L’odore dei solidi

book smell

Meglio il libro di carta o meglio l’ebook? Ogni tanto ritorna questa discussione demenziale, anzi questo dibattito manicheo tra passatisti e tecnoentusiasti, con corollario di insulti nerd: “nostalgici luddisti!” – “smanettoni ingenui e ignoranti!”. I difensori della carta strepitano: “Il libro non morirà mai! Mai verrà sostituito da una manciata di bytes!”. I sostenitori della lettura digitale sfotticchiano: “Ah sì? E perché mai? In che cosa è conveniente, in cosa è superiore la carta? Perché è insostituibile? Avanti ditecelo, un motivo, uno solo!”.

I conservatori a questo punto, messi alle strette, di solito tirano fuori l’arma finale: l’odore della carta. Anche quelli che hanno l’olfatto meno sviluppato di un’aquila (non lo so in realtà come sente gli odori un’aquila, però siccome viene magnificata per la vista, immagino che il naso non sia il suo forte), anche quelli che trangugiano senza fiatare hamburger scaduti al fast food, amano vedersi come inguaribili romantici che, se gli passi un libro la prima cosa che fanno è socchiudere gli occhi, aprire delicatamente le pagine e ficcarci le froge in mezzo, inebriandosi. Balle! La prima cosa che fate è girare per vedere la foto dell’autrice in quarta di copertina, e poi subito il prezzo. Tanto che alcuni, l’account twitter di Einaudi se non ricordo male, provocatoriamente ricordano che, se è per quello, hanno inventato il profumo di libro (quello che avete visto in apertura, e come tutte le cose lo trovate anche nella versione cheap).

book smells

In effetti, cos’ha il libro digitale, che quello di carta non ha? Anzi ha solo cose in più: più leggero, più economico, più comodo per prendere appunti… Ragionando laicamente (e ve lo dice uno che ha letto 15 ebook e 1500 libri), qual è il problema? Ebbene, io un punto a favore del libro l’avrei trovato, ma non è dentro al libro: è fuori. E dire che sul momento non ci avevo neanche fatto caso. Successe in Val d’Aosta, un paio di anni fa, in un bed and breakfast. Che era un vero b&b, non un finto albergo, cioè dormivamo sul serio a casa della signora, nella stanza degli ospiti, con tutte le cose loro in mezzo, i soprammobili, le foto, i vestiti nei cassetti, i dischi. E i libri. Centinaia di libri in tutte le stanze e di tutti gli argomenti, non solo le tipiche guide turistiche e i depliant su cosa fare in zona. Tanto che io spulciando un po’ pescai un libro di Borges (non ve l’aspettavate, eh?) che non avevo mai visto – una raccolta di lezioni universitarie, che in quanto tali non rientrano nell’opera omnia ufficiale, neanche nel Meridiano Mondadori – e me lo divorai in tre giorni.

Ora, ve la immaginate la stessa scena tra cinquant’anni? Arrivo nella stanza, poso le valige, e che succede? Il mio device si connette automaticamente alla rete del b&b, che mi riconosce come ospite e quindi mi fa accedere, e mi scarica tutti i titoli presenti nella library della proprietaria? Mah. E così mi sono venute in mente le mille situazioni in cui è stato protagonista il libro come oggetto fisico. Le tante volte in cui entrando in camera di un amico, la prima cosa che facevo era andare a spiare i titoli sugli scaffali, per vedere somiglianze e differenze, e soprattutto per capire cosa chiedergli in prestito. Quella volta in treno che alzando gli occhi dal mio libro, un Jorge Amado credo, vidi che il ragazzo di fronte a me era immerso nella lettura… dello stesso libro! Un tuffo al cuore, una coincidenza più unica che rara, cercai di intercettarne lo sguardo ma era troppo preso, pensai di interromperlo e farglielo notare, magari in modo carino, ma non ebbi il coraggio: poteva essere l’uomo della mia vita, e lo feci scendere senza parlargli. O quell’altra volta, pochi giorni fa, che ho visto un signore camminare per strada, anche abbastanza rapido, ma leggendo un libro, e mi sono messo a corrergli dietro come un pazzo, facendo strane contorsioni per cercare di leggere sulla copertina, perché cavoli un libro che ti prende così tanto dev’essere una meraviglia, ma quella volta non sono riuscito a vedere il titolo.

Il punto è, secondo me, che la concorrenza libri-ebook è un falso problema. È un problema nel momento in cui vogliono farlo diventare tale. E questo succede perché i due si pestano i piedi a vicenda. I libri tentano di essere ebook, e prendono dall’ebook il peggio: l’essere effimeri, il contenuto deperibile, lo stile sciatto; soprattutto vogliono avvicinarsi, dell’ebook, al prezzo. Gli ebook vogliono essere libri, nient’altro che la trasposizione in digitale del libro di carta: lunghi, pesanti, impaginati male, una colata di piombo. Invece, sempre per come la vedo io, ognuno dovrebbe sfruttare la propria specificità. L’ebook dovrebbe essere rapido, interattivo, aggiornato al secondo prima dell’uscita, multiforme. E ovviamente solo ebook: come ad esempio questo di Effe sui Book Blog. O i libri di Zandegù, editore reincarnato in versione esclusivamente digitale. Il libro dovrebbe essere solo cartaceo, inimitabile su ereader e non solo per l’odore: un libro-oggetto, qualcosa di più o qualcosa di meno di un libro. E qui le tipologie possono essere le più varie: ne avevo citato qualche esempio dopo l’ultimo Salone del Libro.

Era solo qualche spunto, per chi vuole la discussione continua, online ma anche dal vivo, per chi può: giovedì 12 dicembre alle 19 da Luna’sTorta a Torino, nel corso degli Zandedays (tre giorni di incorntri promossi dalla suddetta editrice Zandegù), ne parlo con Ivan Rachieli e Ciccio Rigoli (autori del Kit di sopravvivenza del lettore digitale edito da Tropico del Libro), e Marianna Martino, promotrice della campagna “Non aver paura dell’ebook!”. E ora scusate ma devo andare a sniffare un po’ di colla.


Questa non è una marchetta

Oggi inizia il Salone del Libro. Lì, come qui, si parla di libri. E si parla di blog che parlano di libri. E si parla di libri che parlano di blog che parlano di libri. Eccone uno, ottimo.

2copertinaeffeNONSOVRASCRIVEREILFILE_th Interessante per molti versi. Innanzitutto per il suo autore, e non solo perché costui si presenta come una lettera dell’alfabeto: eFFe è uno che sta in mezzo a tutte le novità più rilevanti che sono state prodotte negli ultimi anni all’incrocio tra editoria, giornalismo culturale, socialqualcosa e web. Per dire solo le prime che mi vengono in mente: la rivista nativa digitale Finzioni, la riflessione collettiva Costruire storie, il romanzo a 230 mani di SIC.

Interessante poi per la forma, o il format: trattasi di un vero ebook. Nell’ovvio senso che è uscito soltanto in digitale, e non è quindi una versione diminuita, o per allergici alla carta, di un qualcos’altro. Ma anche perché ha tutte le caratteristiche dell’ebook di non-fiction, come io me l’immagino oggi:

  • 50 pagine, troppe per finire in un post anche molto lungo, poche per essere stampate in un libro, giuste per essere lette anche su un tablet retroilluminato prima che ti venga il mal di capo.
  • Pieno di link, ma non così tanti da rendere la lettura fastidiosa, o il discorso incomprensibile se non ci clicchi.
  • Aggiornato con le cose successe, o scritte, fino al giorno prima di chiuderlo.
  • Con un bel making of alla fine, che stimola ulteriori riflessioni.
  • Autoprodotto, sia perché strutturato, editato, rivisto e corretto tutto da sé (con l’aiuto di due amici solo per la copertina e la conversione nei formati ebook);
  • sia perché autopubblicato e acquistabile su Amazon o direttamente sul suo blog.
  • Infine, di prezzo onestissimo ($ 1.49: sì, un dollaro e mezzo) e con ricavato devoluto interamente in beneficenza (all’Associazione Toscana Tumori).

Interessante, chiaro, per quello che dice. Documentato come uno che si muove nell’ambiente dei blog letterari da quando esiste, tagliente per amore non di polemica ma di precisione (il “blogger scroccone”, così si intitola il primo capito che parte da uno spassoso aneddoto personale, viene ribaltato qualche pagina dopo nel più realistico “editore scroccone”).

La rapida panoramica iniziale dei book blog principali serve a eFFe per fare due importanti puntualizzazioni, sulla disomogeneità della categoria. Disomogeneità di contenuti: diciamo infatti per comodità book blog o blog letterari, quando molti di questi si occupano volentieri anche di cinema, arte o musica; allora sarebbe più giusto parlare di blog culturali, ma neanche, perché ad esempio siti come Minima&Moralia o lo storico Carmilla presentano in maniera non marginale post di taglio politico e militante, che con la cultura c’entrano solo nella misura in cui tutto è cultura. Ma la disomogeneità è anche e soprattutto di soggetti, ambiti e strutture: i lettori tendono a dimenticarsene perché magari su internet la cornice balza meno agli occhi, mentre editori e giornalisti ci marciano per reinventarsi una freschezza e una giovinezza, però c’è una bella differenza tra il singolo blogger, il blog collettivo, la rivista online con firme potenti, il blog della star ospitato sulla piattaforma della testata mainstream… eFFe fa giustizia di tutto ciò.

Il motivo principale per cui trovo notevole questo breve saggio è però un altro: arriva a delle conclusioni. Cioè, non fa come quei pamphlet agguerriti alla Zizek che prima ti caricano a molla con tutte le ingiustizie del mondo, e poi quando sei pronto a scattare, niente, ti fanno ciao ciao e finiscono. I book blog individua dei problemi, e chiude con delle proposte. Il problema fondamentale è quello della scarsa trasparenza, delle commistioni tra editori e blogger, di ciò che può intorbidare l’indipendenza di giudizio o almeno la sua percezione, insomma delle marchette.

Ora, eFFe insiste molto sull’invio gratuito dei libri ai blogger, che così si sentirebbero in dovere di parlarne, e bene. Non vorrei sembrare ingenuo, ma a me questo sembra un problema minore: gli uffici stampa hanno sempre inviato copie staffetta alle redazioni dei giornali o a casa dei critici, è chiaro che sperano nel pezzo, è un modo un po’ più audace che mandare la semplice scheda via mail, attira di più l’attenzione; non vedo la differenza se iniziano a farlo anche con i blogger, l’unico rischio è trovarsi la casa invasa di schifezze (ma è un rischio teorico, perché ora gli editori ti mandano il pdf, e ringrazia). Perché appunto: se il libro è bello, ne parlo bene; se è così così, o proprio brutto, dopo aver perso tempo e fatica a leggerlo, non vedo perché dovrei sentirmi in dovere di elogiarlo, al massimo me ne dimentico, o se mi girano addirittura scrivo una stroncatura. Quello che voglio dire è che un libro non è (per fortuna o purtroppo, fate voi) un benefit assoluto, come ad esempio uno smartphone o un fiasco d’olio evo spremuto a freddo: in quei casi l’omaggio vincola, instaurando il classico rapporto di economia del dono. E non è un caso che i gadget tecnologici e il food siano due settori in cui le aziende investono veramente tanto (anche perché hanno mezzi, a differenza degli editori…) in rapporti con i blogger, e in cui il fenomeno della corruzione dei blog sta arrivando a livelli esplosivi.

Certo è diversa l’ipotesi, che eFFe racconta, degli inviti a incontri “privati” con l’autore, in qualche modo circondati da un’allure di esclusività. Ma appunto, secondo me il nodo è questo: la circonvenzione di blog non avviene con il regalo di volumi, ma con quella cosa ancor più impalpabile e ricercata che va sotto il nome di prestigio, visibilità, riconoscimento. L’account twitter del grande editore che non solo ritwitta la recensione (quello lo fanno tutti con tutti, ovvio) ma ogni due per tre fa sapere alle sue migliaia di follower quant’è bravo sto blogger, e com’è intelligente e simpatico e carino, e il blogger che se ne va in sollucchero: ecco la trappola.

Le proposte, allora. Per un bloggare etico e responsabile. Trasparenza, equità, rispetto del lettore, condivisione delle fonti, apertura verso il nuovo. Giustissimo, da firmare e controfirmare. Sperando che davvero più blogger possibile leggano, condividano, adottino. Passaggio fondamentale perché acquistino una coscienza di sé, dei propri limiti e della propria importanza. Però. Mi viene in mente quella pubblicità della Apple, quando Microsoft approdò al sistema a icone: “…benvenuti!”.

Trovandomi a metà del guado, un po’ giornalista un po’ blogger (o forse nessuno dei due) sono capitato spesso nella curiosa posizione di dover difendere con gli uni le ragioni degli altri, e viceversa. In questo caso i blogger culturali, parlo generalizzando, hanno tutti motivi per lanciarsi contro l’establishment muffito delle terze pagine, e raderlo al suolo. Salvo poi ricostruire, su quelle macerie, gli stessi palazzi, o almeno con le stesse tecniche. Fuor di metafora: cosa sono i 5 punti di eFFe se non le regole basilari del giornalismo? Non fare marchette (un vecchio insegnante della mio master diceva con più raffinatezza “l’ignobile pompino”); cerca le storie che si nascondono e non solo quelle grosse che ti saltano addosso; scrivi per il lettore e non per l’editore o l’inserzionista; verifica le fonti e citale. Almeno, questo è quanto mi hanno ripetuto allo sfinimento alla scuola di giornalismo, questo è quanto avevano ben chiaro i colleghi delle redazioni che ho frequentato: che poi razzolassero male è altro discorso, anzi andrebbe sanzionato più severamente (se è vero che l’ignorantia legis non excusat, la conoscenza della regola che s’infrange è un’aggravante).

Perciò sarebbe ora di dismettere le armi e le reciproche diffidenze, e lavorare per costruire una piattaforma comune: a tal fine il libro, e le proposte, e in ultimo il sondaggio di eFFe, sono ottimi impulsi. Per non dimenticare che la vera battaglia è quella per conquistare i lettori.