Forward to the future

Se il tempo esistesse, sarebbero passati 81 anni, 3 mesi e 29 giorni dalla morte di Woody Allen. Ma il tempo – come gli orientali sanno, i mistici insegnano e persino i fisici delle particelle hanno iniziato a capire – non esiste. Perciò non abbiamo bisogno di ricorrenze, di anniversari tondi o quadrati, per parlare di forward to the past – la vita all’incontrario: un topos narrativo che curiosamente appare in luoghi e con forme molto diverse.

Prima però di dire che cos’è, dobbiamo specificare cosa non è. Non è una tecnica di montaggio, cioè un modo per raccontare dalla fine all’inizio cose che sono successe nell’ordine consueto. Questa maniera di disporre l’intreccio (la quale poi non è altro che una maniera particolare di ordinare gli episodi in modo mescolato rispetto al tempo, come nel paradigmatico Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan) è altrettanto interessante e si ritrova in luoghi disparati. A me vengono in mente, per esempio: il film Irreversible con Bellucci e Cassel, il film Memento di Christopher Nolan, il romanzo Dove le strade non hanno nome di Angelo Carotenuto. In ognuna di queste narrazioni la tecnica è usata per produrre effetti diversi. Irreversible è una specie di apologia del determinismo, perché farci iniziare con il futuro significa costringerci ad attribuirgli la qualità che naturalmente attribuiamo al passato: l’immodificabilità; le cose sono andate così, ve le faccio vedere dalla fine perché voi capiate, cambiando l’ordine il risultato non cambia, anzi è proprio inevitabile. Simile senso di irrimediabilità, di sconfitta e rassegnazione (era già tutto previsto…) vuole trasmettere Carotenuto; in più lo scopo è quello di creare suspense non sul finale ma sull’inizio della storia, sulla causa oscura che ha mosso l’azione. Il capolavoro di Nolan è storia a sé: montare le sequenze al contrario è l’unico modo che ha il regista per far sì che lo spettatore assuma il punto di vista del protagonista, un disperato che perde in continuazione la memoria.

E attenzione. Anche se può sembrare uguale, non stiamo parlando neanche di storie come Il curioso caso di Benjamin Button, con le sue versioni, i suoi epigoni e ispiratori. Il racconto del 1922 di F.S. Fitzgerald parla di un uomo che nasce vecchio e muore bambino, ma “inserito in un ambiente perfettamente normale”, ipse dixit: un caso curioso, appunto, straordinario. La storia ricompare in un libro del 2004 di A.S. Greer, Le confessioni di Max Tivoli, oltre ovviamente a essere trasposta nel tempo dal film del 2008 con Brad Pitt. Ma un’idea simile aveva Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino, pubblicato nel 1911 da Giulio Gianelli, poeta crepuscolare e scrittore di novelle per ragazzi. Possibile che il grande Francis Scott avesse preso spunto dal tenero Giulio? In realtà Fitzgerald raccontò di aver tratto la scintilla da un’osservazione di Mark Twain sull’ingiustizia della nostra vita, che mette il meglio all’inizio e il peggio alla fine; e di aver poi ritrovato un simile sviluppo in certi appunti di Samuel Butler. Sia come sia, in tutte queste vicende non è il mondo che va al contrario, ma solo una persona. E dal contrasto tra le due sfere, quella del protagonista e quella di tutti gli altri, sfere che ubbidiscono a leggi opposte, da lì nasce il sugo della storia: mentre tutti crescono e peggiorano, lui migliora e poi rimpicciolisce; gli amori impossibili, strazianti di Button e Tivoli sono l’esemplificazione perfetta di questo dissidio.

A pensarci bene però, l’osservazione buttata lì da Twain, sembra alla base più dello sketch di Woody Allen che del racconto di Fitzgerald. In effetti dire che la nostra vita sarebbe più giusta se andasse al contrario, significa immaginare un mondo in cui tutte le vite iniziano con la morte e finiscono con la nascita; quindi non il mondo normale con un caso curioso per lo mezzo, ma un mondo in cui la regola è che il tempo all’incontrario va. Questo è quanto hanno fatto i tre autori che stiamo per esaminare. È ora, veniamo a noi.

(Continua su Prismo)

Siccome il tempo va al contrario, la prima volta che la storia appare è in forma di farsa. Ma quando è la prima volta che appare? Ovvero, quando è stato scritto lo sketch che abbiamo letto all’inizio? Sembrerà strano, ma non è facile reperire questa informazione cronologica (e dato l’argomento, mi sembra anche giusto così). Il motivo è che qui c’è un mistero avvolto in un enigma. Quelle righe, che in Italia circolano felicemente da anni con la firma di Woody Allen, sono variamente attribuite, anche in Usa: a George Carlin, o a Andy Rooney (stand up comedian e autori comici dello stesso stile e della stessa generazione di Allen), e ne esistono anche più versioni ; pare che invece siano di Sean Morey, quindi più recenti. Sulla sostanza non c’è molto da dire: un gustoso paradosso, che si avvantaggia dell’idea brillante e dell’esposizione fulminea.

Il secondo autore della storia è certo: J.G. Ballard. Che abbia copiato lo pseudo-Allen o che ne sia stato l’ispiratore, o che i due abbiano creato in autonomia, insomma, nel 1964 esce Time of Passage (fin dal titolo un’inversione, di Passage of Time). Il racconto in Italia è uscito in un paio di Urania (Ora zero dell’81 con il titolo Controtempo, Dopo la vita del ’90 con il titolo Periodo di transizione) e ora è reperibile nelle raccolte complete uscite prima da Fanucci e poi da Feltrinelli. È lungo una quindicina di pagine, e si svolge in un mondo in cui tutti vengono alla luce in un cimitero e muoiono nella pancia della mamma. Inizia così:

Il sole splendeva tra i fiori e le pietre tombali (…) Le lettere dorate erano ancora lucide, per nulla annerite dal tempo:
James Falkman
1963-1901
La fine non è che il principio

Basterebbe l’incipit, didascalico e confuso, a farci capire che siamo davanti a una delle prove meno riuscite del grande scrittore, uno degli innovatori della fantascienza moderna. I suoi racconti di solito hanno un’idea originale e uno sviluppo brillante; in questo caso, manca del tutto il secondo. Facciamocene una ragione, è così. Ma perché? Perché mancano i particolari. La vita di Falkman è una semplice estensione della storia dello pseudo-Allen (ricorrono dei topos: l’orologio d’oro alla festa della pensione – e poco importa davvero chi l’abbia scritta per primo). La differenza è solo che il registro non è comico, ma anzi dolente: pervaso da una tristezza per la fine che comunque aspetta tutti; per la consapevolezza che col trascorrere del tempo cadrà nell’oblio il ricordo del posto da cui si viene; per la progressiva perdita di capacità e autonomia che caratterizza l’infanzia. Sembra quasi volerci dire che, tutto sommato, da qualunque verso la si prenda, la vita non cambia molto.

Il sottoscritto ha una venerazione quasi religiosa per i racconti: dobbiamo ammettere che in questo caso la forma breve non giova allo svolgimento dell’idea? In realtà quello che rende Controtempo piatto è, ripeto, l’assenza di fatti, il riassunto di una vita a volo radente, la semplice giustapposizione di periodi della vita in ordine rovesciato, la mancanza di dettagli. Fatti e dettagli che non mancano nel terzo e ultimo autore di questa storia: Martin Amis, con La freccia del tempo (1991), un romanzo che definire capolavoro è poco.

Vai dal dentista. Appena arrivi entri subito nello studio. Il dentista ti infila nelle gengive un dente, sanguinolento e traballante. Esci e ti fermi per un’ora in sala d’aspetto. Poi a un certo punto ti alzi e te ne vai. Ecco cosa intendo per scendere nei dettagli: entrare nello specifico, descrivere minuziosamente gli accadimenti di un mondo alla rovescia, per farne esplodere le contraddizioni e l’assurdo – assurdo di cui i suoi abitanti non si lamentano, ma che vagamente percepiscono, un po’ come noi con il nostro d’altra parte. Ma quello di Amis non è solo un gioco intellettuale. Anzi è proprio la dimostrazione che una grande idea (la formula “forward to the past”) ha bisogno di essere innervata da una storia di spessore (il contenuto). Il protagonista de La freccia del tempo non è un James qualunque, ma un medico criminale nazista.

Questo perfetto equilibrio di forma e sostanza è ben esemplificato dal secondo titolo – attenzione, non sottotitolo – che Amis dà al libro: La natura dell’offesa. È tratto da Primo Levi, quando ne La tregua racconta della liberazione da Auschwitz, di come quel momento sia stato di gioia e dolore, per la consapevolezza che nulla avrebbe potuto cancellare quello che era successo, né dalla realtà né dalla memoria:

“Nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia”.

Ma che cos’è, questa freccia del tempo? È un concetto di fisica, e dice che il tempo, beh, scorre nella direzione in cui scorre, e non al contrario. Bella scoperta, direte voi, lo sappiamo bene. Ma i fisici, che sono gente pignola, sono abituati a non dare nulla per scontato. Il loro problema è che tutte le leggi della fisica classica e moderna – gravitazione, elettrodinamica, relatività, fisica quantistica – non implicano il tempo, cioè funzionano benissimo senza bisogno di dire in che direzione va il tempo. E allora da dove deriva la freccia? Tradizionalmente la si collega alla seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia: quella, per capirci, che ci dice che mentre è facilissimo mischiare latte e caffè per fare un cappuccino, da un cappuccino non riesci a separare latte e caffè neanche se sei il padreterno; che insomma l’universo s’incasina, e s’incasinerà sempre di più, fino a diventare una brodaglia indistinta, un cappuccino globale.

Sulla freccia, più c’è disordine più si sta avanti: l’entropia sarebbe la misura del tempo, quindi. Ma se alla fine dei tempi ci sarà il caos totale, vuol dire che all’inizio c’era l’ordine perfetto: logico no? Uhm. È a questo punto che qualcuno ha storto il naso, cercando spiegazioni altrove. Sono concetti molto affascinanti, come vedete, e molto complicati. Ma purtroppo man mano che si va avanti, diventano sempre meno affascinanti, e sempre più complicati, con formule matematiche, equazioni e tutto l’armamentario (per approfondire la questione, consigliamo questo articolo). In sostanza, c’è chi ha provato a collegare la freccia del tempo alla gravitazione. E ancora, chi ha ipotizzato che dal momento iniziale dell’universo, quel Big Bang datato 14 miliardi di anni, si diparta non una freccia ma due, una che va avanti e una che va indietro; non un universo ma due, il nostro, e quello in cui è ambientato il romanzo di Amis.

Alla facoltà di giurisprudenza ci hanno fatto una testa così con i brocardi latini, e con il fatto che non sempre vale il post hoc propter hoc. Non sempre cioè qualcosa che viene prima è la causa di qualcosa che viene dopo: bevi un bicchiere d’acqua, poi vai a letto e ti addormenti; non è certo per effetto dell’acqua, i due fatti sono in sequenza cronologica, non in rapporto di causa-effetto. Verissimo: ma è vero pure che quando un rapporto di causalità c’è, c’è anche una sequenza temporale; prima bevi un litro di vino, poi crolli addormentato sul pavimento. Vedete cosa vuol dire invertire la freccia del tempo?

Vai all’ospedale con una ferita ben suturata; il medico con un ago ti toglie il filo con cura e te la apre, poi te la sporca con un panno; l’ambulanza ti prende e ti scarica semisvenuto in un vicolo buio; per fortuna passa un tizio che ti restituisce il portafoglio, ti rimette in piedi e ti chiude quel brutto taglio con un coltello a serramanico; torni a casa sereno. Il potenziale distruttivo è enorme: invertire il tempo vuol dire invertire causa ed effetto, e perciò capovolgere completamente la morale. In Mattatoio n. 5, Vonnegut fa incontrare a un umano gli abitanti del pianeta Tralfamadore, che riescono a guardare il tempo come noi guardiamo lo spazio: presente passato e futuro tutti insieme. In un passaggio del libro, il protagonista, che ha perso l’orientamento ma non l’humour, fa all’alieno: “Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio”.

È evidente perciò che il contenuto di cui s’innerva l’idea del romanzo è fondamentale. Torniamo alla questione della sostanza (il fallo di Ballard, il genio di Amis): si vede come è decisivo, direi necessario, che al centro della vicenda ci sia il male. Anzi, il Male. Nel mondo di Amis i medici feriscono le prostitute, gli sfruttatori le curano e danno loro i soldi: i buoni sono i cattivi, e viceversa. E i nazisti… i nazisti hanno portato in vita milioni di persone. Anzi, hanno creato una razza: dal nulla, dal fumo nel cielo, un popolo intero. Invertire la freccia del tempo significa invertire la natura dell’offesa. Con ironia nerissima, Amis cita ancora Primo Levi, il noto “Qui non c’è nessun perché”, e lo capovolge:

“I come to love the evening sky above the Vistula, hellish red with the gathering souls. Creation is easy. Also ugly. Hier ist kein warum. Here there is no why. Here there is no when, no how, no where. Our preternatural purpose? To dream a race. To make a people from the weather. From thunder and from lightning. With gas, with electricity, with shit, with fire.”

Cosa vuole dirci Amis con questo folle mito? Dove andiamo a parare? Non esiste il tempo, quindi non esiste la responsabilità? Io sono fermamente convinto che il tempo non esista, che sia solo uno schema interpretativo, o meglio un filtro, senza il quale la realtà in tutta la sua potenza (quando le porte della percezione saranno aperte…) ci abbacinerebbe. Ma uno schema, appunto, necessario. Sono convinto che il tempo non esista, al di fuori dell’uomo. Ma anche che all’interno dell’uomo, nulla possa esistere senza tempo: che il tempo non possa non esistere. E allora? Allora dobbiamo fare una dimostrazione per assurdo, come quella di Kundera (fino a qualche anno fa lo citavano persino le popstar, ora non se lo fila più nessuno?) nell’incipit dell’Insostenibile: se esistesse l’eterno ritorno, ci verrebbe a nausea tutto, anche le cose più belle; ma visto che non c’è, che è solo un folle mito, ci sentiamo giustificati ad avere nostalgia anche del nazismo. Quindi. Se il tempo non esistesse, non esisterebbe la colpa; se il tempo marciasse al contrario, colpe e meriti sarebbero invertiti. Ma visto che va come va, insomma, c’è poco da fare filosofia: direbbe ancora Vonnegut, finché siamo qui, ragazzi, dobbiamo fare i bravi.

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