This was (Jethro Tull 1674-2014)

aqualung pic

This was. Questo era. Era un ragazzino che stava scoprendo la musica, stava scoprendo il mondo; e scopriva che il mondo esisteva da molto prima di lui, e la musica anche. E che, guarda caso, le cose più belle sembrava che fossero non quelle che stavano succedendo all’epoca – erano appena finiti gli anni ’80, capite – ma quelle che erano successe vent’anni prima. Il ragazzino era a casa di un amico, di quelli più grandi, di quelli che la sanno sempre giusta, e l’amico a un certo punto tirò fuori questo LP enorme, bellissimo: la copertina anticata verdognola con questo barbone non meno affascinante che inquietante; le scritte gotiche all’interno, che però non erano i testi ma una specie di decalogo, che però non erano i comandamenti ma la Genesi, che però era una Genesi po’ rivisitata (“In the beginning Man created God; and in the image of Man created he him”); le frasi sbilenche di chitarra distorta, intervallate da ancor più assurdi e interminati silenzi; le parole che seguivano, pressoché incomprensibili per un masticatore di basic English da canzone pop. Tutto questo, tutto insieme, produsse una forte impressione su quel ragazzino: sembravano cose venute da un altro universo, più che da un semplice passato remoto.

(Qualche anno e qualche centinaio di album dopo, quel ragazzino con altri amici si arrampicò fino a un’afosa periferia romana, per constatare che il barbuto barbone biondastro fissato nel suo – e non solo suo, avrebbe scoperto – immaginario, era in realtà un signore pulito e pelato con un pizzetto nero e ben curato. Capace però di zompare qua e là per il palco come un pazzo, e di suonare ancora meglio).

Oggi, quel ragazzino si è reso conto con sgomento che i protagonisti di quell’avventura, come si dice, sono tutti ancora lì; non solo, ma che gli anni che sono passati da quella impressionante scoperta personale sono più di quelli che, all’epoca, erano passati dalla prima uscita di quell’album; che cioè – per quanto assurdo possa sembrare a chi si è costruito un mito e lo ha posto in un territorio eterno, insieme alla Sfinge e alle Crociate – sulla linea del tempo quel pomeriggio dall’amico è più vicino ad Aqualung che al momento presente; e lo sarà sempre di più. Ma questa non vuole essere una lamentazione sul tempo che passa; o forse sì, visto che il tempo è uno dei leitmotiv che, sottotraccia, corrono nella storia dei Jethro Tull. Quello che sicuramente non vuole essere – nonostante BU non abbia mai “articolato” i JT (veramente? Ma siamo pazzi?) – è una rievocazione storica, una biografia cronologicamente ordinata, pezzo per pezzo, album per album: anche per questo non c’è una discografia, né la pedante citazione delle fonti, tutte cose ritrovabili con facilità e autonomia sull’internet. Quel ragazzino, che tanto (poco) assomiglia a Gerald Bostock, il vero autore non solo dei testi ma anche delle musiche di Thick as a brick – poi Anderson dovette raccontare la palla della finzione letteraria, ma fu per evitare guai con la legge, e te credo: un minorenne – quel ragazzino non ha letto tutto il leggibile e poi raffazzonato un biopic, ma ha invece interrogato testimoni, e vi presenta ora una specie di mockumentary. Ma capovolto, nel senso che i fatti narrati sono veri, mentre i personaggi chiamati a raccontarli sono entità astratte, o immaginarie, o defunte.

(Su Blow Up di dicembre. Continua in edicola)

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