La carica dei 101 microromanzi quantistici

paterlini

Piergiorgio Paterlini, Fisica quantistica della vita quotidiana, Einaudi

I titoli sono una trappola: per il lettore, ma anche per l’editore. Un titolo come Fisica quantistica della vita quotidiana è pensato per attirare, ma può anche spaventare o indurre confusione: con quell’aria non certo da trattato accademico, ma da manuale divulgativo pur sempre ostico. Invece non è un saggio scientifico, e neanche filosofico: è molto di più, è narrativa. La citazione esplicita da Freud (Psicopatologia della vita quotidiana) cela un altro riferimento, al più grande bestseller degli ultimi anni: La solitudine dei numeri primi. Anche lì, infatti, il gioco era accostare due mondi opposti: sentimenti e matematica, fisica e quotidianità. Cosa c’è di più lontano dalla vita quotidiana della fisica quantistica, una disciplina che studia l’infinitamente piccolo, e la cui carica innovativa sta proprio nel postulare che le particelle elementari sono soggette a leggi che non valgono nella realtà di tutti i giorni? Eppure questo libro vuole dimostrare proprio il contrario, ma lo fa per vie traverse.

Meno male che ci viene in aiuto il sottotitolo: 101 microromanzi. Prescindendo un attimo dalla differenza tra microromanzo e microracconto (che ovviamente sarebbe modulata sulla differenza tra romanzo e racconto, e che secondo Jacopo Cirillo su Finzioni consiste nel fatto che il secondo si fonda sull’ellisse, sul non detto, mentre il primo crea un mondo) quel che ci troviamo davanti sono 101 oggetti narrativi, minuscoli e potenti. Storie folgoranti di una pagina, una pagina e mezza al massimo; ma spesso molto più corte: tre righe, un rigo solo, addirittura in un caso al titolo segue soltanto un emoticon. Le ambientazioni e i generi, per così dire, sono i più vari, sono quasi tutti: c’è la storia d’amore, il giallo, la fantascienza, il neorealismo, l’horror, il romanzo di formazione… A volte si tratta “solo” di storielle divertenti, battute; ma anche quando c’è dell’altro, rimane costante il gusto del surreale, della provocazione, del gioco letterario alla Queneau. E si capisce, se si tiene presente chi è Piergiorgio Paterlini: un fromboliere delle parole, giornalista (fondatore con Serra del mitico Cuore) e scrittore fiction e non-fiction (Matrimoni gay).

Ma il punto è un’altro. Le 101 storie celebrano l’apoteosi, elevano a paradigma la caratteristica principale del racconto breve, che è l’effetto sorpresa, la capacità di rovesciare tutto con la frase finale (di rovesciare tutto quello che si era dato per scontato, avete presente La sentinella di Fredrick Brown, e perciò è giusto parlare di ellisse come caratteristica del racconto, ma appunto ecco perché secondo me si tratta di racconti e non romanzi, con buone pace di altri e dello stesso autore). La bravura, e la capacità di non annoiare, di Paterlini sta nel modo sempre diverso in cui l’effetto è raggiunto. A volte cambia il punto di vista: un uomo picchia un ragazzo che si agita e tenta invano di divincolarsi, arriva la polizia, anzi no è un’ambulanza, il personaggio pericoloso viene infine bloccato, ma è il ragazzo, un povero epilettico. A volte cambia la natura del protagonista, che noi diamo per scontato sia un uomo: assistiamo all’esecuzione di un condannato, e invece è un rospo torturato da ragazzini; in un altro caso è addirittura Dio che crea l’universo. Insomma, alla faccia “di chi crede che la realtà sia quella che si vede”, come diceva il poeta. Ecco che cosa c’entra la fisica quantistica: se quella è la scienza dopo la quale l’ipotesi di universi paralleli non è più una fantasia di romanzieri allucinati, la scienza che ci insegna che l’osservatore modifica un fenomeno con il solo fatto di osservarlo (sì, è il noto principio di indeterminazione di Heisenberg, bellissimo nella sua semplicità) , questo libro ne è l’applicazione pratica in letteratura.

Paterlini ci crede: tanto è leggero e scanzonato nei racconti, quanto appassionato e convinto nei paratesti. Sul sito dell’Einaudi chiarisce che da un lato non esistono fatti ma solo interpretazioni, per dirla con Nietzsche

Ho scritto questo libro per invitare le persone a vedere i fatti con il criterio della complessità, per far capire che un gesto nasconde mille significati possibili e spesso opposti, e per questo abbiamo inventato la parola e la scrittura

ma dall’altro lato puntualizza: che questa storia non sia una scusa per togliere valore alle parole, tanto un’interpretazione vale l’altra, e quindi ognuno può dire quello che vuole, o al limite anche stare zitto

è vero che anche la parola può essere ingannevole, è ovvio, ma mica tutti sono politici. Mica tutti sono marinai. Basta pensare che parliamo solo per fotterci a vicenda. Qualcuno parla anche con sincerità. E ho scritto questo libro per urlare che il silenzio non è mai, dico mai, una risposta. Che con il silenzio – salvo rare, dichiarate eccezioni (ma se dichiarate entrano nella categoria del “dire” non del “non dire”) – non si va da nessuna parte. Di sicuro, il silenzio non è una risposta chiara, univoca. Uno può dire: «non voglio parlarti mai più». Ma deve dirlo. Almeno questo. Non cucirsi la bocca e basta.

Ed ecco che c’entra anche la filosofia. Fisica quantistica della vita quotidiana entra in punta di piedi, con la modestia del profano, ma con la potenzialità di una bomba nel dibattito che da un annetto a questa parte sta appassionando i filosofi, beati loro. La diatriba che oppone i reduci del postmodernismo e del pensiero debole ai ringalluzziti alfieri del new realism: quelli che “esistono solo le interpretazioni, non i fatti”, e quelli che “esiste la realtà, unica e dura”. Esistono i fatti, certo che sì. Ed esistono le interpretazioni. Che sono infinite. Proprio come sono infiniti i motivi per amare questo libro.

(Articolo uscito sul Mattino di oggi)

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2 commenti on “La carica dei 101 microromanzi quantistici”

  1. rbernascone ha detto:

    Mi hai convinto e me lo sono immediatamente comprato su kindle


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