Il mio Roth preferito: La macchia umana

È stato il primo libro di Roth che ho letto: è successo quando, più o meno a cavallo tra lo scorso millennio e questo, ho pensato che era ora di smetterla di fare lo snob e leggere solo autori morti. Ho quindi iniziato dai classici contemporanei, e nel 2000 Roth classico lo era già. All’inizio però La macchia umana mi diede un po’ fastidio, proprio perché contemporaneo: tutti quei riferimenti a Clinton, al caso Lewinski (1998), a una Storia che a me sembrava ancora troppo vicina, contingente, cronaca. Ma subito dopo il libro prende il volo: grazie alla scrittura di Roth, alla sua capacità di prenderti per mano e guidarti per periodi lunghissimi eppure cristallini; grazie al suo genio capace di cogliere l’universale nel concreto, nell’immanente. Essere ebrei in America, essere neri in America – essere privilegiati o reietti in America: un groviglio di contraddizioni, un sovrapporsi di strati che la storia di Coleman Silk illumina.

E poi: Philip Roth è considerato uno scrittore misogino se va bene, altrimenti sessista, quasi becero nel privilegiare in modo assoluto il punto di vista del maschio. Eppure con Faunia Farley, l’inserviente analfabeta, ci ha regalato uno dei personaggi femminili più duri, spettacolari e sorprendenti dell’intera storia della letteratura. Ma sopra ogni cosa La macchia umana è un capolavoro sull’ineluttabilità di certi destini, o di tutti; sull’agire eroico e inutile di noi piccoli umani. Ha la potenza, e la bellezza, di una tragedia greca. Contemporaneo, classico.

(mio contributo al pezzo collettivo che si può leggere su Esquire Italia)

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