Povero Cristo, brutto e cattivo

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Philip Pullman, Il buon Gesù e il cattivo Cristo, Ponte alle Grazie 2010, traduzione di Maurizio Bartocci, pag. 168, euro 14

Allora, chi mi conosce lo sa. Per tutti gli altri, premessa: non sono un baciapile, anzi temo di eccedere in senso opposto. Quindi se critico un’opera che tocca argomenti religiosi, non sarà perché è blasfema. Al limite, perché lo è troppo poco. Detto questo. Ieri finalmente ho letto Il buon Gesù e il cattivo Cristo. Forse perché ce lo avevo lì da tempo e non riuscivo mai a iniziarlo (l’avessi saputo, che si legge in un’ora e mezza). Forse perché il titolo, l’argomento, il tutto mi intrigava. Forse per le inevitabili polemiche che aveva suscitato. Insomma ci avevo messo un carico di aspettative che alla fine boh, sono andate un po’ deluse.

(Certo l’idea di rileggere, anzi di riscrivere la storia di Gesù non è che Philip Pullman l’abbia avuta lui per primo. Però, lo spunto iniziale bisogna ammetterlo, è buono. E poi si sa che la Bibbia, come tutti i libri capolavoro – come tutti i libri, direbbe Borges – è sempre suscettibile di nuove interpretazioni. Anzi, produce una nuova narrazione ogni volta che un nuovo lettore ne scorre le righe). Perciò, quella che segue non è una disamina critica punto per punto. Ma un’analisi lampo in tre flash, tre scenette salienti, tre snodi della vicenda che fanno emergere i motivi del boh.

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Dante Gabriel Rossetti, Annunciazione

1. M’ha fatto curnuto ‘e santu Martino.

Me lo sono sempre chiesto, perché la tradizione popolare vuole che sia San Martino il protettore dei cornuti (cit. a 1’55”), quando c’era bello e pronto… vabbè lasciamo stare. Perché diciamocelo: il sospetto che la storia dell’annunciazione non sia andata proprio così, che quell’angelo ci abbia messo del suo, era venuto un po’ a tutti, almeno tra quelli che stanno a cercare il fatto dietro il mito. Però poi dipende uno da come la racconta. Pullman inizia non c’è male, facendo una specie di versione in prosa della ur-preghiera:

Maria una sera udì un sussurro provenire dalla finestra.
“Maria, ma lo sai che sei bella? Sei la più leggiadra tra le donne. Il Signore deve averti preferita per la tua grazia e la tua dolcezza, per i tuoi occhi e le tue labbra…”.
Confusa, Maria chiese: “Chi sei?”. “Sono un angelo, rispose la voce. “Lasciami entrare e ti rivelerò un segreto”.

Fino a quel momento la storia di Maria – infanzia, consacrazione al tempio, matrimonio forzato – ha ricalcato abbastanza quella che conosciamo dall’album La Buona Novella (non è che Philip abbia copiato De André, entrambi si saranno andati a leggere i vangeli apocrifi). Ma poi Pullman contamina il quadro con l’elemento sordido dell’inganno:

“Quale segreto?”, chiese.
“Tu concepirai un figlio”.
Maria rimase sconcertata. “Ma mio marito è lontano”, disse.
“Ah, il Signore vuole che ciò sia subito. E io sono qui perché questo avvenga. Maria, tu sei benedetta tra le donne, altrimenti non ti sarebbe mai successa una cosa simile! Devi rendere grazie al Signore”.
E quella notte stessa Maria concepì un figlio.

Quasi una violenza. Leggiamo invece con quanta grazia De André dice la stessa cosa:

Nel grembo umido, scuro del tempio,
l’ombra era fredda, gonfia d’incenso;
l’angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:

poi, d’improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese – Conosci l’estate
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Ci siano elementi concreti, materiali, fisici, ma contemporaneamente il tutto è mantenuto a un livello di poesia assoluta:

e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d’ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

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Il famoso Giano

2. Doppelgänger bang bang

Secondo momento topico: natale. Anzi, momento topico per eccellenza di tutto il libro. Ecco nasce Gesù, la levatrice non è arrivata in tempo, anzi sì: so’ ddu’ ggemelli, surprise! Ma come sono diversi, si vede subito: il primo bello in carne e tutto pacione, l’altro – che la mamma chiama Cristo – poverino ha un brutto colore, è secco secco e piange sempre. E pure quando crescono: Gesù è sveglio, vivace, ne combina di tutti i colori; Cristo invece sta sempre nell’ombra, salvo intervenire all’ultimo momento per salvare il fratello, ma sempre un po’ verde d’invidia, perché la star resta quell’altro. Insomma sono quasi la stessa persona, solo che uno è buono, ma buono buono, e l’altro cattivo. Sounds familiar? Ma certo! Il visconte dimezzato di Calvino. Per dirne uno.

E poi, bisogna fare i conti con la legge non scritta della commedia degli equivoci. La legge non scritta dei thriller la conosciamo bene: se a un certo punto compare una pistola, prima o poi deve sparare. Analogamente, la legge della commedia degli equivoci vuole che, se ci sono due gemelli, prima o poi deve avvenire lo scambio. E infatti, nel momento culminante del finale travolgente…

3. Juda’s Christ

Per tutto il tempo, il povero Cristo ha seguito quel figo di Gesù, mescolandosi tra i discepoli. E, dietro suggerimento di un misterioso personaggio che ogni tanto compare dal nulla, ha iniziato ad annotarne le gesta e le parole. Inserendo ogni tanto, sempre sotto la spinta dell’innominato consigliere, un surplus di miracoloso, di edificante, di utile alla causa. Quando le circostanze non gli hanno permesso di avvicinarsi – è diverso, ma pur sempre gemello, cavoli! – ha preso appunti per interposta persona, delegando uno degli apostoli. Anche se il nome non viene mai fatto, noi lettori sospettiamo che il repoeter sia quel Giuda dell’Iscariota.

Ma ora che succede? Il misterioso saggio ha convinto Cristo che bisogna fare qualcosa di eccezionale, affinché la predicazione di Gesù non si disperda nel vento come quella di un profeta qualsiasi, uno dei tanti: ci vuole un sacrificio, e solo Cristo, controfigura perfetta, può farlo. Il povero Cristo accetta di buon grado, finalmente contento di fare qualcosa di utile, e grandioso: morire al posto del fratello! Ma non è questo lo scambio che ha in mente il burattinaio, indovinate invece…

Prima però, dev’esserci la denuncia, l’arresto. E qui la licenza poetica diventa cortocircuito: è Cristo che si va ad accordare con Caifa, è Cristo che schiocca il fatidico bacio, è Cristo che ritira i trenta denari. In pratica Giuda, sempre se era lui, smette di fare il galoppino delle dichiarazioni di Gesù e scompare dalla scena, mentre Cristo si sostituisce al Giuda evangelico e fa tutto quello che dovrebbe fare quello. Però alla fine nessuno si allontana e va ad impiccarsi. Insomma, un casino.

Quanto più semplice, più lineare, più eversiva, la rilettura di Borges (poi dice che cito sempre Borges, ma che ci posso fare se è il migliore) ovvero la terza delle Tre versioni di Giuda immaginata dal teologo svedese Nils Runeberg:

Dio, argomenta Runeberg, s’abbassò alla condizione di uomo per la redenzione del genere umano; ci è permesso di pensare che il suo sacrificio fu perfetto, non invalidato o attenuato da omissioni. Limitare ciò che soffrì all’agonia d’un pomeriggio sulla croce, è bestemmia. Affermare che fu un uomo e che fu incapace di peccato, implica contraddizione: gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. Kemnitz ammette che il Redentore poté sentire fatica, freddo, turbamento, fame e sete; è anche lecito ammettere che poté peccare e perdersi. Il famoso passo: “Salirà come radice da terra arida; non v’è in lui forma, ne bellezza alcuna… Disprezzato come l’ultimo degli uomini; uomo di dolori, esperto in afflizioni” (Isaia LIII 2-3) è per molti una profezia del crocifisso, nell’ora della sua morte; per alcuni (per Hans Lassen Martensen, ad esempio) una confutazione della bellezza che per volgare consenso s’attribuisce a Cristo; per Runeberg, la puntuale profezia non d’un momento solo, ma di tutto l’atroce avvenire, nel tempo e nell’eternità, del Verbo fatto carne. Dio interamente si fece uomo, ma uomo fino all’infamia, uomo fino alla dannazione e all’abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia, avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda.

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Ps.

Alla fin fine, con tutto questo citare e paragonare, cosa voglio dire, che Pullman ha copiato? Che ha preso De André, Calvino, Borges, Augias, e li ha scopiazzati, peggiorandoli? Certo che no, non era questa la sua intenzione, e comunque non mancano dei momenti di originalità. Due su tutti, vicini e speculari: Gesù nell’orto degli ulivi, che dialoga disperato con un Dio sordo e muto, e non solo in quel momento ma dai secoli e nei secoli; Cristo alla piscina di Betesda, che dialoga con un’umanità degradata dal punto di vista fisico e morale, apprendendo dalle lucide argomentazioni di un paralitico come qualsiasi aiuto caritatevole di un uomo verso un altro sia impossibile, non solo in pratica ma anche in teoria.

L’espediente del doppio usato in maniera metaforica e non simbolica (o forse il contrario, non ho mai capito bene la differenza) suggerisce che Pullman abbia voluto sottolineare non l’opposizione di bene e male, come nel visconte dimezzato, ma la scissione tra i fatti e il loro uso politico, tra cronaca e storia, insomma tra la predicazione di Gesù e l’istituzione della Chiesa. Ma allora molto meglio rivolgersi al lavoro di Augias (Inchiesta su Gesù, e ancor più Inchiesta sul Cristianesimo) illuminante sul punto. Però probabilmente non era questa l’intenzione di Pullman.

A volte le “versioni in prosa” degli episodi più noti sono divertenti e a loro modo rivelatrici: come nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, che non sarebbe stato altro che un “tirate fuori quel poco che avete e condividetelo, e ognuno faccia altrettanto, due arance di qua, un sacchetto di patatine di là, vedrete che la roba da mangiare esce e nessuno morirà di fame”. O le nozze di Cana, dove quello sborone sarà andato dal maître e gli avrà detto una cosa tipo “tira fuori il vino che tieni nascosto sennò qua finisce a schifìo”, altro che timidezza del primo miracolo. Anche questa strada – smitizzare, togliere il rivestimento del miracoloso, disperdere il fumus del sovrannaturale – Pullman però non la percorre fino in fondo: Lazzaro poteva essere un caso di premature burial; le acque potevano essere quelle del Mar Morto, nelle quali si può stare quasi seduti, e quel giorno magari erano un po’ più dense tanto da poterci camminare. Ma probabilmente neanche questa – laicizzare le Sacre scritture come altri fanno sistematicamente – era l’intenzione di Pullman.

Qual era allora l’intenzione di Pullman? Forse mettersi in concorrenza con la Bibbia stessa, scrivendo un libro “che ogni lettore può interpretare a modo suo”, come riporta una delle citazioni in quarta di copertina. Forse fare ammuina, senza un disegno preciso ma purché se ne parli (e allora questo post sarebbe una dimostrazione che lo scopo è stato raggiunto). O forse scrivere un libro, semplicemente, una storia: e al diavolo le intenzioni, per i messaggi ci sono i servizi postali, come diceva quello là.

A proposito, l’ultima cosa che mi boh, è stata l’ipotesi minacciosa, mai esplicitata ma sempre incombente, che il misterioso e innominato suggeritore di Cristo fosse proprio l’innominabile, sì lui, lucifero, belzebù, lucignolo, bafometto, insomma uno della cricca. Uuuuh, che paura! Ma poi, come mi viene da pensare quando leggo di satanisti e simili: dopo tutta questa operazione di demistificare, laicizzare, insomma uno fa tanto per liberarsi dall’idea di Dio, perché deve cascarci e credere al Diavolo? Ahò, aridatece Voltaire.

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3 commenti on “Povero Cristo, brutto e cattivo”

  1. Rossella ha detto:

    Recensione molto bella, mi manca solo una cosa: chi ha tradotto il libro di Pullman?
    – Maurizio Bartocci.
    – E se lo sai, perché lo chiedi?
    – Perché da un recensore così bravo mi aspetto che citi il nome del traduttore che cita (lo stesso vale anche per le Tre versioni di Giuda, ma di quello non so la risposta…).


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