Il codice Morse

Colin Dexter, L'ispettore Morse e le morti di Jericho, traduzione di Luisa Nera, Sellerio editore, pag. 346, euro 14

Colin Dexter, L’ispettore Morse e le morti di Jericho, traduzione di Luisa Nera, Sellerio editore, pag. 346, euro 14

C’è qualcosa di antico oggi nel giallo, anzi di nuovo. L’ispettore Morse è il protagonista di una nutrita serie di romanzi, scritti da Colin Dexter nell’ultimo quarto del secolo scorso. Si tratta di gialli inglesi classici, superclassici: quelli dove nelle prime pagine c’è un morto e nelle ultime un assassino che confessa; e in mezzo l’indagine, fatta molto di deduzione e poco di azione, molto di colloqui discreti e poco di interrogatori serrati. In questo caso (L’ispettore Morse e le morti di Jericho, Sellerio editore, pag. 346, euro 14) il morto è una morta, un’affascinante donna che Morse aveva conosciuto di sfuggita qualche tempo prima, e che viene ritrovata nella sua casetta di giovane divorziata in un quartiere periferico di Oxford, impiccata. Il dubbio è un altro classico: omicidio o suicidio? Mentre una galleria insolitamente affollata di personaggi inizia a popolare la scena – i vicini, un ex amante, i ragazzi cui lei dava ripetizioni di tedesco – tutto sembra andare verso l’archiviazione; ma ecco, un secondo cadavere, proprio nella casa di fronte, e questo ammazzato di sicuro.

Colin Dexter, ex prof di greco e grande esperto di enigmistica, non racconta solo quel che accade all’ispettore, ma si mette a monitorare tutti i protagonisti e (quasi) tutti i fatti: un modo di narrare molto cinematografico, e d’altra parte la serie tv tratta dai libri è stata un grande successo in Inghilterra. Ma il suo approccio in apparenza canonico e senza guizzi è pervaso da un filo d’ironia, grazie al quale le regole del giallo classico sono formalmente rispettate, però vengono dall’interno corrose, quasi sfottute. Pensate al dogma dell’assassinio nella stanza chiusa: qui al contrario è addirittura la porta di casa che viene trovata aperta! È vero, l’ambientazione è talmente inglese da risultare stereotipata: il pub, le villette unifamiliari col giardino sul retro, il circolo di bridge, tutto molto dignitoso e molto british; ma grattando appena un po’ dietro i personaggi emergono rancori, sotterfugi, meschinità, emerge il legno storto dell’umanità: tanti potrebbero essere i colpevoli, tutti, sicché alla fine la meraviglia non è che ci siano stati dei delitti, ma che ce ne siano stati così pochi. E poi, l’ispettore Morse – zitellone colto, antipatico, bevitore – è un loico sopraffino, un investigatore alla Dupin, alla Holmes, certo; ma la maggior parte dell’indagine la conduce in forma privata e di nascosto, tanto che a un certo punto viene persino “arrestato”: il poliziotto geniale e ribelle che fa di testa sua, che a pensarci è più un topos dell’hard boiled. E ancora, tutta la narrazione è infarcita di riferimenti ai classici antichi e alla musica seria da Wagner in su, tutti i santi capitoli sono preceduti da una citazione; okay, ma che dire del fatto che molte citazioni sono inventate, quando non addirittura, borgesianamente, inventato è uno degli autori delle massime?

Per cui alla fine anche il più tipico dei meccanismi del giallo – l’accavallarsi di false piste, il proliferare di ipotesi che a ogni passo sembrano portare alla chiusura del caso – sortisce l’effetto opposto: quando finalmente si scioglie l’enigma, non si scioglie la tensione accumulata nella testa del lettore. Sì certo, sicuramente è andata così, come ha detto Morse, però, se invece… Si chiude il libro, e si continua a pensare.

(Versione integrale dell’articolo uscito ogi sul Mattino)

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