Fabio Carpi, il triangolo no

carpi

Fabio Carpi, I luoghi abbandonati, Editori Internazionali Riuniti, pag. 160, euro 14

Lei ama lui, che sta insieme a lei ma ama un’altra. Sembrerebbe il classico triangolo, ma non è così. Perché lui – Aldo, cronista di nera con velleità di scrittore, neanche trentenne – e lei – Valentina, quarant’anni, i polmoni malati e un ex marito mai amato – stanno insieme da qualche anno, e la stanchezza dell’abitudine già inizia a prevalere sulla passione; mentre l’altra – Bella, appena sedici anni, di famiglia ricca e potente – sta bene con lui, ma anche col maestro di sci, col compagno di scuola, eccetera. Allora non è la geometria che ci viene in aiuto con il triangolo, ma l’aritmetica con la proporzione: Valentina sta a Aldo come Aldo sta a Bella. Leggero e scalpitante con la donna, quanto geloso e pedante con la ragazzina, Aldo è il termine medio, e preso in mezzo soffre doppiamente. Soffre dell’aria di sufficienza con cui Bella lo tratta, di per sé e perché ci rivede la crudele insofferenza che lui riserva a Valentina; soffre del peso dell’affetto quasi materno e condiscendente che Valentina gli riversa addosso, e anche perché si rende conto di quanto è odioso e perdente quando fa la paternale a Bella.

La vicenda raccontata da I luoghi abbandonati è ambientata negli anni ’60, ma nelle sue dinamiche essenziali potrebbe svolgersi oggi, come due secoli fa o tra due secoli; i dettagli storici – cose che oggi fanno quasi tenerezza, come la tisi e le cure in alta quota, le sigarette, le piste di sci in Engadina ad appannaggio esclusivo del bel mondo, il collegio per giovinette dell’alta società, il giornalismo come mestieraccio alla portata di chiunque – sono presenti ma del tutto marginali. Il libro è ambientato negli anni ’60 perché è stato scritto negli anni ’60. Pubblicato all’epoca da Mondadori, è riportato in libreria dopo mezzo secolo netto da Editori Internazionali Riuniti e dà l’occasione per riprendere in considerazione il suo autore.

Fabio Carpi, classe ’25, è un grande irregolare della cultura italiana, sempre stimato ma sempre tenuto ai margini. A partire dai suoi primi passi come sceneggiatore, mossi in Brasile (Uma Pulga na Balança di Luciano Salce), fino al fatto che da tempo vive a Parigi. Autore di vari libri, sia di narrativa (Nevermore, Relazioni umane) che sul cinema (Come ho fatto i miei film), è però noto molto più per la sua attività di regista (Barbablu Barbablu, L’amore necessario, Nobel, e anche due ritratti-documentari, su Zavattini e su Musatti). Ma paradossalmente come regista è stato spesso criticato per intellettualismo e artificiosità, per aver fatto film più letterari che cinematografici; e certo le sue pellicole devono molto al mondo dei libri: Le intermittenze del cuore omaggia Proust, lo scrittore cieco di Nel profondo paese straniero è un riferimento neanche tanto implicito a Borges…

Tutta la sua opera ruota attorno a due o tre temi, ma di quelli fondamentali: il sogno e l’inconscio (non è un caso che da giovane abbia conosciuto Saba, uno dei primi in Italia a portare la psicanalisi nella letteratura, come nella vita privata), il passare del tempo, la vecchiaia, la morte. Ecco allora perché I luoghi abbandonati, che nella sua brevità li contiene tutti, andrebbe letto (nonostante qualche schematismo, soprattutto sui personaggi femminili che assomigliano più a idealtipi che a donne in carne e ossa). Perché al di là delle apparenze, non è una storia d’amore e di corna, ma una tragedia in cui protagonista è il tempo. Non a caso, il punto su cui si torna con insistenza è il divario di età tra i personaggi, che li pone con differenti prospettive e obiettivi, e in definitiva su mondi incomunicabili. E in ogni momento, anche durante un’allegra tavolata nella sera di Capodanno, aleggia un senso di morte, e tutto può diventare un simbolo dell’inevitabile fine.

Avrebbe dovuto saperlo: che qualsiasi fine – non importa se soltanto di una vacanza – è già una prefigurazione della morte. E così chi si rifiuta di chiudere una relazione anche se non ama più, di sciogliere un legame, o più semplicemente di cambiar vita, nella propria ostinata fedeltà a un’abitudine, nel non voler iniziare cose nuove, si ribella istintivamente alla fatalità della morte.

E il finale, una timida apertura alla speranza – quando proprio tutto non sembra, ma effettivamente è perduto – un movimento verso la crescita, verso una matura assunzione di responsabilità, più che dell’happy end ha il sapore di una beffa alla quale lui per primo – il protagonista, l’ autore – dà l’impressione di non credere.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

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