“Il triangolo del crimine”, un finto noir di Aristide Maselli

(questo racconto è stato pubblicato il 22 aprile 2016 sul sito letterario Nazione Indiana)

Destino paradossale quello di Aristide Maselli. Brasiliano puro, ma con un nome-e-cognome che ne denuncia le chiare origini italiane, eppure pressoché sconosciuto qui da noi. Nato e cresciuto nello stato di Minas Gerais, e quindi mineiro, che alla lettera vuol dire minatore, è invece di famiglia tanto ricca che non ha mai dovuto lavorare per vivere. Tessitore di trame linguistiche complesse, che ibridano il portoghese letterario con localismi dialettali e perfino inserti di lingue indie, è inedito in patria e pubblicato solo in Argentina, quindi in traduzione spagnola; beffa suprema, la sua gauchissima casa editrice ha un nome brasiliano, Grande do Sul.

È uscito l’anno scorso il suo secondo o forse terzo libro, che l’editore ha con scarsa originalità intitolato El triàngulo criminoso (nel risvolto di copertina si lascia intendere che il titolo caldeggiato dall’autore fosse un altro, senza però rivelare quale). È una storia la cui geometrica semplicità sfiora i limiti del didascalico.

[Attenzione: spoiler. Nelle righe seguenti viene rivelata in tutto o in parte la trama dell’opera]

Guilherme Blanco detto Billy, investigatore privato alla fine di una carriera che non è mai iniziata davvero, riceve un incarico inaspettatamente prestigioso, da parte dell’industriale Arnaldo Antunes…

(continua su Nazione Indiana)

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Emigrant song

– Ah, napoletano… Emigrante?
– No, turista!

Pronto?

Ué ué.

Ué cumpa’, come stai.

Tutt’a posto, e tu?

Eh. Insomma…

Che è? Quale problema?

Lo sai, già lo sai…

La lontananza?

Eh sì…

Ti manca?

Assai. Pensa che stanotte me la sono sognata un’altra volta.

Addirittura.

Addirittura? Ma perché, fosse una cosa che succede solo a me? Mi vuoi far passare per pazzo? Ma sai quanta gente per una cosa simile

Ok ok, calmati paisa’. Senti, ma quanti anni sono, mo’?

Tre anni. E mi pare ieri, che me ne sono andato. Mannaggia a me.

Ebbè, ma mica è stata colpa tua.

Lo so, lo so che sono stato quasi cacciato. Eppure, non me ne faccio una ragione.

Dimmi una cosa, ma ci torneresti a vivere?

E certo, di corsa!

Pure dopo tutto quello che è successo.

Con tutto quello che è successo, con tutti i difetti che tiene, con tutto che ogni giorno ce n’era una, e a un certo punto la vita era diventata un tormento insopportabile.

Bella però, è bella.

Stupenda. Quelle curve dolci, quel modo di parlare…

Questo lo riconoscono tutti.

Ah, mi fai ancora più male… ma che ne vogliono sapere, tutti. Di quelle notti, per esempio, che non volevi far finire mai… eppure all’epoca ci sembrava normale… Ma io sono innamorato soprattutto della sua anima.

Eh, ti capisco.

Ma non mi puoi capire, tu che sei fisso e tranquillo da dieci anni ormai. Pensa che ho pure imparato a cucinare.

Tutti i piatti classici, immagino.

Sì sì. All’inizio, è ovvio, lo fai per necessità: sei solo. Ma poi diventa una specie di religione, un tributo alla nostalgia.

O un altro modo per farti del male.

Ah ah, ma guarda, non ce n’è bisogno, basta il ricordo costante di quello che è successo, di come mi ha tradito. A me, poi, che mi sono comportato sempre in maniera limpida e corretta!

Tradito?

Non tradimento in senso letterale, dico. Ma è come se a un certo punto avesse smesso di credere in me, all’improvviso, anzi forse un po’ alla volta. A un certo punto non mi dava più niente.

Eppure, anche se la situazione era difficile…

Cosa? Vuoi dirmi che non le ho provate tutte? Che non ce l’ho messa tutta?

No, per carità… però pensavo, com’è quella frase, non chiederti quello che può fare lei per te, ma quello che puoi fare tu per lei…

Eh no, io a questo ribaltamento di responsabilità non ci sto, è un modo per farmi sentire ancora più in colpa. Per farci sentire ancora più in colpa, a me e a tutti quelli come me. Cornuti e mazziati, come si dice.

Eh. Certo che però, ultimamente…

L’hai vista?

Sì ma

Come l’hai trovata?

Mah, non so, mi pare che si stia un po’ buttando via…

Ahi!…

Scusami, se vuoi mi fermo.

No no, vai avanti, parla.

Ecco, mi sembra che si sia messa in mano alla gente sbagliata.

Ah, ma questo da sempre!

Però adesso, da quando te ne sei andato tu, più o meno…

È tutta colpa di quello stronzo, quel… non me lo far nominare neanche! Il classico prototipo di uomo che comanda, che deve decidere tutto lui.

Eh, però sono d’accorso con quelli che dicono che ogni tanto andrebbe presa un po’ di petto.

Ma che…?

E pure tu, caro compare, devi darti una svegliata! Distraiti, cerca delle alternative…

Ma che ti credi, che non ci ho provato a cambiare? Cambio in continuazione. Le alternative le trovo, certo, ma non è mai lo stesso.

Dici così perché sei ancora all’inizio, in fin dei conti è passato ancora poco tempo. Vedi, non so se può consolarti ma è così per tutti.

No! Lei era speciale, unica!

Vuoi dire “è”, guarda che esiste ancora.

Eh…

Comunque mo’ basta, siamo a telefono da mezz’ora e non abbiamo parlato d’altro! Non puoi pensare sempre alla stessa cosa!

Hai detto “cosa”? Ma come ti permetti? Sei peggio di quello stronzo machista… una COSA?!

Vabbè, ho capito, non ti offendere, è pur sempre una città.

Città?

Certo, come la vuoi chiamare se no? Metropoli? Capitale? Insomma sempre di Napoli si tratta.

Napoli? Ma che Napoli e Napoli! Io stavo parlando di Luisa, l’ex guagliona mia! È lei che mi ha distrutto. A Napoli, figurati, non ci penso neanche! E non ci tornerei manco morto!

(Questo racconto fa parte di un ebook collettivo chiamato Guida di Napoli per turisti borderline. Si può scaricare gratuitamente, si può anche partecipare perché il progetto è open e in progress, nonché poliglotta e napulegno: per fare tutte queste cose, e per capirci qualcosa in meno, andate qua)


Metamorfosi 1, 2, 3

(Questo racconto l’ho scritto qualche mese fa per mandarlo a una rivista che chiedeva uno “scritto di massimo 5400 battute” in cui “gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. Premessa invadente, ma forse utile per la lettura)

1

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un mostro enorme.

Era una creatura troppo schifosa, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame.

2

Mark rilesse, tutto contento. Era stata proprio un’ottima idea quella di togliere il superfluo, pensò.

Troppo corto? E che vuol dire: il compito stabiliva un limite massimo, di 5400 battute, ma non diceva niente sul limite minimo. Ci si era scervellato tutto il pomeriggio, senza riuscire a venirne a capo. La difficoltà non era dovuta all’imposizione di scrivere un racconto “dove gli animali, veri o immaginari, siano gli unici protagonisti”. E poi, pensò Mark, anche noi siamo animali, in fin dei conti. Certo, animali speciali, verrebbe quasi da dire animali eletti, se non suonasse vagamente razzista.

E non era manco che non aveva nessuna idea, anzi. Gli era venuto subito in mente un articolo che aveva letto tempo prima, su uno scarafaggio protagonista di un esperimento. Un cyber-scarafaggio, mezzo insetto e mezzo robot, poggiato su una pallina rotante tipo mouse: una metamorfosi all’incontrario. All’epoca aveva pensato: ma come, farsi sfuggire un’occasione simile. Fosse stato lui, a dover raccontare quella storia, avrebbe fatto una parafrasi dal formidabile incipit di Kafka: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il commesso viaggiatore Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme orribile insetto”. Ora, si era detto Mark, ora posso farlo. E aveva iniziato a scrivere: “Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, il trasportatore Gregorio si trovò trasformato in un orribile essere”. Il trasportatore, che non è molto diverso da commesso viaggiatore, perché lo scarafaggio dell’esperimento era uno stercorario. Il parallelo sarebbe dovuto andare avanti così, che mentre nell’originale lo scarafaggio è steso sul dorso e si guarda le zampette che non riesce a controllare, nella versione di Mark il protagonista, risvegliatosi magari dopo un’anestesia utilizzata per catturarlo, si trovava steso sulla pancia, a guardarsi le zampette slittare sopra una sfera rotante che non riusciva a controllare.

Ovviamente, aveva pensato Mark, tutto sta nel rendere il punto di vista dell’animale. La storia doveva andare avanti con lo scarafaggio che pian piano si rendeva conto di questa sua nuova condizione, magari captando i discorsi che i ricercatori del laboratorio si facevano tra loro, sullo scopo dell’esperimento e tutto. L’ideale sarebbe stato che lui sentiva brandelli di queste frasi, miste a considerazioni più terra terra sugli scarafaggi, tipo la leggenda che sopravviverebbero alla catastrofe nucleare, o espressioni su quanto fanno schifo, che lui sentiva tutto questo senza vedere né capire chi stava parlando. Per poi scoprirlo solo alla fine.

Perché l’altra certezza che Mark aveva era la fine: anche lì una citazione, con un ricercatore che si avvicina e lo scarafaggio che pensa: “Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”. Lo spettacolare finale del racconto brevissimo La sentinella, un totale rovesciamento di prospettiva, si scopre che al contrario di quello che si era pensato fino ad allora, è l’alieno a essere il protagonista e l’uomo a essere il nemico, un capolavoro. Ma, si era chiesto Mark a un certo punto, avrebbero capito che l’incipit e la chiusa erano citazioni, e non plagi? La differenza è chiara: chi cita non vuole dare a intendere che è farina del suo sacco, anzi si compiace che il riferimento viene colto. In questo caso, diamine, si rivolgeva pur sempre a una giuria di eruditi, avrebbero afferrato il senso metaletterario dell’operazione.

Però poi gli erano venuto i dubbi: non funzionava. Non funzionava la prima parte, perché Mark non ricordava molto di quell’esperimento, e nella rete non era riuscito a trovare notizie: ma se non poteva spiegare il motivo della metamorfosi dello scarafaggio in cyborg, tutta la scena perdeva senso, si riduceva a un insetto in equilibrio su una palla. Non funzionava neanche il finale: l’effetto sorpresa era completamente perduto, nel momento in cui si sapeva già che si trattava di uomini e scarafaggi in laboratorio. Stava sospeso in questo stallo, quando ebbe il colpo di genio: cancellare, togliere tutto, lasciare solo le due citazioni, il miglior attacco e la migliore chiusa della storia della letteratura. Accostate, assumevano entrambe un senso diverso, opposto rispetto all’originale, ma altrettanto sorprendente. Sì sì.

3

Staccò le nocche dalla macchina e si accarezzò il pelo, distrattamente cercando qualche pidocchio: impossibile, era stato disinfestato all’arrivo in laboratorio, come tutti. Però, che nostalgia del grooming, gli prendeva ogni tanto. Ma vuoi mettere i vantaggi: cibo in abbondanza, rifugio sicuro per la notte, cure mediche e tante attenzioni. E tutto in cambio di cosa, poi: mandare giù un po’ di analisi logica e qualche fondamento di teoria degli insiemi. Si stiracchiò sbadigliando, tutto quel parlare di scarafaggi gli aveva messo appetito. E poi si era fatto tardi, pensò dirigendosi verso il recinto esterno, probabilmente preso dal racconto non aveva sentito la campanella della cena, stasera c’erano banane verdi del Madagascar, una roba da gourmet.


La mia Liberazione

A un certo punto ti è venuto questo pensiero terribile. Ti sei fatto i conti e ti sei accorto che tuo papà era già grandicello quando la guerra era finita, addirittura più grande di te adesso. Della guerra lui ti ha sempre parlato, della guerra e della miseria e della fame, ma di prima. Di prima no. Allora sei corso da lui e gli hai chiesto Papà, ma quando ci stava il fascismo tu eri fascista. Ha fatto lui Certo, tutti eravamo fascisti: non era proprio in discussione, essere fascisti era obbligatorio per legge, durante il fascismo.

Non era vero, ma lo hai scoperto solo più avanti. È stato allora, è stata quella la tua Liberazione.


Roll over Beethoven

Aldo Varriale + 30 agosto 2012

(Poi dice che faccio sempre le premesse, poi dice che parlo sempre dei fatti miei. Ma questa è curiosa. Il seguente racconto l’avevo scritto per una rivista di musica, e perciò è di ambientazione musicale, anche se quelli che hanno letto Non siamo mai abbastanza ci riconosceranno qualche personaggio: insomma è una specie di spin off del libro mio. Però quando si sono accorti che io collaboro e anzi ho addirittura una rubrica su un’altra rivista musicale (Blow up), hanno fermato la pubblicazione. Non si capisce quale danno avrebbero potuto ricavarne, ma forse si capisce qualcosa sullo stato comatoso dell’editoria italiana attuale. Comunque, questo è il racconto, enjoy it!)

Appena entri dentro alla sala prove tutti si fermano e si girano a guardarti, manco avessero visto la buonanima di Kurt Cobain. L’imbarazzo lo puoi quasi sentire, è come il ronzio fastidioso che fa il jack quando Amitrano lo stacca dalla chitarra senza abbassare il volume dell’amplificatore, fino a che qualcuno se ne accorge e dice Guagliù ma chi è ‘o strunz’ ca nun ha stutato. Ma naturalmente non lo puoi sentire davvero, l’imbarazzo, e neanche il ronzio, perché gli strumenti sono tutti attaccati, stavano già suonando. Stai là immobile, pensi chi me l’ha fatto fare, è la prima volta che rimetti piede in sala, stanno tutti immobili, ma in qualche modo si deve risolvere. Risolve Rafele Amitrano con una delle sue, si avvicina con la fender a tracolla e il sorrisetto non-me-ne-frega-un-cazzo-di-voi-borghesi-di-merda-e-del-vostro-politicamente-corretto, ti porge la chitarra Vuoi suonare. Tu alzi il dito medio ma ti metti a ridere, ridono tutti e ti iniziano a salutare. Dice Pierluca Perrone Vabbuò perlomeno fai ‘na canna Marcolì, e ti mette un pezzo di fumo in mano. Tu ti siedi sul divano assieme agli altri parassiti e inizi a squagliare. La sala prove di via Iommelli, un’enclave di libera cannabis, e anche il locale annesso, sembra di stare ad Amsterdam, pubblico ma spinello-free, come quell’altro posto nel centro storico, la Caverna di Dioniso, altra enclave, vabbè che ultimamente a Napoli sono più i posti dove si fuma tranquilli che altro, si fuma a piazza San Domenico con i guardi affianco, si fuma a Casa bruciata, si fuma ai giardinetti di via Aniello Falcone, si fuma a Valle dei Re, un’enclave appresso all’altra e in mezzo qualche piccola zona proibita.

Guardi Raffaele che anche mentre Perrons canta si accanisce sulla pentatonica, come cazzo fa a fare gli assoli pure sotto alla voce, pure senza chitarra ritmica, non capisci. Amitrano tecnicamente forse è inferiore a te, ma sicuramente ha più musicalità, e poi ti ha dato tanto, ti ha fatto vedere il blues, ti ha insegnato a lasciar andare la testa mentre suoni. Una nota, una nota lunga mette all’inizio dei pezzi, di solito la quinta, sol se l’accordo è DO, ed è come la sua firma. Chiudi la bomba e la fai accendere a Mario Mari che si era messo dall’inizio a falcheggiare vicino a te, Mario Mari si chiama proprio così, e non solo, ha pure la sorella che si chiama Maria e ultimamente hai scoperto che ce n’è un’altra, Mariella, Mariella Mari: ‘sti genitori, pensi, ma una fricchettonata del genere i tuoi non l’avrebbero mai fatta, apposta non ti hanno messo nome Carlo anche se gli piaceva, Carlo De Carlo, ma ci pensi, e il risultato è che mo’ un sacco di gente ti chiama Carlo, anche quelli che non sanno il tuo cognome e che quindi non si capisce con cosa si confondono. Mario è il capofila dei parassiti: tutte le volte che andate in sala, una volta a settimana, si accodano una serie di personaggi che con la musica non ci appizzano niente, che non tengono manco lo stereo a casa, ma che gli fa comodo fumare al sicuro e al calduccio. E soprattutto a scrocco. Sono cinque o sei personaggi, e neanche degli amici più intimi, femmine manco a parlarne, se non qualche rara guagliona di qualcuno, che per lo più se ne sta tutto il tempo a sbuffare in mezzo alla cappa che dopo cinque minuti già appesta la sala sigillata. Almeno, questo era l’andazzo prima, ma evidentemente non è cambiato.

Alfonso da dietro la tastiera e la sigaretta ti osserva, non capisci se con più curiosità o più compassione. Non la riesci a decifrare quella sua faccia da uomo fatto, eppure è il più piccolo di tutti, sempre quella barba di un giorno, da cinquantenne sconfitto, quello sguardo triste o tamarro, non si sa. Fonzo, Fonzarello, è lui il vero mito del gruppo, talento puro, non sa manco i nomi degli accordi, dice Questa quale canzone è, Luca, quella dove c’è Mi col nero. Intende Mi maggiore. E intanto è lui l’unico che riesce a tenere testa al tizio della sala prove, uno dei due che la gestiscono fa il batterista, ogni tanto viene ad affacciarsi e quando vede che siete alla deriva si mette dietro ai tom e parte. Una volta fecero un duetto lui e Fonzo, che tu provasti a mettere due note ma subito Rafele ti fece Ssssh. Una cosa totalmente improvvisata, ritmo assoluto e fuochi artificiali, sembrava uno di quegli album free-fusion di Billy Cobham, finì con una rullata micidiale e Fonzo che sbatteva sui tasti con le mani aperte, crollando sulla tastiera ma in perfetto sincrono con l’ultima mazzata sui piatti, e poi cadendo a terra appresso allo strumento e al supporto e a tutto. Con voi che non aveste il tempo di fare la ola perché vi cacaste sotto pensando che si era fatto male, Alfonso è zoppo, non si è mai capito bene che tiene, Pierluca dice che è progressiva, che al liceo lo vedeva arrivare a scuola in bicicletta, e mo’ a stento ce la fa a portare il motorino, e per camminare ci vogliono due persone che lo aiutano, che lo trascinano. Dice pure, Pierluca che è suo amico, cioè l’unico che lo conosce un poco meglio e che ci parla, che i genitori non lo vogliono far uscire tanto, che mo’ che la scuola è finita non ha scuse per stare in giro, e perciò pure è importante suonare, così lo costringete a venire fuori, che forse se facesse un po’ di fisioterapia migliorerebbe, o peggiorerebbe più lentamente, ma loro lo tengono chiuso in casa, che è sopra al ristorante che tengono, tamarri e ricchi sfondati, ‘sti genitori, i tuoi non farebbero mai niente del genere ma che c’entra, ogni genitore è stronzo a modo suo.

Ti passano lo sbrinoffio e fumi, avevi paura che non saresti riuscito più, che per come sei combinato ti sarebbe esploso il cervello, visto che già prima certe volte un po’ andavi in paranoia, invece ora no, anzi. Aspiri, gratta in gola, vorresti darlo a Perrone così magari si calma, lo vedi che si agita e urla e si fa rosso e gli si gonfia il collo e una vena della fronte, il pezzo è quello dove c’è l’accelerazione, che inizia tutto tranquillo e poi aumenta di dinamica e di velocità, e poi di nuovo giù, e poi di nuovo su, due accordi da massacrarti le dita, tu, ma una delle cose migliori del gruppo, almeno ha un senso. Piero Perrone, se non fosse per lui che ci tiene così tanto, e che anche dopo ha insistito per continuare, ma mica te la potevi prendere. Sa suonare sia chitarra che pianoforte ma in gruppo canta solo, lui è quello che scrive i testi, lui è quello che compone le musiche, lui è quello che offre il fumo a tutti. Qualche volta ci hai anche provato, a cambiare le cose, a proporre qualche cover riarrangiata, o qualche pezzo strumentale facile facile, ma niente, i Crack non fanno pezzi di altri, i Crack, che originalità, che poi un giorno Pierperron se n’esce che ha scoperto che un gruppo che si chiama Crack c’è già e quindi dovete cammbiare nome, come se qualcuno vi potesse sgamare poi, come se pubblicaste dischi o suonaste nei locali, e comunque Filuccio Amitrano tutto gasato dice Senti senti che nuovo nome geniale ha trovato Pierluca. E Perrone tutto soddisfatto: Ex-Crack.

Tino Treves scende dalla pedana rialzata dove è messa la batteria e si avvia fuori. Non si è incazzato, credi, anche se è il tipo che fa le sparate, è che semplicemente deve prendere un po’ d’aria. Poverino, è l’unico che non fuma, manco le sigarette, e gli dà un fastidio di pazzi. In realtà è l’unico che fuori di lì non fa parte della comitiva, non esce con voi, non avete molto in comune tranne la musica, anzi manco tanto quella veramente, a lui piace roba strana, una volta è arrivato in sala con un walkman nelle orecchie e si è messo a suonare, poi ti passava le cuffie e diceva Senti, senti che bello, è Mango, dài prendi la chitarra, vienimi dietro. Poverino però, anche lui ci tiene assai, forse la prima volta che venne a provare, a un cento punto tra un pezzo e l’altro si alza, si mette la mano sul petto e fa: Ragazzi, ve lo dico col cuore in mano, voi mi state facendo vivere. E poi è stato il primo dopo il fatto che ti ha mandato un sms. Come fai a mandarlo via uno così anche se non ci azzecca niente, e poi anche volendo come fareste senza batteria, già vi manca cronicamente il basso, come fareste, come farebbero.

E tu, qual è il tuo ruolo. Ti piaceva pensare di essere l’arrangiatore, anche se quali arrangiamenti, quattro accordi in loop e poi si parte in un flusso di coscienza collettivo dove ognuno fa quello che vuole, entra e esce a piacere. A volte era bello starci dentro, ti sentivi in una di quelle cavalcate tipo Grateful Dead o jazz-rock modale, qualche volta di queste dobbiamo registrare perché tutta questa bellezza è come i sogni che si dimenticano all’alba, pensavi, poi un giorno avete fatto una cassetta ma riascoltarla è stato penoso, tutti fuori tempo e gli strumenti scordati, hai voglia a dire colpa del registratorino, hai voglia a dire colpa che siamo sconvolti, siete scarsi e basta.

Basta, ti alzi e vai verso la porta, niente, non è stata una buona idea venire, volevi fargli una sorpresa o una provocazione ma la provocazione non è arte tua, volevi dimostrare qualcosa a te stesso, ma che hai dimostrato, questo, che non ce la puoi fare. Stai girato di spalle, gli amici ti stanno chiamando, pensi che ti stanno chiamando, perché non puoi sentirli, non puoi leggere il labiale, non puoi guardarli gesticolare in un rudimentale LIS che alcuni di loro si stanno sforzando di imparare, che teneri. Magari si pensano che stai tipo piangendo, o che comunque sei disperato, perché non puoi più suonare, perché non puoi più ascoltare, perché hai perso la musica, ma non è vero, perché tu la musica ce l’hai in testa, e finalmente è solo quella che vuoi tu, senza limiti tecnici e senza compromessi umani, per esempio in questo momento ti stai suonando in capa una cover assurda, una pietra miliare del rock ma in versione super rallentata stile funeral band, con le cornette che stridono come nei pezzi del Keith Tippett Group, Roll over Beethoven, rullala anche tu sta canna, vecchio sordo.


E che c’entra l’8 marzo?

(Questa è una storia che gira su internet, in inglese. E gira talmente tanto che non sono riuscito a capire chi l’ha ideata in origine. Non che sia fondamentale, ma penso sia giusto citare chi ha scritto una cosa notevole. Io l’ho solo tradotta alla bell’e meglio, e un po’ adattata. Sì ma che c’entra l’8 marzo?)

Uomo: Buongiorno, devo denunciare una rapina che ho subito.

Agente: Una rapina, eh? Mi dia un documento. E dove sarebbe avvenuta, questa rapina?

Uomo: Ero a via Roma, a un certo punto da un vicoletto è spuntato fuori un tizio con una pistola e mi ha urlato di dargli tutti i soldi che avevo.

Agente: E lei? Cosa ha fatto?

Uomo: Be’, ho fatto come mi diceva.

Agente: Quindi lei, di sua spontanea volontà, gli ha dato i suoi soldi, senza reagire. E non ha neanche chiamato aiuto, né ha tentato di scappare?

Uomo: Ah, no, cioè… ma ero terrorizzato. Pensavo che mi avrebbe ucciso!

Agente: Mmmm… ma in pratica ha fatto esattamente quello che lui le diceva. E qui, dalle informazioni che risultano facendo una rapida ricerca con il suo nome, vedo che lei è un noto benefattore, giusto?

Uomo: Be’, ogni tanto dò dei soldi in beneficenza.

Agente: In pratica a lei piace regalare i suoi soldi agli sconosciuti. Lei ama darli via, i suoi soldi. Ne ha fatto uno stile di vita.

Uomo: Scusi ma tutto questo che c’entra, con quello che ho subito?

Agente: Glielo dico io. Lei stava camminando per via Roma, di sera, con i suoi vestiti costosi in bella mostra. In più lei è noto in città per essere ricco, e disponibile a regalare i suoi averi. Infine non ha respinto la richiesta. Vuole sapere come la penso io? Penso che lei abbia dato volontariamente dei soldi a qualcuno, e in seguito se ne sia pentito. Ci rifletta per bene: vuole davvero proseguire nella denuncia, rischiando di rovinare la vita di una persona innocente a causa di un suo capriccio?

Uomo: Ma… è ridicolo! E’ uno scherzo vero?

Agente: No, è una similitudine. Con lo stupro. Questo è precisamente quanto le donne si trovano ad affrontare ogni volta che tentano di denunciare i loro violentatori.

Uomo: Ma vaffanculo al maschilismo!

Agente: Esatto.

(Se siete rimasti colpiti anche voi come me, condividete questa cosa. Non me ne frega niente di farmi pubblicità: copiaincollatela sui vostri blog, mettetela su facebook, ritraducetela a piacere. Basta che giri, basta che aumenti un briciolo la consapevolezza in una società che si crede avanzata e al riparo da discriminazioni, e invece)


Ventun anni

(Racconto scritto la scorsa estate: qualche giorno dopo la strage di Otoya i giornali titolarono che Anders Breivik rischiava solo ventun anni di prigione; in quegi stessi giorni, nelle brevi di cronaca, appariva un’altra notizia riguardante un detenuto)

Ventun anni. Solo ventun anni, come hanno scritto i giornali. Si fa presto a dirlo, ma ventun anni in galera sono una vita. Io posso dirlo, perché ci sono stato. Ora sto per lasciare questa cella dove sono entrato quando ne avevo diciannove, ed ero appena un ragazzo. Ora ne ho quaranta, e dovrei essere un uomo: l’uomo che avrei potuto diventare se non fossi stato chiuso ventun anni qui dentro.

No, non sono innocente, mio padre l’ho ucciso proprio io, con la sua Smith&Wesson. Non sono un errore giudiziario. Ma dico lo stesso che ventun anni sono una vita, la vita che io avrei potuto avere e non ho avuto. Pensate a quante cose possono succedere in ventun anni. Pensate a voi ventun anni fa, a quello che avevate fatto, a quello che eravate. Ecco, io mi sono fermato lì.

Pensate a quante cose si possono fare, nel tempo materiale di ventun anni. Si possono prendere tre lauree in medicina. Si può piantare un albero di prugne e riuscire a fare il primo raccolto e la prima marmellata. Ci si può ubriacare ventun volte nello stesso modo e nello stesso posto per ventun capodanni. Si possono costruire e abbattere case, aziende, storie d’amore. Si può avere un figlio che fa in tempo a prendere la patente, ad andare a votare scheda bianca, a ubriacarsi legalmente, a prendere il porto d’armi, a imparare a sparare con la tua Smith&Wesson.

Tutto questo non mi è successo, e ora questi ventun inutili anni sono passati, sto per uscire di qui. Ma no, non per recuperare la libertà, almeno non nel senso che pensate voi. Lascio questa cella non per uscire all’aria aperta, ma per entrare in un’altra stanza. Perché ventun anni non è la durata della mia condanna. Ma il tempo che ci è voluto per il processo, l’appello, la revisione, la richiesta di grazia, i ricorsi e tutte le lungaggini burocratiche che non mi hanno evitato di finire qui, sulla soglia della stanza delle esecuzioni. Perché il mio nome è William Zed, e sono di Phoenix, Arizona.