La fiction su De André è un vangelo apocrifo

Io non volevo vederlo, questo film su Fabrizio De André, non volevo neanche sentirne parlare: non volevo proprio che esistesse. Il primo istinto, quando qualche tempo fa ho saputo che lo stavano facendo, è stato quello di comprare un biglietto per Marte, di fuggire il più lontano possibile da questa cosa. Perché lo so, lo sappiamo tutti, come sono i biopic: come riescano a banalizzare, ad appiattire, anche quelli fatti meglio; come riescano a fare di un personaggio pubblico – ovvero un personaggio di cui ognuno ha la propria versione, la propria interpretazione privata – un eroe nazionale, un santino uguale per tutti. Per fortuna finora la cosa mi aveva toccato solo di striscio: Padre Pio, Oriana Fallaci, Pietro Mennea… non è che siano proprio i miei miti, ecco. Ma De André, è diverso. Se per te che leggi è la stessa cosa, puoi capire; se no, pensa al tuo equivalente.

Poi è successo che ho letto una cosa scritta dagli sceneggiatori (Giordano Meacci e Francesca Serafini), i quali parlano di “tradimento voluto”, “memoria distorta”, “inventato dal vero”, e insomma la curiosità mi è venuta. Ed è vero: è tutto vero, quello che scrivono loro sull’interpretazione, quindi è falso, è tutto falso quello che si vede nel film. Cioè, si fa per dire: i tratti essenziali della biografia ci sono – quelli noti perché pubblici, quelli meno noti sono stati ricostruiti insieme a Dori Ghezzi, che ha appoggiato l’operazione. Ma se le biopic normalmente si risolvono in agiografie, questo è un vangelo apocrifo (d’altra parte, non era stato lo stesso De André a utilizzarli come fonte della Buona novella?).

(Continua su Esquire)