Se Aldo Busi fosse nato oggi

Certo, se Steve Jobs fosse nato a Napoli, non avrebbe mica eccetera eccetera. Ma, e se Aldo Busi fosse nato oggi?

primopiano_aldo_busiMi sono ritrovato in mano (a casa dei miei: inopinata agnizione, direbbe lui) una copia di Seminario sulla gioventù. Una delle tante edizioni rivedute (questa, dell’88 a marchio Mondadori) del libro d’esordio, uscito per Adelphi nell’84. Ha una prefazione di Piero Bertolucci, che rievoca la lunga gestazione di questo romanzo, o meglio la lunga gestazione di questo scrittore. Racconta Bertolucci che un giorno del 1965 il ragazzo del bar, salito a riprendere i bicchieri, gli allungò un manoscritto, spaventoso per mole non meno che per titolo (Il Monoclino). Chissà come, lui non lo respinse, e addirittura lo lesse, “stupefatto di trovarmi davanti ogni tanto, nella farragine indescrivibile di quella colata di parole, una pagina perfetta, magistrale”.

Due cose gli furono subito chiare: il mostro era impubblicabile, il ragazzo era uno scrittore. Intuizione confermata dalla prova cui lo sottopose: scrivimi un racconto breve, e il barista gliene portò sette, di cui uno “strabiliante”. Nonostante questo – ecco il passaggio cruciale – quando il ragazzo chiese consiglio al redattore, quello cosa rispose?

Io gli dissi che in Italia l’abisso tra il barismo e il mondo delle lettere è da quest’ultimo considerato incolmabile, e che la parola “autodidatta” è un insulto mortale. Mi sembrava quindi opportuno che creasse una distanza almeno geografica tra passato e futuro e che, non essendo Montichiari, indubitabilmente, un luogo di provenienza abbastanza esotico, andasse all’estero, imparasse le lingue, facesse se possibile studi “regolari” e tornasse trionfalmente sulla scena.

Istruzioni che il giovane Busi, con tutta la sua sbadataggine e sbandataggine, eseguì in maniera pressoché letterale, che tenero. Via in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, facendo i lavori più umili e imparando le lingue, poi di nuovo in Italia, il diploma, l’università, le traduzioni. Infine, l’ingresso trionfale: il libro, mille volte riscritto e mutato anche nel titolo, venne pubblicato da Adelphi. Quasi vent’anni dopo l’episodio di cui sopra.

Ora, riuscite a immaginare gli stessi avvenimenti oggi? Se cioè Busi fosse nato non nel ’48 ma nel ’96, e adesso diciassettenne spedisse il suo megafile a un grande editore? Giovanissimo, belloccio, illetterato, barista, nato in provincia: il massimo. L’ufficio marketing gli piomberebbe addosso, e incomincerebbe a costruire il personaggio. Il romanzo verrebbe emendato e levigato, dalla diretta mano di un editor in ombra o comunque sotto sua stretta sorveglianza, e pubblicato nel giro di pochi mesi. Riesco a leggere anche le fascette.

“Un talento istintivo per la narrazione”

“Il barista minorenne che ci farà impazzire tutti. Di piacere”

“Tra la campagna e i Campari, ma dove cavolo avrà imparato a scrivere così? (La Repubblica)”

“La dimostrazione che due lauree non servono a niente, se si hanno due palle (un blogger)”

A scanso di equivoci: non voglio fare l’elogio dei bei tempi andati. Anche da un punto di vista morale, non c’è differenza nel fatto che le caratteristiche di Busi – giovane, autodidatta, barista – cinquant’anni fa valessero come handicap, e oggi sono considerate atout: positivi o negativi, sempre di odiosi pregiudizi si tratta. Guardiamo alla sostanza: dove ci portano i due diversi metodi? Nel ’65, con il metodo Bertolucci, abbiamo ottenuto che un aspirante esordiente è rimasto tale per venti anni, e alla fine è diventato il formidabile scrittore che conosciamo. Oggi, avremmo l’ennesimo bimbo prodigio che dopo poco viene dimenticato. E ci perderemmo Aldo Busi.

Annunci

3 commenti on “Se Aldo Busi fosse nato oggi”

  1. Antonio Coda ha detto:

    Salve De Marco,

    ho letto il suo articolo sul sito Altriabusi.it e siccome i controfattuali sono come le ciliegie – con uno che se ne tira dietro subito un altro fino alla regressione e alla indigestione infinita – me ne è sovvenuto un secondo. Nell’84, data di esordio di Aldo Busi, di outsider a suo modo chi altri c’era? C’erano gl’americanati, che si saranno anche divertiti un belpo’, però alla letteratura – e quindi alla civiltà – non è che abbiano lasciato chissà quanto, o i mitteleuropei ad oltranza, che però e dai e dai o finivano suicida o ammattiti o tutt’e due le cose e le cui opere, tolto il fascino della brutta bella-morte dei loro autori, ne restituiscono al più la farneticazione.

    Insomma: prima di Busi, il modello vincente dell’outsider alla Busi non c’era, quindi magari l’editoria, non fosse nato lui, avrebbe continuato non – come poi è stato e sempre più, fino ad arrivare all’odierna bolla speculativa ANCHE in letteratura – a investire nei nuovi barbari (i quali qualche in tratto in comune col carattere di Busi lo avranno pure, ma con la sua scrittura proprio no) ma a rifugiarsi nei soliti autori con di inquietante o un po’ di fregola o, ancora più inquietante!, neppure quella, e cioè i Moravia e i Calvino.

    Quindi, non fosse nato nel ’48 ma nel ’96, Busi nascendo nel ’96 sarebbe comunque nato in un ’48 di fatto. Fila?

    Perché il punto non è cosa l’editoria concede allo scrittore, se si ha a che fare con uno scrittore di nome e di fatto, ma il fine che lo scrittore pretende e ottiene dall’editore che ci va di mezzo. Lo scrittore – ma forse qui sono passato dal controfattuale all’idealismo spinto – è chi ci mette il meglio che manca e peggio per lui, mica quello che sfrutta al meglio il peggio che c’è.

    I miei saluti,
    Antonio Coda

    • Dario De Marco ha detto:

      salve coda,
      e innanzitutto grazie per il suo acuto intervento. anche per me i controfattuali sono come le ciliegie, anzi come una droga ad alto tasso di dipendenza.
      devo dire però che il suo ragionamento non mi trova d’accordo: secondo me non solo busi non ha in comune con i nuovi barbari la scrittura, ma neanche tutto il resto! in altre parole quello che tentavo di dire nel post è proprio che busi, respinto a 17 anni e pubblicato a 36, lungi dall’essere stato il primo degli outsider, è stato forse l’ultimo dei classici (nel senso, di quelli che “se vuoi scrivere devi avere almeno una laurea e duemila libri letti alle spalle). e perciò non concordo con la conclusione: non è stato busi a mutare i criteri di pubblicazione favorendo gli scrittori-personaggi, perché lui è, tradizionalmente, diventato prima scrittore e solo poi personaggio. per cui il ’96 sarebbe stato lo stesso il ’96 e non un ’48 di fatto, anche senza busi
      ciò che invece sottoscrivo in pieno è la sua postilla, e cioè, se ho inteso bene, il rilievo che ha lo scrittore indipendentemente dal contesto – editoriale, umano, economico ecc. – in cui si trova immerso. in effetti è una cosa a cui ho inizato a pensare appena dopo aver pubblicato questo articolo: è vero, se quell’editor non avesse consigliato a busi di “farsi una cultura” noi non avremmo avuto busi ma l’ennesimo enfant prodige a uso e consumo del mercato. ma, e se busi non avesse prestato ascolto a quell’editor, seguendo al quadrato i suoi consigli e dando libero corso alla propria famelica ansia di cultura e di vita? in ultima analisi, e qui passo dall’idealismo alla retorica, il nostro destino è, sarebbe, insciallah, nelle nostre mani. coraggio.

      • Antonio Coda ha detto:

        De Marco,

        ho commesso delle grossolanità. Avrei dovuto specificare che alludendo ai nuovi-barbari non mi riferivo ai vandali da toilette dei licei classici, ma ai Genserico agguerriti quanto basta per fondare una nuova civiltà sulle rovine fumanti – fumanti non dico come – di quella precedente, che non chiedeva di meglio che di essere dimissionata completamente.

        La qualità barbara di Aldo Busi a cui mi riferisco è la sua originaria e preservata non-appartenenza a nessun apparato mai. Busi – a differenza dei vecchi inurbati e dei barbari successivi via via sedotti e abbandonati al loro destino da replicanti con di diverso solo il timbro, e sulla fronte mica della voce – non scrive perché bada ad arrivare a un giornale, a una casa editrice, a una università, a un salotto politico, a un potere: Busi scrive ed è il potere a dover badare, e doversi preoccuparsi, di lui. In questo sta la sua novità: nel suo essere statuariamente spurio, nel non avere un pedigree e nel non averlo mai rimpianto, nel non provenire da quella bolsa borghesia pensosa e accademicamente titolata che faceva puzzare di stantio e di psichiatrico la letteratura.
        Nel non aver mai sofferto di qualsivoglia complesso di inferiorità da subito incancrenito in uno di superiorità.

        Questa è la svolta che secondo me ha dato all’editoria: spostare l’attenzione dal curriculum dell’autore alla qualità dell’opera prodotta. Come si può leggere nella prefazione al romanzo di Giuseppe Lo Presti (consultabile a questo link http://www.altriabusi.it/2012/09/16/prefazioni-dautore/ ) Busi ha mosso e vinto la sua guerra contro i ‘Grandi Fighetti preposti allo scrutinio della letteratura contemporanea’.

        Ha forzato lo sbarramento culturale italiano e l’ha fatto all’Adelphi, voglio dire: non è che si è autopubblicato né l’ha fatto a sue spese presso qualche nichilista editore di nicchia. Ha fatto il suo ingresso dal portone principale. Poi che altri, dopo di lui, abbiano sprecato e approfittato di questa presa del palazzo vanificandola per saccheggiare le cantine o per sventrare i materassi, prescinde dalla sua opera letteraria, che ha operato un sacco al contrario: il sacco, lui, non l’ha riempito a conto terzi: l’ha vuotato lui per tutti, e dentro c’era tutta farina sua.

        L’industria culturale poi ci ha messo poco a passare da quella botte di ferro per la letteratura che sono i libri di Aldo Busi al fondo raschiato del barile rappresentato dal warholismo (tradotto da un inglese maccheronico suonerebbe come guerrasantismo, toh) più trasandato dell’avanti-tutti basta siano sporchi e cattivi, che magari fosse durato soltanto un quarto d’ora: è un quarto di secolo e passa, ormai, che dura.

        Concludo con un passaggio che secondo me dimostra come, nel caso di Busi, sia sempre il testo a informare di sé il contesto e mai avviene una deformazione all’incontrario. Il passaggio è tratto da “Dritte per l’aspirante artista (televisivo)”, volume curato da Marco Cavalli, nel quale sono raccolte le lezioni tenute da Aldo Busi alla scuola di “Amici” di Maria De Filippi nell’edizione 2004, ed è questo:

        «Leggere è innanzitutto un atto di cannibalismo. Come una volta si mangiava un proprio simile per impossessarsi delle sue virtù, appropriarsi della sua identità, così voi dovete leggere delle opere di letteratura per fare vostre le loro qualità.»

        I miei saluti, e i miei ringraziamenti per aver avviato questo confronto,
        Antonio Coda


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...