Ecologia e nucleare, c’è chi dice sì

Ambientalisti a favore del nucleare. Sembra strano, e in effetti al senso comune suona come una contraddizione. Dimostrare che non lo è, questa è la missione che si è data Vincenzo Pepe, professore di Diritto costituzionale a Napoli 2 e fondatore del movimento ecologista FareAmbiente. Pepe, originario del Cilento, riversa la sua storia e il suo pensiero in un libro: Non nel mio giardino (Baldini&Castoldi, pag. 350, euro 19.90). Un libro che mescola ricordi di vita privata con resoconti della sua esperienza amministrativa (è stato presidente del Consorzio smaltimento rifiuti a Caserta), racconta la nascita dell’associazione e fa una breve storia del nucleare in Italia: dal primo referendum dell’87, di poco successivo alla tragedia di Chernobyl, al secondo del 2011, anch’esso sciaguratamente vicino al disastro di Fukushima.

Ma è un libro soprattutto pieno di dati, che offre una panoramica a tutto tondo sulle fonti di energia: tradizionali e moderne, inquinanti e a zero emissioni, rinnovabili e non convenzionali. E poi mostra le esperienze dei vari paesi: dalla Francia – che trabocca di centrali, anche vicinissime al nostro confine – dove ogni decisione viene presa coinvolgendo le comunità locali e sentendo tutte le voci competenti; fino al Giappone, che nonostante la catastrofe ha mostrato di non voler abbandonare l’atomo e ha iniziato una campagna informativa della popolazione. Pepe si schiera apertamente contro quello che lui definisce l’ambientalismo di professione, ideologico, legato agli anni settanta: quello che dice sempre no. E non a caso il titolo del volume richiama il Nimby (not in my back yard), ovvero il supposto atteggiamento di chi afferma: ok, fatelo pure, ma non nel mio giardino.

Il merito del libro è quello di avere un taglio laico, scientifico (Pepe ama ricordarci come molti scienziati siano a favore dell’energia atomica, da Umberto Veronesi a Margherita Hack). Per esempio, si evidenzia l’apporto insufficiente delle fonti rinnovabili, anche in prospettiva futura (si stima che al massimo potrà coprire il 20% della produzione) e si deduce che essere contro il nucleare significa indirettamente spingere per l’uso di idrocarburi, cioè il petrolio e il gas che stanno avvelenando il pianeta: curiosa in questo senso l’alleanza, o quantomeno la convergenza, tra i migliori movimenti ecologisti e le peggiori lobby petrolifere. Oppure vuole sfatare alcuni miti: a rigor di logica, per dire, l’Italia non può definirsi nazione denuclearizzata perché – anche lasciando stare le nazioni confinanti – abbiamo le tre ex centrali, che non producono più energia ma sono da tenere sotto controllo; abbiamo svariate “centraline” sperimentali; senza infine dimenticare la radioattività diffusa in molti ambiti, soprattutto quello ospedaliero, con la relativa produzione di scorie difficili da smaltire. E a proposito di scorie, Pepe ha anche l’onestà di evidenziare i punti critici dell’atomo: ci parla del problema dei residui radioattivi, che sono la vera nota dolente, molto più del rischio incidenti. Come pure ci parla, anche se un po’ meno, dell’obsolescenza delle centrali, che dopo qualche decennio devono chiudere; problema che dovrebbe essere in parte risolto dagli impianti di quarta generazione, che arriveranno però se tutto va bene verso il 2040.

Un interessante punto di vista fuori dal coro, nonostante qualche lungaggine di troppo (verso la fine appare un’incongrua carrellata di biografie di personaggi in qualche modo collegati all’energia, e spesso morti tragicamente: da Mattei a Pasolini ma anche Nicola Tesla) e qualche tesi un po’ azzardata, come il curioso parallelo tra le fonti energetiche e le forme di governo (regimi autoritari = petrolio, democrazie = nucleare). Vincenzo Pepe crede nella sua battaglia, e soprattutto ha fiducia nel futuro, nel progresso, nella crescita indefinita dell’economia e della tecnologia: l’umanità se l’è sempre cavata, dice in sostanza, se la caverà anche stavolta. E questa, di rifiutare il catastrofismo e in favore delle magnifiche sorti, è senza dubbio la presa di posizione più originale.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino)

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