Il sax afro-scandinavo di Ivan Mazuze

Dici Africa e ti si apre un mondo di suggestioni: i maratoneti a piedi scalzi, gli infaticabili campioni degli altipiani. Fascino, e sudditanza psicologica, complesso di inferiorità. Ma si sa, allargando lo sguardo, che alla storia l’Africa ha dato ben altro. Che quello che ha dato, le è stato preso con la forza. Prima milioni di uomini, ridotti in schiavitù e deportati nel nuovo mondo. Poi le immense ricchezze naturali, depredate dal colonialismo e dal capitalismo occidentale. Tra gli effetti collaterali di questa violenza secolare, ci sono perdite meno visibili ma altrettanto drammatiche: la devastazione di intere culture, di millenarie tradizioni. È il colonialismo culturale, in seguito al quale, per dire, mentre in Grecia si suona il rebetiko con il bouzouki, e in Libano la musica araba classica con l’oud, invece se vai in Congo lo strumento tipico è… la chitarra elettrica (!) e il genere musicale preferito è la rumba.

ivan mazuze

Per fortuna, c’è chi tenta di salvare quello che è rimasto, con uno studio teorico rigoroso ma anche con una pratica musicale spregiudicata: inserendo cioè vecchi canti e ritmi in contesti nuovi ed elettrizzanti. Vorrei oggi presentarvi un musicista straordinario, il campione olimpico delle note, l’Abele Bikila del sassofono: please welcome Ivan Mazuze. Mazuze è nato in Mozambico, si è laureato in Sudafrica, ora vive – strano ma vero – in Norvegia. A Città del Capo ha studiato non solo sax e clarinetto, ma anche etnomusicologia, in particolare specializzandosi nel rapporto tra musica e trance nei riti tradizionali. Ha pubblicato libri sulla materia, e scrive regolarmente sulle più accreditate riviste scientifiche del settore. È uno serio, insomma. Ma è pure un pazzo scatenato: notevole improvvisatore jazz, ha fondato uno dopo l’altro vari gruppi tutti tesi a integrare le radici africane con le sonorità afroamericane; volendo poi fare il musicista di professione, cioè il creativo e non solo lo studioso, ha pensato bene di fondare una propria casa di produzione ed etichetta discografica; dopo il primo album, Maganda, ha preso e si è trasferito a Oslo; insomma uno che non sta mai fermo.

Ora è uscito Ndzuti, un album che è un calderone ribollente di tutte le musiche che ha incontrato. La base è essenzialmente ritmica: non tribale ma piacevolmente moderna, e però si percepisce qualcosa di diverso, di ancestrale. Non è un disco jazz, piuttosto un disco di musica africana contemporanea, tanto orecchiabile quanto inconfondibile: anche se non si sente a prima botta, insomma, quel che fa la differenza è la ricerca, il recupero di particolari ritmi dall’Africa meridionale. Su questo sfondo si innestano vari spunti melodici: il canto tipico dell’Africa occidentale, Senegal e Costa d’Avorio, affatto diverso e peculiare, con il quale Ivan è entrato in contatto in quel di Oslo. Poi vocalizzazioni di stampo scandinavo, ma anche con qualche venatura latina. E ovviamente il jazz: ma idem qui, c’è quello groovy e ammaliante dei suoi sassofoni, mischiato con quello freddo e rarefatto del pianoforte norvegese, e ancora con quello ipercontaminato e globale del grandissimo Omar Sosa, pianista cubano e altro infaticabile catalizzatore di incontri tra mondi. Luce per la mente, trance per il cuore, carburante per le gambe. Che volete di più?

La scorsa estate il tour di Ivan Mazuze ha toccato anche l’Italia; magari avete avuto la fortuna di vederlo (io no), sennò si può recuperare ascoltando Ndzuti. Proviamo a mettere un po’ di continente nero in cuffia durante l’allenamento, magari un minimo della sua magia ci passa nella falcata. E se non diventeremo gazzelle africane, almeno sapremo perché.

(Questo articolo è uscito nel numero di ottobre del mesile sportivo Correre)

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