Professione blogger? Col cavolo!

cavolo cimone

Foto di Corrado dell’Olio (http://www.flickr.com/photos/hyotsuk/) con licenza Creative Commons

Stamattina sono andato al banchetto di frutta e verdura vicino casa, e ho comprato un bellissimo cavolo cimone. Il venditore lo ha incartato, lo ha messo nella busta, ma prima di darmela ha preteso che lo pagassi, non si sa mai. Poi, si è fermato un attimo a guardarmi e, con l’aria di chi sta per darti un consiglio che ti fa svoltare, mi ha detto: Ma te, perché non ce l’hai un bel blog? Perché ne ho quattro, gli avrei voluto rispondere. Ma me ne sono stato zitto e mogio, l’ho ringraziato e me ne sono tornato a casa a cucinare. D’altra parte, se lui non conosce questo blog non è mica colpa sua. È colpa mia.

Il post che state leggendo è l’ideale continuazione di quello della settimana scorsa sulle surreali difficoltà di farsi pagare per chi come me fa(ceva?) il giornalista; post che ha fatto un po’ il giro del web, mi è arrivata un sacco di solidarietà, e un sacco di testimonianze da altri settori (traduttori, grafici, informatici, persino avvocati!) tutti a dire che anche per loro è così. Il più spassoso è stato un collega della Svizzera italiana, mi ha mandato un suo articolo che avrebbe dovuto descrivere una situazione analoga: solo che, sentite, questa situazione era che lui non aveva partecipato a una trasmissione tv dove avrebbe dovuto intervistare un politico (come quando il direttore del Corriere va a Ballarò, per capirci) perché gli avevano offerto solo 200 franchi. Un grande, intendiamoci. Però, sembra un pezzo di cronaca da Marte. Il post che state leggendo è anche l’ideale risposta a una domanda che ancora nessuno mi ha fatto, me la faccio io prima di dovermi pigliare a mazzate.

La domanda è: scusa ma che stai a fare ancora dietro ai giornali e all’editoria cartacea e tradizionale, non lo sai che il futuro è internet? Fai un bel blog che spacca, e vedrai che sfondi! Ora, io non metto in dubbio che il futuro sia il web, anzi è il presente; né che l’editoria per come è stata intesa finora sia un cadavere ambulante. Il punto è: esiste o almeno sta per nascere un modello, non dico di business ma di sopravvivenza, su internet? Non mi sembra, non ancora, sia a livello di grandi gruppi che di singoli.

Le grandi testate lo stanno cercando disperatamente questo modello, e vanno avanti finanziando i loro siti con i ricavi, sempre più in calo, del cartaceo. E i blogger? Ci sono fior di esempi, direte voi, di persone partite dal nulla, con un diario personale o poco più, che ora sono ricche e famose, tengono conferenze di qua e scrivono libri di là, fanno consulenze di sotto e socialmedia managing di sopra. Però insomma, uno su millemila ce la fa, e per ogni signor nessuno che diventa una twitstar, legioni di altri continuano a languire in una sorta d’involontaria clandestinità (trad.: nessuno se li caca). Lo so, esistono validissimi post di social media smart people che ti spiegano se e come sia possibile “guadagnare con un blog” (uno degli ultimi che ho letto è di Enrica Crivello). Ma io qua non sto a fare teorie e tecniche dei nuovi media. Vi sto a raccontare i fatti miei. E allora.

Ho fatto i conti del servo (che sono io), facili facili. Primo numero: il post di cui sopra – Una giornata particolare – ha fatto schizzare alle stelle le statistiche di questo blog. E dopo dieci giorni, misteri del viral, continua a girare da solo. Ora, a voialtre blogstar probabilmente le cifre di cui sto parlando faranno ridere, ma per me che so’ bloggher di nicchia sono stratosferiche. Limitiamoci alla prima settimana, per parlare di un lasso circoscritto: in una settimana sono arrivate sul blog 15.134 visite da 12.751 visitatori (anche se c’è da dire che nel frattempo avevo messo un altro post di tema analogo che appena uscito ha preso il sopravvento, anche se dopo un paio di giorni è stato risorpassato alla grande: oggi, per dire, il primo ha fatto 1285 e il secondo 39).

settimane

Di questi dodicimila naviganti che sono transitati sul mio blog, che me ne viene in tasca? Innazitutto consideriamo la cosa in termini di visibilità, fidelizzazione dei lettori, web reputation. Se avessi il klout, vi direi com’è cambiato il mio klout, ma siccome non sono figo (ve l’ho detto!) vi mostro una serie di parametri, ma pochi. La pagina facebook del blog è passata da 330 like a 390. Vogliamo considerare pure le richieste di amicizia da sconosciuti? Sono 16 (tutte accettate, vi pare che faccio lo schizzinoso). I nuovi follower del mio account twitter sono stati 56 (anche senza contare i geniacci che ti iniziano a seguire, ma se tu non ricambi entro poche ore, ti defollowano subito). Poi, 19 persone si sono iscritte agli aggiornamenti del blog, cioè ricevono una mail ogni volta che metto un nuovo post. Quindi, su 12.000 lettori – mentre 2.000 e più hanno messo il like a quel singolo post, e un numero che non è possibile contare lo ha condiviso – pochissimi hanno ritenuto che valesse la pena iniziare a seguire il blog nel suo complesso: 60 su facebook (lo 0,5%, o il cinque per mille), 56 su twitter (meno dello 0,5%), 19 in altro modo (lo 0,17%, credo). Anche a sommarli tutti, e non sono sommabili perché molto spesso la stessa persona mette il like su facebook e il follow su twitter, sarebbero 151, cioè l’1,25%. In altre parole, per avere un centinaio di nuovi lettori fissi un blog come il mio deve spararsi quindicimila visualizzazioni in una settimana: in proporzione se volesse arrivare a 1000 like dovrebbe fare ventimila visitatori al giorno per sette giorni consecutivi. E chi li fa sti numeri?

C’è un altra cosa da considerare per misurare il mio tornaconto: la vendita diretta. Questo blog non fa vendita diretta, giusto? Beh, non proprio, perché è vero che non c’è un e-commerce di qualcosa, però nella pagina del mio romanzo ci sono i link alle varie librerie online che lo vendono. Ebbene, sapete quante persone, sempre su dodicimila, hanno cliccato sulla pagina del libro? Ben 126. uno su cento. E di questi, quanti hanno schiacciato uno di quei link a Ibs e simili? Addirittura 6 (sei). Uno su duemila. Se facciamo finta, ed è un grosso se facciamo finta, che tutti abbiano effettivamente portato l’acquisto a buon fine (e non, com’è logico supporre, circa il 10-20% di quelli che ci sono andati), avrei totalizzato 6 copie vendute. Meglio che niente, eh, meglio di prima. Ma se considerate che su ogni libro ci guadagno circa 1 euro, capite che con più di un succo di frutta non posso brindare a questo trionfo.

Senza dire che, solo per mantenere le cifre di accessi degli ultimi giorni, e non per aumentarle seguendo i calcoli di sopra, dovrei scrivere un post così brillante ogni settimana, almeno. Onesto, e chi ce la fa? Forse è vero, forse sono io a non essere così super: rassegnatevi, non mi vedrete mai da Fazio o dalla Concita; anzi siate orgogliosi, voi élite che leggete un blog per pochi intimi.

Ah, dimenticavo. C’è un altro parametro da considerare. In effetti, in seguito al boom di contatti mi sono arrivate svariate offerte di collaborazione per scrivere su testate online. Gratis.

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10 commenti on “Professione blogger? Col cavolo!”

  1. […] Update: leggi il seguito di questa storia – Professione blogger? Col cavolo! […]

  2. denisocka ha detto:

    miseriaccia, analisi che non fa una piega e che mi ha depresso pure. Se con quei numeri il tuo blog è di nicchia, il mio è da granello di sabbia. Nemmeno quando lo hanno citato due volte su Repubblica ha fatto quei numeri. Il finale del post, poi, è emblematico.

  3. GiovanniMarchese ha detto:

    Vero! Anche io tempo fa ho fatto un ragionamento del genere traendo le medesime conclusioni. Verissimo anche che c’è un altro parametro da considerare, quello delle offerte di collaborazione per scrivere su testate online. Gratis. Anche a me è successo…. Che cavolo!

  4. Arianna ha detto:

    Quello che tu scrivi è una cosa sentita e condivisa da tanti (vedi grafico) quindi utile anche se non redditizia. Penso che sarebbe bello trovare un luogo virtuale dove parlare di queste cose, confrontarsi e cercare soluzioni collettive. Perché senza guadagno il lavoro dopo un po’ non può essere portato avanti. Scusa se non ti do una soluzione ma la sto cercando anche io.

  5. e qua, Dario, non possiamo dire altro che questo: adesso soltanto un futurometro ci può salvare.

  6. Roberto ha detto:

    Scusa, non sono un blogger professionista ma qui mi sembra che hai scoperto l’acqua calda…..Anche nel mondo reale mica tutti gli architetti (e io sono uno di quelli) sono miliardari. C’è chi progetta il Guggenheim di Bilbao e chi l’ingresso della casa della nonna (e lo fa gratis credimi….). O prendi la nuova moda degli chef….ci sono quelli che aprono un ristorante pluristellato pur avendo dubbie capacità culinarie e chi, pur avendo il “dono della padella” non riescono a fare più di 10 coperti al giorno. O i nuovi “ingegneri delle torte” da 500 euro l’una, ecco su 10.000 appassionati creatori di dolciumi solo una decina ne riescono a fare una professione redditizia.

    Benvenuto nella realtà della competizione creata da questa società un po’ malsana…..Il problema non è Internet o non Internet, sicuramente la presenza online è stata proficua per i pionieri ma la questione di fondo è la solita che aleggia nell’aria da decenni….

    L’illusione della carriera scolastica per la realizzazione delle basi per la propria carriera lavorativa ha ormai dimostrato tutti i suoi limiti…insomma, in tutte le professioni siamo troppi e non c’è spazio per tutti, ovvio!

  7. […] e sperimenta tutti i giorni. E già era uscito tempo fa un pezzo un po’ troppo lungo ma molto divertente sul lavoro non pagato, sul blog di Dario De Marco, Per tutto il resto c’è […]


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