Davide Enia, teatro di guerra

eniaShakespeare in poltrona ha la stessa efficacia? E Bob Dylan, lo merita il Nobel per la letteratura? Annosa questione, se un testo che è stato scritto per essere recitato su un palcoscenico o davanti a una macchina da presa, o peggio ancora per essere cantato, possa funzionare anche se viene semplicemente letto, come un romanzo o una poesia. Davide Enia taglia il nodo gordiano e oggi, dopo Italia-Brasile 3 a 2 di tre anni fa, manda in stampa maggio ’43 (Sellerio editore, pag. 104, euro 12): che funziona eccome.

Davide Enia appartiene alla schiera degli autori-attori, quella che ha avuto il capofila in Marco Paolini e un acclamato rappresentante in Ascanio Celestini. Come per quest’ultimo, il teatro civile del trentanovenne palermitano affonda le radici nella tradizione orale, nella narrazione popolare; e più che di monologhi o pièce, sicuro lui preferisce parlare di “cunti”. Ma è proprio omettendo il teatro, l’azione e l’oralità, che il libro funziona come libro: Enia asporta tutte le indicazioni per l’attore – movimenti in scena, parti cantate – e così il testo scorre fluido e senza intoppi (sono invece presenti un bel po’ di note per chiarire i termini dialettali: era proprio necessario, tradurre “babbiare”, dopo tanto Camilleri?).

Nel maggio ’43, il 9 precisamente, ebbe luogo un bombardamento a tappeto della città di Palermo: inconsueto, perché di giorno, e devastante, perché quasi tutto il centro fu annullato, e ne porta i segni ancora oggi. Racconta l’autore (nella nota finale; mentre uno scritto introduttivo è firmato dall’altra star del teatro siculo contemporaneo, Emma Dante) che da questa osservazione, meglio dall’osservazione di essere cresciuto in mezzo alle macerie senza essersene accorto, nasce la scintilla di maggio ’43. È una rimozione – che ne riecheggia un’altra, collettiva e gigantesca: a infliggerci le ferite più crudeli sono stati gli Alleati, quelli che ci hanno liberato – e quindi è felice l’intuizione di Enia che fa raccontare i fatti a un ragazzino di dodici anni. Il piccolo Davide, che negli anni ’80 non vede le cicatrici dalle quali è circondato, è l’omologo del piccolo Gioacchino che nel ’43 passa attraverso tutti gli strazi della guerra – scappare nei rifugi anti-bomba con la statua di santa Rosalia, sfollare in campagna, mangiare solo limoni per una settimana, imbrogliare e farsi imbrogliare, infine vedere crollare il proprio mondo – e non li vede, o meglio non ne vede il senso tragico, irreparabile. Poi, Davide si renderà conto (e scriverà maggio ’43). Gioacchino, non si sa. E noi?

(Articolo uscito oggi sul Mattino)

Annunci


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...