Caravan (senza titolo)

Ci sono cose che all’improvviso capisci che sei vecchio. E non è tanto il fatto che ti fanno vomitare gli idols e l’emo di mo’, quello è sempre stato così fin dagli anni ottanta, si vabbè all’epoca si chiamavano divi e si chiamava dancepop, ma era la stessa munnezza, non ci raccontiamo palle nostalgiche. Neanche è tanto quando torni a casa dei tuoi, e ti rendi conto che è tutto uguale a come l’hai lasciato, gli stessi accordi sbagliati appuntati su un foglietto, gli stessi ultimi cd mai messi a posto, un reliquiario praticamente, a figlio vivo, ma solo una cosa non c’è più, la sensazione è evaporata e non riesci a richiamarla, altro che maddalena, una sola cosa non c’è, quindi tutto. E manco è, pure se una bella botta gliela dà anche quello, che a pasqua&pasquetta per due giorni consecutivi ti è capitata una cosa che non era mai successa in quarant’anni di onorato metabolismo, se non per cause di forza maggiore, leggi impossibilità economico-pratiche o influenza gastrointestinale: saltare la cena, senza neanche poi svegliarti di notte con la fame. Capisci che sei vecchio quando tutto contento ti metti a sentire l’ultimo disco dell’Orchestra di Piazza Vittorio e buttando l’occhio leggi che è stato realizzato per il decennale del progetto. Bum! Dieci anni, di già.

opv_copAll’epoca, l’idea dell’Avion travel Mario Tronco fu veramente coraggiosa e innovativa, nel momento in cui il secondo folk revival – quello degli anni ’90, che aveva trovato benzina dall’alto in Peter Gabriel e dal basso nel movimento noglobal – stava vivendo una fase di stracca. Fu la dimostrazione che un’altra world è possibile: non quella neocoloniale – l’uomo biango che si va a prendere i suoni esotici nella savana – ma quella immigrante, che fa di necessità orchestra e si trova un mondo già ricostruito sotto casa, a piazza Vittorio appunto. Riscattando così da una parte il musicista di strada dalla condanna, novello Sisifo, dell’eterna Besame mucho, e dall’altra non dimenticando che l’unico terreno comune di dialogo tra il flautista andino, il timbalero cubano, il liutista arabo e il korista senegalese, non poteva che essere il substrato già globalizzato del pop-rock-chiamatelocomevolete occidentale. Dieci anni. Inevitabile allora che si faccia un bilancio, al suon della domanda: com’è cambiata, cos’è cambiato nell’Opv da allora a oggi? Ovvio, molti musici entrano ed escono, ma l’identità del collettivo, come si sarebbe detto una volta, rimane: è questo il bello del gruppo, nevvero. Altrettanto ovvio, il sound è più maturo, più compatto: forse si è persa un po’ della surreale allegria degli esordi (come dimenticare il testo di Tarareando…), un po’ di quella scombinata improvvisazione da festa autogestita ioportolebirre-tuportilepizzette-leiportailgelato (che forse era solo una fantasia dell’ascoltatore). In compenso si producono vere delizie di amalgama, come l’afro-brasiliana Tughel, o le altrettanto multilingui Chicken in the kitchen e Limoncello, scanzonate filastrocche firmate dalla new entry Sylvie Lewis, prima voce femminile nella storia dell’orchestra, tant’è. Per il resto, tema ricorrente è quella sorta di autobiografismo corale che è la cifra di chi, volente o nolente, con storie diverse arriva qui a condividere la stessa realtà: tema declinato in chiave ora umoristica (Simon il gladiatore) ora drammatica (Preludio). Musicalmente, al solito un po’ d’Africa in giardino, un po’ di rumba in pista, un po’ di te lo do io il Brasile, una cover della mitica Si Dìos fuera negro, e l’oud e la voce di Ziad Trabelsi che sono i miei preferiti, ma si sa, che il medioriente qui da me ha molta fortuna. Certo, appunto, la novità è che non è più una novità, non ti puoi aspettare lo stesso impatto dirompente di dieci anni fa, con il susseguente trend involontariamente lanciato, e il fiorire delle orchestre multietniche in ogni città e quartiere, che ci vorrebbe un censimento, anzi c’è stato…

(Era la prima parte della mia rubrica Caravan, sul numero di maggio di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALIbailam_cop coen_cop

Orchestra di Piazza Vittorio, L’isola di legno, Parco della Musica records

Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero, Galata, Felmay

Gabriele Coen, Yiddish melodies in jazz, Tzadik

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