Le stelle ti prendono a maleparole

sabelliEcco, ci siamo: tutti a chiedersi come andrà nel 2013. Chiediamoci piuttosto: vogliamo davvero saperlo? O non preferiamo farci quattro risate per distrarci? Chiaro, immancabilmente in questo periodo arriva in libreria l’annuale Paolo Fox (titolo a sorpresa: Oroscopo 2013, Cairo publishing, euro 15) e non c’è bisogno di alzare gli occhi alle stelle per predire che finirà primo in classifica. Né mancano altre uscite di previsioni tradizionali (Rizzoli pubblica, stesso titolo, il libro di Mauro Perfetti, definendolo in tutta serietà “l’astrologo dei vip”). Ma non è un caso che negli ultimi tempi, in contemporanea con il crescente successo ottenuto dall’astro-star Rob Brezsny, si sia sempre più diffuso l’oroscopo per intellettuali: quello che strizza l’occhio al pubblico colto, dispensandogli saggezza in pillole stile zen, e contrastandone la punta di scetticismo con una citazione di Archiloco. Un campione del genere è Marco Pesatori, che dall’alto di varie testate (D di Repubblica, Vogue, Radio2) e di numerosi libri (Astrologia per intellettuali, per l’appunto, Astrologia delle donne, e quest’ultimo 2013. La rinascita dopo l’apocalisse, Feltrinelli, euro 14) condisce i suoi viaggi zodiacali con divagazioni letterarie, raffinati consigli musicali, riferimenti all’arte.

Ma l’ultimo grido in fatto di transiti e pianeti è l’oroscopo comico. Come quello di Claudio Sabelli Fioretti, giornalista noto per la sua verve: replicando Stelle bastarde dell’anno scorso, la casa editrice di tanti altri rigorosi libri-inchiesta manda in stampa L’oroscopo bastardo 2013 (Chiarelettere, euro 12). In punta di penna, Sabelli ti prende a maleparole, dimostrandoti come tutto il sistema astrale converga nell’evidenziare quanto sei presuntuoso, codardo, insopportabile; salva solo l’Ariete, guarda caso il suo segno (comportamento questo, direbbe un astrologo, tipicamente da Ariete). I capitoli sono organizzati con il metodo delle Faq, cioè un frizzante botta e risposta; ma dietro quest’altra mossa originale, persiste lo schema classico degli oroscopi: si parla cioè delle tre S, Soldi Salute Sesso. Poi si spiegano le affinità di coppia in senso lato (come va il matrimonio tra un Pesci e un Toro? Che fa un impiegato Leone con un capufficio Gemelli?). Infine, come da copione, una carrellata di personaggi famosi. Ed è qui soprattutto che la freschezza del progetto mostra un po’ la corda: perché se da un lato sono simpatici i tormentoni (Sabelli ce l’ha in particolare con Pierre Dukan, quello della dieta, e Carlo Giovanardi, quello di Giovanardi), d’altro canto certe considerazioni oltrepassano la soglia dell’ovvio. Non è necessario ricorrere agli astri per sentenziare che l’astro di Flavio Tosi è in ascesa, o che lo stellone italico non metterà al riparo i cittadini dalla crisi, e così via: che il movimento di Grillo porterà molti dei suoi in parlamento ma sarà a rischio scissione, che Camusso della Cgil non va d’accordo con Squinzi di Confindustria, che l’euro non avrà vita facile ma è destinato a durare, che Renzi è ambizioso. Mentre altrove il pericolo è la fulminea obsolescenza di certi temi e facce che pure hanno saturato le nostre giornate per un anno: il governo tecnico che non ha fatto le riforme, le orecchie di Giarda, l’insistenza su una certa Fornero…

delucaAltro zodiaco brillante è quello di Alessia De Luca (Oroscopo 2013, Dalai, euro 11,90), presentata come “l’astrologa più amata della rete”. Scrive frizzantina come Fioretti, ma con l’accento “sul punto di vista di lei” (il sito che l’ha resa nota è il portale alfemminile.com): oroscopo pop, sia nei riferimenti culturali che vanno dal gossip hollywoodiano all’aneddotica da musica leggera, sia nella sfilata di vip citati a mo’ di esempio per ogni segno. “Il Cancro è un sonetto di Petrarca, un sogno di Nelson Mandela, la luce del Dalai Lama, il Piccolo Principe di Saint Exupéry, le canzoni di Cristina D’Avena, Last Christmas cantata da George Michael”. Embè? Meglio, molto meglio nelle scenette iniziali di ogni capitolo, gustosi bozzetti narrativi in cui a una ragazza innamorata di un solido e impeccabile Toro un’amica può permettersi di dire “insomma se vuoi un brivido con lui devi leccare una presa di corrente!”. La parte previsionale è ridotta al minimo, e s’intuisce commissionata per l’occasione.

Ma se invece volete sapere veramente come andrà a finire, ecco: “Durante l’anno in questione, i granchi cammineranno di fianco, gli sgabelli monteranno sui banchi, gli spiedi sugli alari e i berretti sui cappelli. A molti ciondoleranno i coglioni per carenza di braghe adatte, le pulci saranno nere in grande parte, il lardo fuggirà i piselli in quaresima. Il ventre andrà davanti, il culo siederà per primo. Non si riuscirà a trovare la ciliegina per la torta dell’epifania. I dadi non vi diranno bene manco se li allisciate e, in ogni caso e molto in generale, di rado la sorte coinciderà con le attese”. È la profezia scritta cinque secoli fa, e valida per l’eternità (Predizione pantagruelina per l’anno perpetuo, Edizioni di passaggio, euro 12) dal famoso astrologo francese, il più infallibile di tutti i futurologi mai esistiti: François Rabelais.

(Versione senza tagli dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)


Steve Jobs, chi era costui

(Articolo uscito ieri sul Mattino di Napoli, qui versione integrale)

Federico Bona, Steve Jobs. La vita, le opere, le contraddizioni, Dalai Editore, 241 p., euro 9.90

Sostiene Baricco che Steve Jobs è il capofila dei barbari, cioè del nuovo che avanza, e che a colpi di tecnologia e gadget metterà fine alla cultura, alla comunicazione, insomma a tutto il mondo che conosciamo. Succederà tra pochissimo, sta già succedendo, sostiene Baricco. Quel che è sicuro, è l’enorme peso del personaggio: un simbolo, per molti un esempio, addirittura un guru. Non a caso ne stiamo parlando al presente, anche se fisicamente Jobs non è più tra i vivi dal 5 ottobre 2011: la sua icona – ecco un termine che di certo non ha inventato, ma che senza di lui sarebbe rimasto confinato nei polverosi manuali di storia dell’arte – ci accompagnava prima e ci accompagnerà per parecchio ancora.

Se vogliamo capirci qualcosa allora, e farlo magari attraverso quello strumento desueto chiamato libro, sarà meglio leggere un libro su Steve Jobs, piuttosto che un libro di Steve Jobs, come invece tutti ci precipitammo a fare quando alla velocità del coccodrillo venne stampato il suo discorso agli universitari di Stanford, quello di “Stay hungry stay foolish”. Meglio ancora se il libro che abbiamo davanti, intitolato semplicemente Steve Jobs, ma col promettente sottotitolo La vita, le opere, le contraddizioni, non solo è un libro su e non di, ma non appartiene neanche alla categoria un po’ ienesca degli instant book: è uscito proprio in questi giorni, a ben sei mesi di distanza, e si sa che ai tempi di internet sei mesi sono un’era. Altro pregio, non è un’agiografia: l’autore è Federico Bona, giornalista esperto di tecnologia, ma quando fa scrivere nel risvolto di copertina che “ha un Mac dal 1990” è più per sottolineare la competenza che un’appartenenza fideistica. Non ha un atteggiamento adorante, Bona, e si vede fin dalle prime pagine che demoliscono il mito del garage, cioè dell’impresa geniale nata da due ragazzetti in un sottoscala: è vero che i due Steve, Jobs e Wozniak, creano il primo computer e fondano la Apple per così dire nel tempo libero, ma bisogna anche ricordare che dopo appena un anno, nel 1977, l’azienda già capitalizza milioni, ha vari altri soci e decine di dipendenti. Il libro però non scade neanche nell’estremo opposto, quello del livore, come capita alle biografie piene di retroscena e colpi bassi firmate da molti ex traditi o avversari incarogniti.

Dietro c’è una mole di dati notevole, uno studio e una ricerca tignosa su altri libri, interviste, video, siti internet e documenti privati; nonostante ciò, si fa leggere come una storia appassionante, forse anche per merito dell’organizzazione non cronologica ma tematica dei capitoli (Le idee, I fallimenti, I complici…). La biografia c’è e non c’è, e soprattutto manca il ricorso fine a se stesso all’aneddotica, che di solito domina il discorso quando si tratta di grandi personaggi: tutti ricordano le battute, che so, di Andreotti, e pochi quel che ha fatto o non fatto al governo. Anche gli argomenti più personali, come il tanto declamato buddhismo zen, o il complicato rapporto con alcuni familiari (la prima figlia non la riconoscerà per anni, eppure le dedica il nome di uno dei primi computer, il Lisa), sono trattati, ma sempre per farci capire qualcosa, non per sfizio. È un’epopea imprenditoriale, dalla quale emerge il dato che Jobs più di tutto fosse un genio del marketing: non in senso deteriore, come trucchetti per vendere merce, ma nel significato più ampio di capacità di immaginare ciò che la gente desidera, e in qualche caso suggerirglielo. Sicuramente in materia di elettronica non era un ignorante, eppure l’ingegnere, quello che progettò le prime macchine, era Wozniak; e così certo non era un designer, ma era talmente fissato con le forme semplici e belle che si può dire che i suoi prodotti sono noti e apprezzati anche per quello. Di volta in volta Jobs è stato quindi in grado di indirizzare e fare un’eccellente regia del lavoro di vari tecnici, alla fine prendendosene il merito. Giustamente o no? Certo se mettiamo tutte insieme le cose che sono passate da Apple, e che oggi diamo per scontate ma che quando sono nate hanno avuto vari avversari e varie alternative, la lista fa impressione: il mouse (all’inizio il computer si comandava solo con la tastiera, poi si pensò a una rotella o a una superficie sensibile); lo schermo grafico, cioè quello in grado di far vedere immagini e non solo lettere; lo schermo sensibile al tatto di iPhone e iPad. Ma l’intuizione, o l’invenzione, più grande di Jobs è stata pensare il personal computer, cioè il computer come una cosa per le persone, e non solo per le aziende come sembrava ovvio all’inizio, per tutte le persone o almeno per quante più persone possibile.

Pur non facendo scoop, il libro torna a sottolineare qua e là alcune cose curiose che ci eravamo scordati o non avevamo mai saputo, grazie alla sapienza mediatica di Jobs: per esempio che Microsoft, il colosso, per anni il nemico, all’inizio era in realtà una minuscola azienda di software, fornitore della già grandicella Apple; e che lo stesso Bill Gates lungi dall’essere un avversario sul piano personale, abbia più volte salvato le imprese di Jobs, finanziandolo. Un altro mito che, senza avere l’aria da black block, l’autore distrugge è quello dell’infallibilità: è infatti abbastanza noto che la decennale parentesi di Jobs fuori da Apple (fu cacciato dall’azienda da lui stesso fondata!) produsse il topolino della NeXT, solo tanto fumo, anche se nel frattempo risollevò e lanciò la Pixar nel meraviglioso mondo dei cartoni animati fatti al computer. Però il mito vuole che tornato in Apple non ne abbia più sbagliata una. Errore: qualcuno di voi ricorda i grandi successi del Mac G4 Cube, o della Apple Tv? Ecco, appunto.

E chiaramente non vengono taciute le cose peggiori di Jobs. Il suo caratteraccio, anche se negli insulti preferiti sembra avesse una fantasia scarsa e univocamente indirizzata alle deiezioni (“sei una m…” e “fa cag…”). E l’orrore della Foxconn, la fabbrica cinese delle condizioni invivibili e dei suicidi. Ma il marchio definitivo Bona lo mette a un certo punto, come se niente fosse. Parla dell’abilità di Jobs nell’additare come nemici le grandi aziende, a turno Ibm, Microsoft e Google: “Individuare un nemico più grande di te serve a spingere il tuo gruppo a livello altissimi di competitività, e riconoscerlo in una grande corporation alimenta il mito dell’alternativa, figlio della controcultura in cui Jobs è cresciuto, oltre ad attirare le simpatie dell’opinione pubblica, naturalmente portata a tifare per qualsiasi Davide sfidi qualunque Golia. Che poi il sentimento di inimicizia provato da Jobs possa essere sincero è del tutto accessorio, mentre il fatto che Apple sia stata a più riprese, a tutti gli effetti un grande corporation (oggi per esempio è la società con capitalizzazione più alta al mondo) mostra quanto Jobs fosse sfacciato nel piegare la realtà a proprio piacimento”.

La più grande abilità di Jobs sarebbe quindi quella di aver creato una grande impresa che viene percepita come piccola, un modello dominante che viene visto come alternativo, e di riflesso un’immagine di sé come esempio per gli sfigati e come guru per i brufolosi genietti del pc in tutto il mondo. Un po’ come Berlusconi insomma, che pur essendo miliardario veniva votato dagli operai e dai poveri in canna che il suo patrimonio non lo vedrebbero neanche in mille anni di stipendio. Alla fine, più che Baricco avrebbe ragione allora un altro scrittore italiano, o meglio quel collettivo di scrittori che prende il nome di Wu Ming. Il quale nei giorni del cordoglio interplanetario mise in guardia l’osannante popolo del web, dicendo in sostanza “lui non è uno di noi”. E creò, giocando sulla contrapposizione lavoro-lavoratore, il fittizio personaggio di Steve Workers. Purtroppo la realtà è che Jobs è morto, ma ne parleremo ancora a lungo. Mentre di lavori, e di lavoratori, forse non ne sentiremo parlare più.