Batteristi/2: Manu Katché da Sting a se stesso

manu-katche-manu-katcheAltro giro, altra corsa. Altro batterista. Qui siamo nel pantheon dei viventi, nella crema dei giovani (ehm, una volta…) talenti contemporanei. Franco-ivoriano, Manu Katché è diventato prima noto come stimato sessionman di Peter Gabriel (So), Sting (Nothing like the sun) e altri. Poi ha iniziato una carriera solista ben presto virata verso il jazz, sotto l’egida Ecm: questo album, nonostante il titolo eponimo che solitamente contraddistingue un esordio, è ben il terzo per l’etichetta di Manfred Eicher, e il quarto in assoluto. Il drumming di Katché ha due grandi pregi, in assoluto e per correre: uno, non perde mai di vista il ritmo, anche quando si lancia in assoli, digressioni, frammentazioni, che invece di distrarre hanno l’effetto di mantenere il discorso sempre vivo e interessante. Due, non esagera mai, non mostra i muscoli, sia come velocità che come volume: la sua presenza, ora robusta o ora in punta di dita (meraviglioso quando sfiora ossessivamente i piatti) è sempre discreta. Come tutto il disco, dove tromba, sassofono e tastiere (manca il basso, e questo la dice lunga sulla bravura del batterista a sostenere da solo tutta la parte ritmica) si avvolgono in mantra ipnotici, a volte più minimalisti che jazz, in suoni caldi e soffici (che bella sorpresa quell’organo hammond!). Per correre leggeri.

(Sul numero di febbraio del mensile sportivo Correre)

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