fare visita. E se anche lo facessero, come hanno fatto quelli della luce l’altro giorno, gli metterei bene in chiaro alcune cose: in primis, sono loro che hanno insistito tanto per iniziare questa fornitura, tempestandoci di telefonate, email, depliant e offerte; a noi certo fa piacere, però sono stato onesto fin da subito, non potevamo promettere niente, tantomeno una durata indefinita del rapporto. Secondo, gli farei capire con un cortese giro di parole, che possono anche interrompere quando vogliono, sai quanti altri ne troviamo come loro, se non meglio: c’è la fila lì fuori.

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Un SalTo necessario

Il Salone è finito, viva il Salone! Nei giorni scorsi qualcuno, non ricordo chi, scusate, ha detto o ha scritto qualcosa tipo: quest’anno la fiera del libro di Torino sembra la sala da ballo del Titanic. Ora a me – e non solo a me – più che altro è sembrata la terza classe del transatlantico mentre il ghiaccio fa il suo dovere. Non mancava cioè la consapevolezza dell’affondamento imminente: tra i dati sulle vendite in calo, le statistiche sulla ggente che leggono sempre di meno mannaggialloro (no, i link no) e di contro l’organizzazione che declama un costante record di presenze (il che mi fa venire in mente un noto modo di dire napoletano).

Chiaro, tutti stanno qui a guardarsi attorno per capire in che direzione muoversi. Ma quelli che avrebbero i mezzi per mettersi in testa alla carovana – grandi editori, organizzatori di grandi eventi, strutture pubbliche come il Centro per il libro e la lettura – sembrano invece i più disorientati. Mentre spunti di riflessione vengono dai piccoli, dai singoli, dagli outsider. Così restano ancora valide, purtroppo, molte delle considerazioni fatte da Tropico del Libro prima del Salone – purtroppo perché vuol dire che passi in avanti non se ne sono visti. Così, pesano come iceberg le 10 domande poste da Annamaria Testa agli editori: semplici, documentate, esplosive.

iceberg

Una delle questioni messe in campo dalla Testa riguarda le biblioteche: che dovrebbero essere centri di vitalità (lei cita l’esempio delle biblioteca di una sperduta cittadina americana raccontata da Elasti) e invece sono luoghi di desolazione, devastati non solo dalla cronicamancanzadifondi ma anche dalla stupidità (a me viene in mente la lettera a un giornale di un tizio che qualche giorno fa raccontava di non essere riuscito a regalare alcuni volumi a una biblioteca, in quanto era un semplice privato). Proprio nelle ultime ore del Salone, tra l’altro, è incominciata a circolare la notizia, non fresca in verità, della probabile chiusura del Servizio Bibliotecario Nazionale, l’utilissimo motore di ricerca che ti scova un libro in tutta Italia. C’è anche una petizione da firmare, speriamo bene.

Altro punto dolente, la scarsa attenzione degli editori per il web. E questo, aggiungerei io, non solo dal lato attivo – progettazione di contenuti digitali e/o in vari modi interfacciati con la rete – ma anche dal lato passivo, cioè della ricettività e attenzione verso i luoghi e i discorsi su internet. Si ha un bel dire che gli editori si sono finalmente accorti dei blogger letterari. La mia esperienza di giornalista freelance mi sta portando a toccare con mano questa resistenza: quando mi presento ed elenco i posti in cui scrivo, vedo le facce di editori e addetti stampa illuminarsi appena cito le testate cartacee – che rispetto e ringrazio, ma non sono certo il New Yorker – mentre l’interesse si affloscia quando passo al lato online. Io sono tutt’altro che un tecno-entusiasta, e mi sono trovato più volte a difendere il giornalismo tradizionale, ma insomma, possibile che questi non si rendano conto che un pezzullo su un quotidiano di media tiratura non viene letto che da poche centinaia di persone (e il giorno dopo va a incartare il pesce, come si dice) mentre un post anche sul blog più fesso può potenzialmente raggiungerne migliaia, e soprattutto rimane lì, a portata di link e di motore di ricerca, in omnia saecula?

Per trovare una via d’uscita – per chi scrive, per chi pubblica, per chi legge – bisogna muoversi, mettersi in cammino. Ma camminare non basta, si deve provare a immaginare qualcosa di nuovo e diverso, bisogna fare un salto, altrimenti tra un po’ addio SalTo (#SalTo13 era l’hashtag del Salone su twitter). Bisogna pensare forme che siano contemporaneamente più e meno di un libro: non a caso erano queste le cose più interessanti girando tra gli stand. Seguono esempi.

La scrittura industriale collettiva. Qualche post fa ho intervistato Vanni Santoni e Gregorio Magini, coordinatori dei 115 autori di In territorio nemico. Poi al Salone ho avuto il piacere di presentare il libro davanti a una sala bella piena. Oggi eFFe su Doppiozero sottolinea una conseguenza fondamentale dell’operazione: la morte dell’Autore in favore dell’Opera, con tutto quel che comporterebbe in questi tempi malati di personaggismo.

Quelli di SIC stanno progettando poi, e la sostanza di romanzo storico ben si presta, un enhanced o enriched book: insomma un ebook aumentato, che ha – o meglio, può avere – link, video, musica, immagini eccetera, una sorta di percorso multimediale tridimensionale. È questa la nuova frontiera, a detta di molti. Arturo Robertazzi lo ha fatto, con il romanzo Zagreb, e adesso sta lavorando al passo successivo con il suo nuovo romanzo: dovrebbe esserci, se ho capito bene, da una parte il libro secco, e dall’altra una vera app per smartphone e tablet, con contenuti extra sia narrativi che informativi, sui luoghi reali dove si muovono i personaggi della fiction. Il passo ancora seguente potrebbe essere, forse, quello che abolisce questa sorta di doppio binario e costruisce una narrazione in cui le forme digitali arricchite non costituiscono contenuto speciale ma parte sostanziale della storia. Avanti, chi ha il coraggio?

Sul versante opposto, ci sono i non-libri-oggetto. Come il Quaderno dei sogni, una sorta di diario per appuntarsi le visioni oniriche: oggetto di grande raffinatezza grafica, con qualche risvolto mistico-newage e qualche trucco nascosto da caccia al tesoro. Progetto portato avanti con entusiasmo più contagioso che naif da Emanuele Enrico. (Markettal advisor: in questa cosa è coinvolta anche Gioia Gottini, life-astro-dream coach e persona a me, come dire, molto vicina. Se ne parlo non è per sponsorizzarla, di certo se non fosse stato per lei non l’avrei mai scoperto).

E rimanendo in famiglia, è stato grazie alla quattrenne di casa che ho avuto la scusa per partecipare a un fantastico laboratorio sui Mostri Selvaggi di Maurice Sendak. Non c’è niente da fare, l’editoria per bambini è troppo avanti: tra pop up, disegni, libri-giocattolo e tutto quello che si può immaginare… Babalibri, Topipittori, Coccole e Caccole (!) sono solo alcuni dei tanti.

A proposito di gioco, a metà tra il gioco e l’oggetto di design si muove Tic edizioni. Scripta magnet è una collana di piccole calamite (frigo non incluso, puntualizzano) su ognuna delle quali c’è una parola. Tra le confezioni – tutte diverse ed esteticamente curatissime – alcune sono di utilità pratica, come quelle con le cosa da comprare o fare, altre sono delle piccole sfide letterarie, ecco tutte le parole dell’Infinito, te lo ricordi? C’è anche qualche libro, ma pure le magliette, e le mensole invisibili a forma di libro, e il catalogo è un pieghevole facsimile di scheda elettorale…

Libri non-libri, e con lo sguardo doppiamente rivolto all’indietro, sono quelli di Clichy (editore nato da poco, ma dalla ceneri di Barbès). Hanno preso dei classicissimi fuori diritti (Cuore di tenebra, Lo strano caso del dr. Jekill e di mr. Hyde, La leggenda del santo bevitore…) e li hanno stampati su carta da giornale, e in formato da quotidiano, prezzo 1 euro. Un’idea – poi loro fanno anche libri normali, e belli – con talmente tante implicazioni e significati che li lascio immaginare a voi.

Sempre dalle parti dell’editoria come una volta, Codice edizioni ha da poco inaugurato una nuova grafica di copertina, dove dietro l’apparenza minimale si nasconde un preciso significato di natura matematica (ovviamente). Ma, eccezione al filone scientifico, è da poco uscito un libro che è un unicum sia per contenuto che per forma: Il circo elettrico delle sirene, storia, mito e storia del mito, iconografia a colori e impaginazione a metà tra l’enciclopedia e la poesia.

Tornando, e chiudendo, sull’editoria digitale: un editore nato con gli ebook e per gli ebook è Quinta di copertina: loro cercano d’inventarsene sempre una nuova, consci del fatto che il libro digitale non è un libro di carta letto sul video. L’abbonamento allo scrittore, per esempio, con il quale si prenotano una serie di uscite scandite nel tempo. E a proposito, chiaramente la difficoltà di un editore digitale in un luogo d’incontro fisico come una fiera è: che ci metto nello stand? Quinta ha brillantemente risolto con le collane: in senso proprio, delle collanine con, al posto del ciondolo, una scheda su cui sono caricati gli ebook. Antico e moderno. Concreto e immateriale. Meno di un libro e più di un libro.


Questa non è una marchetta

Oggi inizia il Salone del Libro. Lì, come qui, si parla di libri. E si parla di blog che parlano di libri. E si parla di libri che parlano di blog che parlano di libri. Eccone uno, ottimo.

2copertinaeffeNONSOVRASCRIVEREILFILE_th Interessante per molti versi. Innanzitutto per il suo autore, e non solo perché costui si presenta come una lettera dell’alfabeto: eFFe è uno che sta in mezzo a tutte le novità più rilevanti che sono state prodotte negli ultimi anni all’incrocio tra editoria, giornalismo culturale, socialqualcosa e web. Per dire solo le prime che mi vengono in mente: la rivista nativa digitale Finzioni, la riflessione collettiva Costruire storie, il romanzo a 230 mani di SIC.

Interessante poi per la forma, o il format: trattasi di un vero ebook. Nell’ovvio senso che è uscito soltanto in digitale, e non è quindi una versione diminuita, o per allergici alla carta, di un qualcos’altro. Ma anche perché ha tutte le caratteristiche dell’ebook di non-fiction, come io me l’immagino oggi:

  • 50 pagine, troppe per finire in un post anche molto lungo, poche per essere stampate in un libro, giuste per essere lette anche su un tablet retroilluminato prima che ti venga il mal di capo.
  • Pieno di link, ma non così tanti da rendere la lettura fastidiosa, o il discorso incomprensibile se non ci clicchi.
  • Aggiornato con le cose successe, o scritte, fino al giorno prima di chiuderlo.
  • Con un bel making of alla fine, che stimola ulteriori riflessioni.
  • Autoprodotto, sia perché strutturato, editato, rivisto e corretto tutto da sé (con l’aiuto di due amici solo per la copertina e la conversione nei formati ebook);
  • sia perché autopubblicato e acquistabile su Amazon o direttamente sul suo blog.
  • Infine, di prezzo onestissimo ($ 1.49: sì, un dollaro e mezzo) e con ricavato devoluto interamente in beneficenza (all’Associazione Toscana Tumori).

Interessante, chiaro, per quello che dice. Documentato come uno che si muove nell’ambiente dei blog letterari da quando esiste, tagliente per amore non di polemica ma di precisione (il “blogger scroccone”, così si intitola il primo capito che parte da uno spassoso aneddoto personale, viene ribaltato qualche pagina dopo nel più realistico “editore scroccone”).

La rapida panoramica iniziale dei book blog principali serve a eFFe per fare due importanti puntualizzazioni, sulla disomogeneità della categoria. Disomogeneità di contenuti: diciamo infatti per comodità book blog o blog letterari, quando molti di questi si occupano volentieri anche di cinema, arte o musica; allora sarebbe più giusto parlare di blog culturali, ma neanche, perché ad esempio siti come Minima&Moralia o lo storico Carmilla presentano in maniera non marginale post di taglio politico e militante, che con la cultura c’entrano solo nella misura in cui tutto è cultura. Ma la disomogeneità è anche e soprattutto di soggetti, ambiti e strutture: i lettori tendono a dimenticarsene perché magari su internet la cornice balza meno agli occhi, mentre editori e giornalisti ci marciano per reinventarsi una freschezza e una giovinezza, però c’è una bella differenza tra il singolo blogger, il blog collettivo, la rivista online con firme potenti, il blog della star ospitato sulla piattaforma della testata mainstream… eFFe fa giustizia di tutto ciò.

Il motivo principale per cui trovo notevole questo breve saggio è però un altro: arriva a delle conclusioni. Cioè, non fa come quei pamphlet agguerriti alla Zizek che prima ti caricano a molla con tutte le ingiustizie del mondo, e poi quando sei pronto a scattare, niente, ti fanno ciao ciao e finiscono. I book blog individua dei problemi, e chiude con delle proposte. Il problema fondamentale è quello della scarsa trasparenza, delle commistioni tra editori e blogger, di ciò che può intorbidare l’indipendenza di giudizio o almeno la sua percezione, insomma delle marchette.

Ora, eFFe insiste molto sull’invio gratuito dei libri ai blogger, che così si sentirebbero in dovere di parlarne, e bene. Non vorrei sembrare ingenuo, ma a me questo sembra un problema minore: gli uffici stampa hanno sempre inviato copie staffetta alle redazioni dei giornali o a casa dei critici, è chiaro che sperano nel pezzo, è un modo un po’ più audace che mandare la semplice scheda via mail, attira di più l’attenzione; non vedo la differenza se iniziano a farlo anche con i blogger, l’unico rischio è trovarsi la casa invasa di schifezze (ma è un rischio teorico, perché ora gli editori ti mandano il pdf, e ringrazia). Perché appunto: se il libro è bello, ne parlo bene; se è così così, o proprio brutto, dopo aver perso tempo e fatica a leggerlo, non vedo perché dovrei sentirmi in dovere di elogiarlo, al massimo me ne dimentico, o se mi girano addirittura scrivo una stroncatura. Quello che voglio dire è che un libro non è (per fortuna o purtroppo, fate voi) un benefit assoluto, come ad esempio uno smartphone o un fiasco d’olio evo spremuto a freddo: in quei casi l’omaggio vincola, instaurando il classico rapporto di economia del dono. E non è un caso che i gadget tecnologici e il food siano due settori in cui le aziende investono veramente tanto (anche perché hanno mezzi, a differenza degli editori…) in rapporti con i blogger, e in cui il fenomeno della corruzione dei blog sta arrivando a livelli esplosivi.

Certo è diversa l’ipotesi, che eFFe racconta, degli inviti a incontri “privati” con l’autore, in qualche modo circondati da un’allure di esclusività. Ma appunto, secondo me il nodo è questo: la circonvenzione di blog non avviene con il regalo di volumi, ma con quella cosa ancor più impalpabile e ricercata che va sotto il nome di prestigio, visibilità, riconoscimento. L’account twitter del grande editore che non solo ritwitta la recensione (quello lo fanno tutti con tutti, ovvio) ma ogni due per tre fa sapere alle sue migliaia di follower quant’è bravo sto blogger, e com’è intelligente e simpatico e carino, e il blogger che se ne va in sollucchero: ecco la trappola.

Le proposte, allora. Per un bloggare etico e responsabile. Trasparenza, equità, rispetto del lettore, condivisione delle fonti, apertura verso il nuovo. Giustissimo, da firmare e controfirmare. Sperando che davvero più blogger possibile leggano, condividano, adottino. Passaggio fondamentale perché acquistino una coscienza di sé, dei propri limiti e della propria importanza. Però. Mi viene in mente quella pubblicità della Apple, quando Microsoft approdò al sistema a icone: “…benvenuti!”.

Trovandomi a metà del guado, un po’ giornalista un po’ blogger (o forse nessuno dei due) sono capitato spesso nella curiosa posizione di dover difendere con gli uni le ragioni degli altri, e viceversa. In questo caso i blogger culturali, parlo generalizzando, hanno tutti motivi per lanciarsi contro l’establishment muffito delle terze pagine, e raderlo al suolo. Salvo poi ricostruire, su quelle macerie, gli stessi palazzi, o almeno con le stesse tecniche. Fuor di metafora: cosa sono i 5 punti di eFFe se non le regole basilari del giornalismo? Non fare marchette (un vecchio insegnante della mio master diceva con più raffinatezza “l’ignobile pompino”); cerca le storie che si nascondono e non solo quelle grosse che ti saltano addosso; scrivi per il lettore e non per l’editore o l’inserzionista; verifica le fonti e citale. Almeno, questo è quanto mi hanno ripetuto allo sfinimento alla scuola di giornalismo, questo è quanto avevano ben chiaro i colleghi delle redazioni che ho frequentato: che poi razzolassero male è altro discorso, anzi andrebbe sanzionato più severamente (se è vero che l’ignorantia legis non excusat, la conoscenza della regola che s’infrange è un’aggravante).

Perciò sarebbe ora di dismettere le armi e le reciproche diffidenze, e lavorare per costruire una piattaforma comune: a tal fine il libro, e le proposte, e in ultimo il sondaggio di eFFe, sono ottimi impulsi. Per non dimenticare che la vera battaglia è quella per conquistare i lettori.


Precari della cultura: urge corso di autodifesa

Quando la smetteremo di lavorare gratis? Lo scorso post in tema (Dalle arance ai blog – e ritorno?) era solo l’introduzione. Eppure è stato molto letto: più che un interesse teorico, un nervo scoperto. Veniamo, come promesso, al cuore della questione. Su Rolling Stone di maggio la rubrica di Marco Mancassola e Christian Raimo è significativamente intitolata Lavoro gratis. Niente che noi precarintelletuali non ci andiamo ripetendo da tempo, per carità. Ma riportato con crudezza, con una punta di sadismo, anzi masochismo, ché i due non sono proprio dei palazzinari milionari. Scrive Mancassola:

Un sistema economico in panne, in costante assetto d’emergenza, non sa che farsene di masse di giovani intellettuali. Non ha tempo, non ha risorse, non ha progetti. Nonostante le belle parole e i richiami periodici sull’importanza di cultura e ricerca, la produzione sembra essersi scollata dalla cultura. Intere generazioni di lavoratori cognitivi e di creativi, di persone preparate a lavorare con il cervello, sono diventate superflue. Ed è sempre un pessimo segno, quando masse di persone diventano superflue.

Ora, sapete com’è la crisi. È una signora dai modi un poco bruschi. La crisi chiede agli operai di rinunciare a parte dei loro stipendi e tutele – ovvero di ricordarsi che sono solo miseri operai, non parte del ceto medio come a lungo erano stati illusi. Mentre in parallelo chiede ai lavoratori intellettuali, sempre più, di lavorare gratis. Proprio gratis.

Di esempi pratici a sostegno siamo circondati. Ne riporto solo due. Uno è noto in rete: Alberto Puliafito, giornalista freelance, da un anno aspetta di essere pagato dal mensile Maxim per un reportage dall’Aquila. La storia è stata seguita attivamente da Arianna Ciccone e dall’Isola dei cassintegrati, che hanno tentato di ricostruire l’intrico di (falsi?) passaggi di proprietà e scatole societarie. Ma il risultato finale è semplice, e temo difficilmente mutabile: Puliafito non ha avuto i soldi che gli spettavano.

Altro esempio: fatto capitato a un mio amico/collega, ometto nome suo e della testata perché non ho avuto modo di chiedergli l’autorizzazione. Il tizio non è giornalista, lavora nell’editoria, ma per passione e contiguità tematica scrive di letteratura su vari giornali. A uno di questi, un mensile, si propone, gli dicono sì, inizia a collaborare regolarmente. Zero contratti o accordi, e questa è la prassi, si sa. Zero anche chiacchiere informali, gentemen’s agreement, e anche questo è d’uso, anche se iniziamo ad avvicinarci in zona Masoch. Bene, dopo un anno (dodici mesi, dodici numeri) il collega scrive alla persona con cui si accordava per la scelta e la consegna dei pezzi – un caporedattore, quindi teoricamente un giornalista e non una longa manus dell’editore o un nipote, anche se non si sa mai – e osa chiedergli se è previsto un pagamento, ed eventualmente di quanto. Senza reclamare, minacciare o strillare: timidamente domandando. Risultato? Fine di tutto. Il caporedattore non ha risposto a quella domanda, non ha risposto a quella mail, non ha più risposto a nessun’altra mail, né al telefono: il collega non ha più collaborato con quel mensile, e ci poteva pure stare, ma non ha proprio più avuto cenni di vita da loro. Ora, ci sarebbero una serie di spiegazioni per cui un interno di una redazione si comporta così; ma sono tutte una peggio dell’altra, e soprattutto alla fine il risultato non cambia: zero soldi, zero spiegazioni, sdegnosa chiusura di tutti i rapporti per il solo aver nominato la parola “compenso”.

Niente da fare allora? Ci rassegniamo? O cambiamo mestiere? Gli stessi Mancassola e Raimo, dopo aver dipinto scenari gotici, qualcosa di positivo dicono. Citano qualche esempio di associazioni o movimenti embrionali para-sindacali (ebbene sì, siamo tornati indietro di centocinquant’anni), soprattutto affermano che “il problema passa dalla parte degli intellettuali precari”. La palla è nel nostro campo, tocca a noi. Io come dicevo un paio di mezze idee ce le avrei. Eccole.

1. Non lavorare gratis.

Semplicemente, non accettare – o peggio cercare – incarichi non retribuiti. Mi è tornato in mente il caso di una mia conoscente, nota giornalista-scrittrice, che anni fa mi disse: ho deciso di non scrivere gratis da nessuna parte se non sul mio blog, è una policy drastica ma se inizio a fare distinguo non la finisco più. Chiaro, non è facile, e soprattutto non è facile farlo da un momento all’altro: però quello dovrebbe essere il faro, l’ideale. A cui si possono fare eccezioni: il comunicato stampa per la onlus, il pezzo per il sito a gestione familiare, il contributo alla radio militante. Ma dovrebbe esserci la condizione oggettiva del noprofit – non ci guadagno io, non ci guadagnano loro – e quella soggettiva dell’adesione all’idea. E bisogna essere onesti con se stessi, rubricando queste attività alla voce volontariato, vale a dire tempo libero, e non alla voce lavoro. Poi ovvio, c’è la questione prestigio/visibilità: se oggi il New Yorker mi offrisse di scrivere ma gratis, non so se avrei la forza per dire no. Ma fin dove scende l’asticella? NY Times ok, ok anche l’Huffington Post, ma per esempio l’HuffPo Italia? E il Corrierone? Come si vede, se si comincia con le eccezioni è difficile tracciare il confine.

Non lavorare gratis, quindi. (E neanche per compensi ridicoli, i 7 o 15 o 20 euro, il che è lo stesso. Fatto il conto del servo: se tutti i pezzi me li pagassero 50 euro – che non è oro colato ma comunque una cifra apprezzabile dato quello che si sente in giro – dovrei scrivere un pezzo al giorno, cosa che sono ben lontano dal fare, per racimolare un introito appena decente). Non lavorare gratis: ne beneficia innanzitutto la dignità personale, l’autostima; perché parliamoci chiaro, immersi come siamo in un clima da “con la cultura non si mangia” abbiamo finito per crederci anche noi, che un articolo non vale quasi niente, proprio niente. Ma sarebbe anche un atto politico: se iniziassimo a farlo tutti – irreale, ma se non si immagina qualcosa che ancora non c’è, non si può cambiare la realtà – o quasi tutti, gli editori che si reggono sul lavoro sottopagato o nientepagato dovrebbero iniziare a farsi due conti. A cambiare politica, o chiudere, e tanto piacere.

2. Denunciare pubblicamente i casi di sfruttamento

I casi come quelli citati prima. Posto che ognuno di noi si tiene ben stretti quei pochi che pagano decentemente, altrimenti si aprirebbe una corsa all’oro (oro, poi) e si finirebbe con la solita guerra tra poveri, mentre è proprio il contrario che vogliamo, no? Invece quelli che non pagano, che pagano poco e con ritardi annuali, che giocano sporco, che ogni volta è una lotta, che sono secoli che dicono ora no ma a breve… quelli dirseli, passare la voce. Creare insomma una sorta di sportello di autodifesa: per tentare di risolvere i casi specifici, ma soprattutto per evitare che ci caschino anche altri. Non voglio fare la gogna degli editori cattivi, ma neanche essere complice, contro il mio stesso interesse, nel perpetuare silenzi e mezze voci. Fuori i nomi.

Che ne pensate? Chi è interessato – a concretizzarealizzare le proposte, a discuterle, a pensarne altre – metta il dito qui sotto.


Precari della cultura: dalle arance ai blog (e ritorno?)

Qualche mese fa la moglie di mio cugino, che è di Reggio Calabria, va giù a trovare i suoi e se ne torna con una quintalata di arance. Memore di pomodori che a Napoli costano 50 cent al chilo, e a Torino anche dieci volte tanto, le domando: Per sfizio, quanto le hai pagate? E lei: In che senso, pagate? Da noi le arance mica si comprano, si prendono.

La storia mi è ritornata in mente come un’illuminazione qualche giorno fa, quando leggendo non so più quale articolo mi sono imbattuto nell’espressione tecnica “beni scarsi“. Sta più o meno a pagina 3 dei manuali di economia, ed è una di quelle cose talmente fondamentali che ce le dimentichiamo, con il risultato che poi. I beni economici, dice il manuale, si definiscono tali in quanto utili – cioè in grado di soddisfare un bisogno umano – e in quanto scarsi, cioè disponibili in quantità limitata. Insomma, è impossibile vendere pedalò in montagna, come faceva il mitico Ferrini a Quelli della notte, perché manca l’utilità; è impossibile vendere l’aria, o le arance se sei a Reggio Calabria, perché manca la scarsità.

Dicevo che uno se lo dimentica, questo postulato dell’economia, e poi rimane basito a chiedersi: ma come mai il lavoro intellettuale è così sfruttato e sottopagato? Come mai una correzione di bozze di un libro viene pagata poche decine di euro? Come mai un articolo di giornale viene pagato 7 euro, 5 euro, 3 euro e mezzo, una pacca sulla spalla? Sì vabbè, ci sta la crisi del millennio. Sì vabbè ci sta, in mezzo alla crisi del millennio, la pregressa crisi specifica del settore editoria. Si vabbè, gli editori so’ stronzi. Ma soprattutto, c’è internet.

Internet, si sa, ha portato un’esplosione di contenuti mai vista: come quantità e come accessibilità. Tanto da generare per il mondo della conoscenza un problema agli antipodi rispetto a quello che si era sempre dovuto affrontare finora: l’eccesso di informazione, in gergo information overload. Che si combatte, come ha fatto notare Giuseppe Granieri in un bel post su Twitter, non riducendo ma aumentando le informazioni, o meglio le meta-informazioni, i cartelli stradali. Ma questo è l’aspetto oggettivo della vicenda, mentre qui mi interessa l’aspetto soggettivo. Detta in soldoni (oops): in giro è pieno di blogger che scrivono di tutto, e scrivono tanto, e molti scrivono maledettamente bene, meglio di molti giornalisti, me compreso, oh. Grazie che poi nessuno ti vuole pagare, per una recensione di un film che te ne trovo altre dieci, subito, più belle e aggratis. Cvd: bene non scarso, bene non economico.

Questo non per parlare male dei blog, da che pulpito poi. Solo per prendere atto di una situazione, e non fare gli struzzi. Allora invece di chiedersi come mai gli editori ci sottopagano, sarebbe il caso di chiedersi cosa si può fare. Chiaramente bisogna agire sia dentro il lavoro sia fuori. Dentro significa operare creativamente per elevare la qualità, per inventare qualcosa in più rispetto all’offerta disponibile gratuitamente. Esempio del cronista: consumarsi le suole non basta, perché c’è il citizen journalist che passa di là e fa una foto dell’incidente prima di tutti? Allora bisogna scrivere da padreterni. Scrivere da padreterni non basta perché ci sono duecento blogger che scrivono ancora meglio? Allora bisogna contestualizzare la notizia e connetterla ai casi simili. E se questo non basta perché c’è quel sito di attivisti che intervista l’esperto per contestualizzare e fa una ricerca d’archivio, bisognerà inventarsi qualche altra cosa. Insomma, ‘na roba tosta. Sempre meglio che lavorare? Forse non vale più.

Ma sicuramente non è abbastanza. Perché si può e si deve agire anche fuori, cioè non mentre si lavora, ma attorno alle condizioni lavorative. Come? Io un paio di mezze idee ce le avrei, ma siccome mi sto dilungando troppo ve le dico nel prossimo post.


Viste da dietro

Un po’ di tempo fa qui si era giocato un po’ sul linguaggio segreto dei titoli dei bestseller e aspiranti tali, costruiti tutti sullo steso schema e con le stesse parole (a proposito, oggi ne ho visto un altro: Il colore del mare in tempesta). Ma i trend, cioè le mode, assalgono come virus qualsiasi aspetto sia markettizzabile, insomma pur di arginare in qualche modo il costante deflusso di lettori… Alla libreria Koob di Roma, per esempio, hanno notato che nelle ultime uscite ricorreva un certo modello di immagine in copertina. E visto che comunque non ci puoi fare niente, come si dice, if you can’t beat ‘em fatte ‘na risata: hanno pensato proprio a uno scaffale a tema. Guardate qua


Lettera semiaperta a uno scrittore vivo

Caro Marco Rossari, questa non è una recensione del tuo ultimo libro L’unico scrittore buono è quello morto. Perché all’inizio io di questo libro non ne volevo scrivere, lo volevo solo leggere. Anzi all’inizio inizio proprio, non lo volevo neanche leggere, anche se mi sembrava curioso, sfizioso, divertente, a quel che ne leggevo in giro. Però sai, leggiamo tante cose, troppe, più per lavoro che per piacere, e si finisce per non provare più piacere, anche quando magari un libro ti sarebbe piaciuto, solo perché sei obbligato a leggerlo. Per non parlare dei classici, addio, ma come fai a non aver letto questo o quell’altro grande, attenzione non ti dicono “come fai a non leggere”, ma “a non aver letto”, uno deve nascere che i classici già li ha letti, e buttarsi subito sulle novità, vabbè.

Insomma, però, visto che dovevamo fare sta cosa a Palermo, mi sembrava educato arrivarci con un minimo di preparazione, di sapere chi siete che fate, e così mi sono preso il libro tuo (e quello di quell’altro pazzo). E poi ho iniziato a seguirti, a leggere il tuo sito, ti ho chiesto l’amicizia su twitter – rectius, abbiamo iniziato a followarci a vicenda, che detta così sembra una roba vagamente porno. E sinceramente, ho iniziato pure un poco a invidiarti, per una serie di motivi, perché fai il traduttore che sarà pure una fatica oscura ma pur sempre un lavoro è, e poi significa che sai bene l’inglese, perché sei stimato e ritwittato da gente che ha un sacco di follower (e dàlli), perché hai un editore che ti fa fare titoli con i giochi di parole, tipo quell’altro che si chiamava Invano veritas, e le biografie cazzare nel risvolto di copertina (“Marco Rossari è nato”, punto). Perché insomma, in generale, mi sembra che tu sia un minimo più inserito, più avviato, più stabile di me in questo mare di precariato intellettuale in cui tutti annaspiamo.

Perché poi, e qui volenti o nolenti veniamo al tuo libro, il problema che mi tormenta (in astratto eh, ché in concreto ben altri) è sempre quello: com’è che qua tutti vogliono fare lo scrittore, o il giornalista, o tutt’e due? Come mai, visto che l’editoria non promette ormai né i soldi, né il successo, né la gloria, anzi assicura l’opposto. E dire che la risposta non dovrebbe essere difficile, dato che tutti gli scrittori – tutti noi scrittori, dovrei dire, e ancora esito, non so se per modestia o rimozione – tutti sono stati, prima, aspiranti scrittori. Ecco, appunto: il tuo libro, prima di leggerlo, stando alle recensioni e alle citazioni, questo mi sembrava: una carrellata sarcastica non meno che iperrealistica nello squallido mondo dell’editoria, e nelle teste bacate degli aspiranti. E questo in maggior parte è, naturalmente.

Aforismi, battute fulminanti, racconti di dieci righe, di cinque righe, di due, di una, di mezza riga, racconti che non esistono. E poi parodie, straniamenti spaziotemporali come Tolstoj intervistato in una radio de Roma o Joyce che rimane inedito. Grazie che sono quelle cose fatte apposta per essere citate nei pezzi, grazie che vengono citate, saccheggiate, mi sembra giusto, non dico di no. Però il senso del tuo libro mi sembra stia altrove, ed è il motivo per cui mi è piaciuto anche di più di quel che credevo.

Siccome voglio fare il tipo originale, hai visto che di aforismi non ne ho messi, e non ne voglio mettere, tranne uno, che mi serve.

C’era uno scrittore che non voleva arrivare al successo e ci riuscì

Perché invece la tragicommedia, il bello viene proprio quando il successo arriva, inatteso o meno. Come succede in quei racconti un po’ più lunghi, sempre sulle cinque o sei pagine per carità, dove per esempio uno scrittore viene tormentato a tal punto dalle voci che escono dalle pagine che legge da dover fuggire in convento; o uno scrittore iniziano a perdere il controllo delle parole sulla pagina, tra le mani, in bocca; o uno scrittore riesce a proporre, far correggere e pubblicare il suo libro leggendolo sempre lui a voce alta, dopodiché la fine.

Poi certo, mi sono piaciuti assai anche l’elogio-insulto della poesia, che è dappertutto e da nessuna parte; o l’immersione nel mondo allucinato e frustrante dei traduttori (e a proposito, pur’io ho sempre pensato che il monologo di Amleto dovrebbe iniziare con una cosa tipo “Vivere o morire? Qui casca l’asino!”); o ancora la tirata anti-beatnik, sul genere i vostri sogni sono diventati i nostri fallimenti. Ma insomma, come ti dicevo per me il core del libro sta in quei momenti in cui sì, sempre di scrittori si parla, però più che sbeffeggiare le loro debolezze, ti (e ci) cali nel loro intimo dramma: la sensazione, che dico la certezza, che la realtà ti si possa disgregare davanti da un momento all’altro, col massimo aplomb. E mi voglio allargare, quello della zanzara è a livello di Buzzati, ma mo’ basta con i violini, ci vediamo, a presto, ciao.