George Saunders, questi sì che sono racconti (e non c’è niente da ridere)

Prima togliamo di mezzo un paio di equivoci. Innanzitutto, che questo sia un buon momento per i racconti, dato che Alice Munro ha vinto il Nobel. Alice Munro – che è una grandissima scrittrice senza dubbio, e che stramerita il Nobel (così come lo strameritano Roth, Murakami e Kundera, per dire) – non scrive racconti. Scrive romanzi. Solo che, siccome ne scrive tanti, ed è una persona onesta, li pubblica a sette-otto insieme, stampati su pagine grandi e con carattere piccolo. Ma volendo, uno scritto che nel caso suo viene definito racconto, potrebbe benissimo essere pubblicato – e in molti casi italiani in effetti è pubblicato – in forma di romanzo breve: allargando bene i margini e il corpo, si arriva serenamente alle circa cento pagine. (Che poi il criterio quantitativo sia sufficiente a tracciare il limite tra racconto e romanzo è senz’altro discutibile; ma siccome a volerne immaginare altri si entra subito nel campo del soggettivo e/o nei metafisici territori dell’ermeneutica, ci teniamo quello, no?).

Dopodiché, io che sono un fervente sostenitore della forma racconto, sia come lettore che come, ehm, scrittore, non posso che gioire di questo equivoco: se grazie a Munro si vendono o si stampano tre libri di racconti in più, viva Munro. Però che sia ben chiaro, ciò non vada a diminuire i meriti di chi coraggiosamente da anni scrive e pubblica racconti brevi, cioè una forma negletta e minoritaria nell’ambito di un settore negletto e minoritario come quello del libro, insomma la nicchia della nicchia. Tipo:

dieci_dicembre

George Saunders, Dieci dicembre, minimum fax, traduzione Cristiana Mennella, pag 222, euro 15

Secondo equivoco, specificamente riferito a George Saunders. Che sia uno scrittore dal tono sarcastico, o satirico, o addirittura ironico. Basta solo buttare un occhio alla quarta di Dieci dicembre: “sovversivo, spassoso ed emotivamente penetrante” (Jennifer Egan); “una voce piena di grazia, inquietante, sincera ed esilarante” (Thomas Pynchon); “spiritoso, intenso” (The Guardian). Che vi devo dire. Sarò privo di sense of humour. Sarò un tipo impressionabile. Ma a me le situazioni messe in gioco da Saunders mi hanno sempre messo rabbia, paura, angoscia. Divertimento, mah. Certo, leggerlo può essere spassoso come è spassoso per un esperto di scacchi guardare una sfida tra due campioni, nel senso del puro piacere che si prova nel vedere all’opera un’intelligenza superiore. Ma il più delle volte è esilarante come, che ne so, guardare il tizio che si è buttato dall’aereo senza paracadute cercare disperatamente il cordino e poi – dopo troppo tempo – schiantarsi al suolo.

Evitate le trappole, e già per vie traverse incensato Saunders, che vi devo dire? Che, come pronosticò il New York Times a gennaio, questo è il più bel libro che ho letto quest’anno? Ancora una volta, dissento. Non lo so, io quest’anno ho letto almeno tre o quattro libri che mi sono sembrati sensazionali – Jakuta Alikavazovic e Matteo Galiazzo, come pure Karen Russell e Piergiorgio Paterlini – e se dovessi dire che Dieci dicembre gli dà una pista a tutti, non lo so (e sto parlando solo di quelli effettivamente usciti quest’anno, che poi io, sapete, sono ignorante, e quindi ogni tanto recupero delle cose che non avevo mai letto, recentemente Seminario sulla gioventù di Busi e Vita di Pi di Martel mi sono piaciuti proprio assai: è vero, sono di anni o decenni addietro, ma che vuoi New York Times, l’hai detto tu “il più bel libro che leggerete quest’anno”).

Non lo so, se è il più bello di quest’anno. Sicuramente, non è il più bello di Saunders. Io a lui l’avevo conosciuto anni fa imbattendomi per caso (sono le letture migliori) in una copia de Il declino delle guerre civili americane. Ed ero stato subito risucchiato in una realtà inquietante, troppo simile alla nostra per lasciarci indifferenti, ma troppo diversa per non turbarci. Avevo poi recuperato su ibs Pastoralia, e divorato anche quello, avevo poi salutato con un finalmente l’uscita di Nel paese della persuasione. Questi ultimi due non mantengono costante in ogni racconto l’altissimo livello del primo, che per me – come spesso capita al primo letto, come spesso capita al primo uscito – resta il migliore. Ma comunque, parliamo sempre di rendimenti superlativi. Avevo coniato, in occasione dell’uscita del penultimo, una definizione che ha avuto larga risonanza nella critica (ah ah): fantascienza di prossimità. Sia perché descrive situazioni quotidiane molto simili alle nostre, ma inserendo due o tre elementi leggermente abnormi, difformi, deformi. Sia perché quell’incubo potrebbe essere il nostro futuro, ma non tra mille o cento anni: già dopodomani.

pillolarossa

Bene. Il fatto è che ogni tanto, sempre più spesso, i racconti di Dieci dicembre escono da questo schema. Per collocarsi senza dubbio ai giorni nostri, con un’ambientazione schiettamente realista. Ed è quasi sempre lo squallore della cittadina americana, tra famiglie sull’orlo del collasso e personaggi grassocci di scarso successo, fra drammi personali e invidia sociale, tra poveri stupidi e stupidi ricchi. Intendiamoci, stiamo sempre di fronte a un gran maestro: nello stile, nell’intreccio, nella suspense. Ma i parchi tematici e le distopie probabili mi piacevano di più, mentre qui sono in minoranza (Fiasco cavalleresco, Fuga dall’Aracnotesta). Eppure.

Eppure a guardare bene, il vecchio George non ha perso smalto. Tutt’altro. Ha affinato gli strumenti, anzi. Ha reso la distopia più sottile, ai limiti dell’impercettibile. Come nel racconto centrale, il lungo (ma sempre più corto del più corto di Munro) Le Ragazze Semplica. Dove all’interno di un ordinario, ma già di per sé disturbante, quadro familiare/sociale di lavori deprimenti e bambini che si sentono inferiori perché non hanno il ponte e la cascata in giardino, un po’ alla volta si inizia a intuire qualcosa di veramente strano, che viene fatto a delle ragazze usate come… ma no, non posso rovinarvi la sorpresa! Vi basti sapere che, proprio perché inserito in maniera subdola e con aria innocente, l’elemento di disturbo viene fuori agghiacciante: la nausea ti prende di botto. E così, apparentemente defilati, ma si sospetta decisivi, sono gli elementi di disturbo in altri racconti: a cosa serviranno i gettoni MiiVOXmin e MiiVOXmax che un reduce dall’Iraq in piena sindrome post traumatica si ritrova in mano, entrando per caso in quello che sembra un negozio, mentre si aggira tra le macerie della sua famiglia cercando di non dare di matto? E quale sarà il misterioso lavoro che in Esortazione il responsabile di reparto invita a fare bene e col sorriso sulle labbra, anche se costringe a compiere azioni che non ti fanno proprio sentire a postissimo? Non lo sapremo mai. E in questo sta la grandezza di Saunders: nel nascondere il mostro nell’ombra, così che sembri ancora più grande e cattivo. Sicché ho iniziato a dubitare di tutto, anche dei racconti cosiddetti realisti: e se ci fosse qualche trucco anche lì? Fammi andare a rileggere… Insomma, mi hai messo al tappeto ancora una volta, vecchio George.

(oggi anche su www.giudiziouniversale.it)

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One Comment on “George Saunders, questi sì che sono racconti (e non c’è niente da ridere)”

  1. exlibris ha detto:

    “Io a lui l’avevo conosciuto anni fa imbattendomi per caso (sono le letture migliori) in una copia de Il declino delle guerre civili americane”. Verità di prossimità?


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