Come scrivere un romanzo che parla d’amore, spiegato male

minerva

Quella che segue è contemporaneamente una microrecensione e una non-recensione. Microrecensione perché si parlerà di una frase, un rigo appena. Non-recensione perché c’è un conflitto d’interessi grande come un’amicizia.

Alessandra Minervini è mia amica. O meglio, lo sarebbe diventata in seguito. Prima, tra noi c’è stato un tale intreccio di rapporti – editoriali, meramente editoriali – che fatico persino a metterli in fila. All’inizio, io ero redattore di una rivista de cuyo nombre no quiero acordarme, e lei giovine collaboratrice appena uscita dalla Holden (uh, i pezzi che non le ho fatto riscrivere… mi odierà ancora). Poi, lei fu editor occulta e seconda persona al mondo che leggeva il mio primo libro man mano che lo scrivevo (la prima essendo, visto che siamo in vena di confidenze, quella che all’epoca era la mia compagna e musa e sprone e coach, e che poi sarebbe diventata anche mia moglie); mi diede pochi ma decisivi consigli, prima che io lo sottoponessi all’editore, e ne fu uno dei più sinceri sponsor una volta che uscì, addirittura citandolo in qualche suo corso di scrittura creativa, se non erro. Infine, fu editor ufficiale del mio secondo libro, ma ancora prima fu quella che per conto di LiberAria mi chiese di scriverlo, poi insistette, poi rinunciò, poi si ripropose, poi mi diede le idee, poi mi seguì passo passo cercando di farmi togliere le parole in dialetto (senza riuscire).

Nel frattempo, in tutti questi anni, io sapevo che lei stava scrivendo il suo, di libro. Ogni tanto me ne parlava. Ogni tanto mi mandava qualche pezzo (su cui tacevo, e di cui non ho ritrovato neanche mezzo rigo nel testo pubblicato). Ogni tanto mi faceva leggere qualche racconto, ma puntualizzando che si trattava di ben altro. Adesso – adesso si fa per dire, è uscito a ottobre – finalmente, eccolo qua: Overlove. Minerva mi ha messo anche nei ringraziamenti, a suggello definitivo del conflitto, anche se continuo a non capire cosa ho fatto.

minervalove

Ora c’è un’ulteriore cosa che mi mette in difficoltà, oltre al conflitto di interessi. Il libro parla di amore. Di una storia d’amore. O di due, o di tante (di tutte?). E io ho un po’ di problemi con i libri che parlano d’amore. Non è snobismo, del tipo tutti dicono I love you, e io no. Non è perché non lo ritenga un argomento degno. Anzi, forse proprio perché mi sembra appartenere al regno della mancanza, dell’indicibile, uno di quei due o tre temi che no, io non ce la farei mai. Ma per fortuna, ecco, questo non è love: è overlove. Che vuol dire?

In effetti c’è, ci sarebbe, la questione della lingua. Che in Minervini è peculiare, mai banale. Anni, decenni dedicati alla creazione di una voce sua, una voce tutta per sé: una ricerca meticolosa, sfiancante, accanita (e ho come il sospetto che non sia finita qui). Nella costruzione della frase, nella scelta delle immagini, nell’accostamento nome-aggettivo soprattutto: il tentativo costante di stupire, di scuotere, di pungolare, non di far addormentare al suono di una dolce ninna nanna, il lettore.

Poi ci sono gli intermezzi. Che sono la cosa che a me è piaciuta di più. Tra un capitolo e l’altro, brevi frasi o dialoghi, non si capisce detti da chi o quando, che in apparenza non c’entrano nulla. Non c’entra nulla, ovvio, ma a me hanno fatto venire in mente i paragrafetti in corsivo che Luigi Malerba inserisce tra un capitolo e l’altro de Il serpente: inserti misteriosi in una trama già destabilizzante di suo. Perché alla fine è questo che deve fare la letteratura, indicarti una strada e poi, mentre la stai seguendo, arrivare silenziosamente da dietro e buttarti fuori, farti deragliare.

Sì vabbè, ma overlove? Che vuol dire? Ecco, a un certo punto uno dei personaggi – mi pare il protagonista, o meglio l’antagonista, il cattivo, quello che la lascia – dice che overlove è troppo amore, quindi non abbastanza. Per me, invece, significa questa cosa qua (è appunto uno degli intermezzi, un dialogo nel buio):

SE FOSSI

“Se fossi innamorato di me e scoprissi che ho ucciso qualcuno, mi ameresti lo stesso?”

“No”.

(In collaborazione con Gli Stati Generali)

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