Caravaggio, l’arte della fuga

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Caravaggio. Una vita di corsa. Prima in fuga dalla peste, poi a trionfali falcate verso l’arte e la gloria, infine di nuovo scappando dalla mano del boia e dalle conseguenze della propria violenza omicida. Caravaggio. A lui si è ispirata la danza, corpi e luci e ombre come nei suoi dipinti, ma in movimento: il Balletto Teatro di Torino, con uno spettacolo che ha debuttato vari anni fa e che gira ancora. Ma per mettere in moto corpi e ombre, per passare dal quadro al ballo ci vuole una cosa: la musica. Caravaggio. Ecco il titolo dell’ultima incisione di Giovanni Sollima, rielaborazione delle musiche per quel balletto. Arte, teatro, danza e musica, in un turbinio di stimoli per la mente e per le gambe.

Giovanni Sollima – cinquant’anni, palermitano – è violoncellista e compositore: musicista talmente indefinibile da essere comprensibile, talmente strano da essere alla portata di tutti. Di formazione e impostazione classica, chiaro. Ma già cresciuto in quell’humus che ha svecchiato la composizione contemporanea spalancando le porte delle più muffite stanze di Conservatori e sale da concerto. Quell’humus ha un nome: minimalismo. Dopo che la musica classica era diventata fredda, astratta, indecifrabile, il minimalismo riportò il gusto per la melodia, per la leggibilità. Anche se era una melodia incantata in strutture minime, appunto, basata sulla ripetizione ipnotica di poche e semplici idee. È un ritorno all’antico – ché sulla ripetitività, sulla costruzione ciclica è basata tutta la musica popolare da che mondo è mondo. E contemporaneamente un’apertura al moderno, alla semplicità del rock. Ma Sollima viene su quando il minimalismo ha già fatto il suo tempo, ha già dato il meglio di sé. Anzi, è in fase declinante, deve subire la reazione come tutte le cose che sono divenute troppo di moda. Infatti se proprio si vuole definire il suo genere, spesso lo si trova associato al termine post-minimalista. In sostanza lui, invece di rinnegare le conquiste del minimalismo, le ha metabolizzate e ha proseguito su quella strada. Ampliando ancora di più gli orizzonti verso il rock, il jazz, la world e qualsiasi altra cosa – vecchia o nuova, alta o bassa – gli sia utile. Altra caratteristica: oltre a rompere gli steccati di genere musicale, ha spesso scavalcato i recinti che delimitano gli ambiti artistici, estendendo le sue collaborazioni alla letteratura, al teatro, alla danza. Come in questo caso.

sollimaIn questo caso (Caravaggio, Sonzogno/Egea 2012) il punto di partenza su cui ha lavorato è stata una suggestione visiva: in alcuni dipinti di Caravaggio ci sono degli spartiti. Non degli strumenti, ma proprio della musica scritta. Da lì Sollima è risalito all’autore, il fiammingo Jacob Arcadelt, recuperandone alcuni brani (Voi sapete ch’io v’amo, Flagellatione). Naturalmente sono riadattati, e naturalmente ci sono dei pezzi nuovi, anzi sono la maggior parte. Un’altra suggestione è stata quella del violino tenore, strumento presente nei dipinti caravaggeschi, e oggi praticamente scomparso. Sollima se l’è fatto ricostruire dal liutaio di fiducia. E lo affianca ai suoi soliti violoncello, violoncello elettrico e manipolazioni elettroniche. Tutto questo anticume, tutte queste attitudini sperimentali, non ingannino: il disco fin da subito scorre, anzi travolge. Sarà che doveva far muovere i ballerini, ma poche note e pochi strumenti riescono a dare il ritmo, e a mantenerlo elevato. Non mancano le dissonanze e i passaggi difficili, ma valgano come frustate quando la tranquillità dell’abitudine rischia di trasformarsi in fiacca. E invece bisogna andare avanti, sempre avanti. Di corsa, come Caravaggio. Senza l’ansia, si spera, dei suoi delitti. Ma con la stessa grazie della sua arte.

caravaggio amore vincitore

(Articolo uscito sul numero di giugno del mensile sportivo Correre)

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