Guarda che Zizek

slavoj_zizekSlavoj Žižek è un gran personaggio. Ormai non è più solo una philo-star, che tiene conferenze in tutto il mondo riempiendo le sale di fan. Ormai è un marchio, uno stile: il suo faccione con la barba da intellettuale trasandato e il maglione girocollo campeggia sulle copertine dei magazine femminili; addirittura su internet girano parodie del suo modo di scrivere, essendo tale sfottò una consacrazione definitiva, come ben sanno i politici che assurgono agli onori di una imitazione di Crozza o Fiorello.

Ma Slavoj Žižek è anche un pensatore estremo, radicale, anzi – diciamola pure ‘sta parolaccia – comunista. Lo conferma il suo ultimo, piccolo, potente libro: Un anno sognato pericolosamente (Ponte alle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pag. 192). Come nei recenti saggi in cui spiegava cosa significa Vivere alla fine dei tempi e dava il suo Benvenuti in tempi interessanti, anche qui il punto di partenza sono i recenti avvenimenti nel mondo: l’anno sognato (non vissuto) pericolosamente è il 2011, l’anno delle Primavere arabe e di Occupy Wall street, ma anche della strage di Breivik in Norvegia e della rivolta senza scopo nelle periferie di Londra.

Il pensiero di Žižek affascina, mentre passa con tranquillità da Karl Marx a Sigmund Freud, da Lacan a Deleuze, ma anche da Groucho Marx a Gesù. D’altra parte, molto del suo successo è dovuto a questi due fattori: da un lato si muove alla luce dei fari opposti, economia e psicologia, interpretando poi questa con gli strumenti di quella; d’altro canto, mescola alto e basso, cultura pop e speculazione. Sono noti i suoi scritti su Hitchcock, David Lynch e altri; qui propone una lettura marxista del telefilm americano The Wire, nonché un’interpretazione rovesciata del blockbuster 300 (quello sugli spartani che fermano i persiani alle Termopili) i cui i buoni sono quelli che oggi chiameremmo terroristi.

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Slavoj Žižek, Un anno sognato pericolosamente, Ponte alle Grazie, traduzione di Carlo Salzani, pag. 192, euro 15

Soprattutto, il pensiero di Žižek convince. Convince quando spiega le apparenti contraddizioni in cui si dibatte il mondo contemporaneo: ad esempio, perché i poveri votano per chi rappresenta i ricchi. Oppure, com’è possibile che alcuni (il suddetto Breivik, il partito al governo in Ungheria) siano allo stesso tempo antisemiti e sionisti. O ancora, come si fa a non cadere nel falso dilemma: essere tolleranti con gli intolleranti (per esempio, i musulmani fondamentalisti), mettendo a rischio la nostra sopravvivenza, oppure reagire con vigore e senza scrupoli (per esempio, con la tortura), mettendo da parte di fatto i principi che vogliamo difendere? Convince, Žižek, quando svela le trame tutt’altro che oscure del potere, un potere che si evolve cambiando le modalità e gli stessi oggetti del suo dominio: oggi la classe sfruttata non è più quella operaia, inchiodata alla catena di montaggio, ma la classe media, crocifissa al deficit pubblico e alle altre entità astratte del capitalismo finanziario globale.

Convince, ma non vince. Perché alla fine, quando arriva il momento del “che fare”, come diceva Lenin, il discorso di Žižek mostra un po’ il suo limite. Cioè, dopo tanto argomentare, dopo che ti ha caricato come una molla, quando sei pronto a scattare all’impiedi e seguirlo qualsiasi cosa ti chieda, lui se n’esce con una frase del genere: “I segni del futuro non sono costitutivi, ma piuttosto regolativi nel senso kantiano; il loro status è soggettivamente mediato; e cioè essi non sono percepibili attraverso un neutrale studio «oggettivo» della storia, ma solo da una posizione di impegno: seguirli comporta una scommessa esistenziale nel senso pascaliano del termine”. Eh? Ma insomma, cosa dobbiamo fare per cambiare attivamente questo mondo del cavolo? “In quanto comunisti, dobbiamo astenerci da ogni tentativo positivo di immaginare la futura società comunista”. Ok, nessun problema: se si tratta di non fare niente, ci riusciremo senza difficoltà.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

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