La nostra parte di torta

ursula le guin

Chi mi conosce lo sa: non ho grandi speranze per chi legge, per chi scrive, in generale per quella irrilevante setta di invasati (tanto più invasati quanto più irrilevante) che continuiamo a chiamare mondo della cultura, dell’editoria, del giornalismo. Sono rari i giorni in cui penso che ci sia una terza via tra la correità e la fuga, una strada intermedia tra vendersi l’anima e il culo per un passaggio in tv – o un link su un lit blog – e scappare in campagna a fare il pane nel forno a legna. Ecco, oggi è uno di quei giorni.

Oggi grazie a un post su Lipperatura, ho letto il discorso che  Ursula K. Le Guin ha tenuto quando ha ricevuto National Book Award. Le Guin è una scrittrice di fantasy e fantascienza. Il discorso lo ricopio pari pari perché è una cosa che chi ci crede – chi ci ha creduto anche per un solo momento della vita – dovrebbe incidersi sulle pareti di casa.

“A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Di cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti realisti.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere e immaginare nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi, abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.
Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. Vedo i miei stessi editori, stupidamente nel panico dell’ignoranza e dell’ingordigia, chiedere alle biblioteche pubbliche sei o sette volte il prezzo praticato ai clienti normali per un ebook. Abbiamo appena visto un profittatore cercare di punire un editore per la sua disobbedienza e gli scrittori minacciati da una fatwa corporativa. E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.

I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell’arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto: ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole.

Ho avuto una lunga carriera come scrittrice, una buona carriera e con una buona compagnia. Ora, alla fine di questa carriera, non voglio vedere la letteratura americana svenduta. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo e dobbiamo chiedere la nostra parte della torta. Ma il nome di questo riconoscimento non è profitto. È libertà”.

Annunci

2 commenti on “La nostra parte di torta”

  1. Fabio Avallone ha detto:

    Una volta tanto mi trovo in profondo dissenso, caro Dario. Il discorso della scrittrice (che non conosco) è profondamente contraddittorio. L’arte assoluta, quella alla quale sembra alludere non abbisogna di premi, di riconoscimenti e nemmeno di pubblico. Non si capisce, perciò, perché la tipa gioisca tanto per il premio ricevuto (ce ne sono stati, in passato, di artisti che hanno rifiutato i premi proprio per questa ragione).
    Si vuole liberare del capitalismo, ma vorrebbe i riconoscimenti propri del capitalismo: il pubblico.
    La libertà, infatti, c’è già. Mai come oggi scrivi e ti pubblichi quel che ti pare.
    Il problema è la diffusione, ma la diffusione è roba da capitalisti, da mercato. Non da artisti. No?
    Se invece mi parla di prezzi, vendite, politiche editoriali e di distribuzione, allora è di capitalismo, di merci che stiamo parlando. E allora non c’è arte che tenga.
    La moglie ubriaca e la botte piena, mai come in questo caso, mi paiono parecchio inconciliabili.

    • Dario De Marco ha detto:

      Mi confermi che secondo te – e non solo secondo te, ma secondo il pensiero dominante, che poi come ho scritto è anche il mio tranne nei pochi giorni in cui sono ottimista – la terza via non esiste. In politica come in cultura. O uno aderisce in toto allo status quo – “capitalismo”, “sistema” o come vogliamo chiamarlo – conformandosi ai suoi dettami, oppure sparisce dal mondo e si ritira in montagna, con un kalashnikov o una Olivetti a seconda dei casi. Tertium non datur


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...