Le sue prigioni

Sandro Bonvissuto, Dentro, Einaudi 2012, p. 184, euro 17.50

Gilbert Keith Chesterton, nel romanzo giallo L’uomo che fu Giovedì, nomina una torre posta ai confini del mondo “la cui sola architettura è malvagia”. Borges chiosa proponendola come esempio di puro orrore, il quale nasce dal mostruoso, dall’asimmetrico, dall’inconcepibile (al contrario, l’Inferno immaginato da Dante è formalmente perfetto e altamente funzionale). Anni dopo, il Michel Foucault di Sorvegliare e punire mostrerà che quella torre non solo esiste, non solo non è lontanissima anzi sta in mezzo a noi, ma è anche perfettamente razionale: si chiama carcere. Oggi Sandro Bonvissuto ci prende e ci mette direttamente all’interno di quell’architettura malvagia.

Basterebbe il titolo del libro: Dentro. Basterebbero le prime pagine, in cui senza raccontarci un prima o un perché, ci porta con lui in piena notte, da una macchina a un corridoio pieno di cancelli, attraverso stanze sempre più vuote, fino a una cella. Potrebbe bastare, ma non basta. Perché Bonvissuto – laureato in filosofia e cameriere in un’osteria romana, 42 anni e all’esordio letterario – descrive minuziosamente la prigione e il suo essere costruita apposta per offendere: interminabili sequenze di porte metalliche, ballatoi da psicosi, finestre senza vetri anche con la pioggia e d’inverno, bagni senza porte che ti danno la sensazione di vivere costantemente in una fogna, docce senza tende così che il lavarsi – ma anche quell’altra cosa che si fa senza vestiti – avvenga sotto gli occhi di tutti. Fino al muro, “il più spaventoso strumento di violenza esistente”. Descrive, Bonvissuto, e insieme riflette: la caratteristica della sua scrittura è quella di far procedere di pari passo il fatto e il pensiero. A ogni micro-avvenimento raccontato, segue una micro-scheggia di riflessione: un pensiero tagliente e lucido come un coltello, che ogni volta in mezza paginetta sviscera concetti come il tempo, il suicidio, ma anche la notte e la televisione. Con apparente nonchalance, con una densità quasi insostenibile.

Ci sono anche gli episodi, certo, perché è comunque un racconto e non un saggio, e sono episodi altrettanto allucinanti: dalla biblioteca a disposizione dei detenuti che consiste in un solo libro, fino al raggiungimento dell’estrema spersonalizzazione, di cui ti rendi conto quando i secondini urlano il tuo nome e tu non capisci che stanno chiamando te. Ma è la riflessione a essere centrale, e tra tutte la riflessione centrale riguarda il reato: in carcere si parla solo di quello, con i familiari con gli avvocati con i giudici, finché ogni detenuto finisce per identificarsi con il proprio reato, per assomigliare, lombrosianamente, al proprio reato. Perciò Bonvissuto, conoscendo il potere della parola, anzi sapendo che la parola è l’ultima forma di resistenza, decide di non nominarli mai, i reati: né il suo né quelli degli altri, né per soddisfare la nostra curiosità né quando sarebbe proprio necessario per capire un episodio.

A un certo punto, ben oltre la metà delle 170 pagine del libro, la storia della sua breve esperienza in galera finisce. E seguono un po’ incongruamente altri due scritti molto più corti – racconti a sé? capitoli di un romanzo che procede a salti temporali e all’indietro? non si sa, non importa – uno ambientato all’inizio del liceo e un altro nel mondo magico dell’infanzia. E qui si vede la classe: perché se si tratta di un’esperienza estrema come il carcere, si può immaginare che produca concetti, pagine altrettanto estreme; facile, viene da dire, se hai visto i mostri in faccia, riuscire a raccontarli. Ma Bonvissuto applica lo stesso metodo ai fatti quotidiani, continuando a inanellare folgorazioni e piccole verità: sulla morte dei cortili, sul perché i profeti siano tutti storpi, sull’origine dei banchi a due, sulla stretta relazione tra pensare e camminare. E allora si capiscono due cose. Uno, che il titolo non è riferito (solo) alla prigione, ma a un dentro più intimo, all’anima delle cose e delle persone. Due, che non c’è giustificazione: se riesce a tirare fuori l’impensabile anche da una cosa che abbiamo fatto tutti come imparare ad andare in bicicletta, allora non c’è niente da fare, è di un’altra categoria.

(Versione integrale dell’articolo uscito ieri sul Mattino di Napoli)

Annunci

Ventun anni

(Racconto scritto la scorsa estate: qualche giorno dopo la strage di Otoya i giornali titolarono che Anders Breivik rischiava solo ventun anni di prigione; in quegi stessi giorni, nelle brevi di cronaca, appariva un’altra notizia riguardante un detenuto)

Ventun anni. Solo ventun anni, come hanno scritto i giornali. Si fa presto a dirlo, ma ventun anni in galera sono una vita. Io posso dirlo, perché ci sono stato. Ora sto per lasciare questa cella dove sono entrato quando ne avevo diciannove, ed ero appena un ragazzo. Ora ne ho quaranta, e dovrei essere un uomo: l’uomo che avrei potuto diventare se non fossi stato chiuso ventun anni qui dentro.

No, non sono innocente, mio padre l’ho ucciso proprio io, con la sua Smith&Wesson. Non sono un errore giudiziario. Ma dico lo stesso che ventun anni sono una vita, la vita che io avrei potuto avere e non ho avuto. Pensate a quante cose possono succedere in ventun anni. Pensate a voi ventun anni fa, a quello che avevate fatto, a quello che eravate. Ecco, io mi sono fermato lì.

Pensate a quante cose si possono fare, nel tempo materiale di ventun anni. Si possono prendere tre lauree in medicina. Si può piantare un albero di prugne e riuscire a fare il primo raccolto e la prima marmellata. Ci si può ubriacare ventun volte nello stesso modo e nello stesso posto per ventun capodanni. Si possono costruire e abbattere case, aziende, storie d’amore. Si può avere un figlio che fa in tempo a prendere la patente, ad andare a votare scheda bianca, a ubriacarsi legalmente, a prendere il porto d’armi, a imparare a sparare con la tua Smith&Wesson.

Tutto questo non mi è successo, e ora questi ventun inutili anni sono passati, sto per uscire di qui. Ma no, non per recuperare la libertà, almeno non nel senso che pensate voi. Lascio questa cella non per uscire all’aria aperta, ma per entrare in un’altra stanza. Perché ventun anni non è la durata della mia condanna. Ma il tempo che ci è voluto per il processo, l’appello, la revisione, la richiesta di grazia, i ricorsi e tutte le lungaggini burocratiche che non mi hanno evitato di finire qui, sulla soglia della stanza delle esecuzioni. Perché il mio nome è William Zed, e sono di Phoenix, Arizona.