Il viaggio di Sandro

elina_cop Un ragazzino mi disse: che cos’hanno in comune Alessandro Magno, John Belushi e Madre Teresa di Calcutta? Boh. Come boh: sono tre grandi albanesi! Ora, tralasciando il fatto che Alessandro nacque sì in Macedonia, ma nella sua parte greca; tralasciando il fatto che il Fratello Blu nacque sì da genitori albanesi e in un quartiere albanese, ma pur sempre a Chicago, Illinoise; tralasciando il fatto che il ragazzino era, lui sì, albanese e chauvinista; dobbiamo ammetterlo: il contributo dato da quella nazione alla cultura mondiale l’abbiamo sempre sottovalutato. E allora questa Caravan è qui per riparare: non solo partendo nel suo giro proprio dal paese delle aquile, ma anche tracciando il suo percorso sulle orme di uno di quei tre grandi, che com’è noto conquistò il mondo intero dal Mediterraneo all’Indo: Alessandro III il Macedone, d’ora in avanti per comodità e simpatia semplicemente Sandro.

In Albania non vive Elina Duni. Vi nacque poco più di trent’anni fa, ma la sua famiglia scappò appena fu possibile, cioè alla fine del regime comunista: lei aveva dieci anni, e da allora sta in Svizzera. Nel paese del cucù e del segreto bancario ha seguito la strada dei suoi diventando artista, cantante, e fondando qualche anno fa il suo quartetto: con musicisti jazz locali ma, guarda un po’, la tensione al recupero delle radici. Due album hanno già registrato, questo Matanë Malit è il terzo e fa il salto con la Ecm: mentre gli altri spaziavano in una tradizione balcanica ampia, Romania Grecia e Bulgaria comprese, qui la scelta è di marcare più nettamente l’identità albanese, e quindi sono brani popolari, o canzoni moderne ma “storiche”, o infine qualche pezzo originale di Elina ma su liriche di glorie nazionali come Ismail Kadare.

shankar copOra, s’io fossi ancor più cazzaro di quello che sono, a sto punto citerei il film Inside man e quella scena in cui il furbo poliziotto fa entrare una microspia nella banca e il furbo criminale ci piazza un registratore vicino, panico tra gli inquirenti, che lingua starà parlando?, diffusione dell’audio in quadrifonia per tutta la city, salta su uno, è albanese! ma non so cosa dice (era un discorso del fu lider maximo Enver Hoxha, beffa completata), ma solo per dire quanto è sorprendentemente bello e musicale questo idioma, con quei suoni smussati e quelle erre arrotolate che non ricordano nessuno dei suoi vicini, e infatti ancora si discute a quale ceppo dell’indoeuropeo appartenga. La provenienza etnica dei pezzi assicura genuinità popolare, l’area balcanica contribuisce ad aggirare l’ovvio fornendo ritmi dispari e melodie sinuose, la provenienza jazzistica dei musicisti rende gli arrangiamenti anomali. Non è un jazz cantato in una lingua strana, e d’altra parte non è manco la solita cantante pop che si fa accompagnare dal trio jazz: è un vero gruppo, per scelta e per storia, dove gli apporti dei musicanti sono bilanciati, così come la presenza di momenti strumentali e improvvisati. Very good, very cool, very new: a me ha ricordato il fascino di un’altra grande voce che si è inventata un inusitato incrocio di jazz e tradizione locale, l’irarniana Cymin Samawatie con il suo gruppo Cyminology. Sandro, partito dalla Grecia, sconfisse i persiani…

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, su Blow Up di febbraio. Continua in edicola)

Ibrahim Maalouf

Ibrahim Maalouf

TAPPE PRINCIPALI

Elina Duni quartet, Matanë Malit, Ecm

Lebanese Underground (Zeid Hamdan, Dani Baladi, Ibrahim Maalouf…)

Ravi Shankar, The Living Room Sessions Part 1, East Meets West

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