Le carrozzelle elettriche dello Staff Benda Bilili

staff-benda-bilili-bouger-le-mondeÈ un paradosso, ma una delle bande musicali più energiche, più mobili degli ultimi anni è costituita da un gruppo di vecchietti paralitici in carrozzina e stampelle. Può sembrare uno scherzo di cattivo gusto, un discutibile humor cinico, invece è proprio così, una storia edificante non meno che vera. Pensateci bene: cosa può esserci di peggio che essere musicisti di strada senzatetto ai margini di una grande capitale africana? Essere musicisti senzatetto africani paraplegici. Ladies & Gents, please welcome Staff Benda Bilili, da Kinshasa, Congo; la loro fama ha fatto il giro del mondo dopo che il primo album, registrato nello zoo semi-abbandonato della città, ha avuto un inaspettato successo vendendo 150mila copie: niente male per chiunque, di questi tempi, ma se si pensa alle condizioni di partenza, poco meno che un miracolo.

Dopo la fama, il giro del mondo lo hanno fatto loro in persona, con tutto l’armamentario di chitarre e tamburi e bastoni e sedie a rotelle: tre anni di tournée tra Europa Australia Giappone davanti a platee sempre più affollate e sempre meno incredule. E dopo il worldwide tour, l’inevitabile secondo album: Bouger le monde, come sempre cantato in francese e in quattro diversi idiomi congolesi. Bouger le monde significa muovere (ecco, ritorna il movimento), scuotere il mondo: nel senso letterale di far muovere il culo a chi ascolta, e nel senso ideale di dare una scossa alla terra, di cambiare il mondo, in generale, e il loro piccolo mondo in particolare. Fanno sapere dallo Staff, ormai composto da un gruppone di una decina di persone, che loro ovviamente sì, qualcosa di soldi se la sono fatta, e ora vivono tutti con un tetto sopra la testa, almeno e finalmente; ma che non vogliono rinnegare le origini, e restano a vivere in Africa, anzi hanno appena fondato una Ong per aiutare quelli come loro, disabili e bambini di strada, con percorsi di istruzione e formazione professionale.

Fin qui la favola, che non lesina su buonismo e lieto fine. Ma la musica, la musica com’è? Meravigliosamente glocal, paradossalmente turbo. La nera africana – quella che dopo i cori russi, la musica finto-rock, la new wave italiana il free-jazz-punk inglese Battiato non sopportava – ha questo di particolare: che per una serie di motivi storici legati all’evoluzione delle tradizioni e alla tragedia del colonialismo, si è distaccata dalla base etnica pura più in fretta rispetto ad aree con fondamenta più solide (come l’India o il mondo arabo). Insomma dall’Etiopia al Sudafrica la world music con le sue chitarrelle elettriche e le contaminazioni pop era arrivata con vent’anni di anticipo. Anzi in certi casi ancora prima: la cosiddetta rumba congolese, fil rouge che lega l’Africa a Cuba, è nata negli anni ’40. E questo è il già variegato retroterra culturale del gruppo, che di suo ci aggiunge stavolta un approccio più rock e una coralità di voci che completa il cocktail energizzante. Le chitarre avviluppano in riff ipnotici, le percussioni rimbalzano tra il richiamo della foresta e le spiagge caraibiche: un format angloamericano dentro note afrocubane, o viceversa. Ma basta chiacchierarci su, che questa non è musica da parlare, e non è musica da ascoltare, e a voler essere precisi neanche musica da ballare: è musica da correre. Ringraziando sempre di avere un paio di gambe buone per farlo.

(Sul numero di febbraio del mensile sportivo Correre)

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