Privacy 3.0, socialcosi e grande fratello: questione d’ingenuità o di ladigaghismo?

Allora, questo video l’avrete visto tutti, nei giorni scorsi impazzava sul web: si intitola “Stupendo spot belga sull’ingenuità della gente riguardo i propri dati in pasto ai social network” e sarebbe (perché un pochino puzza di bufaletta, ma questo non è importante, ora) sarebbe una pubblicità progresso con sottotitoli in italiano. Un mago legge nella mente delle persone – tatuaggi, vita sessuale, numero di conto corrente – finché si svela il trucco: dietro il tendone c’è un’intera squadra che setaccia internet e mette insieme informazioni pubbliche che le stesse persone hanno sparso qua e là in rete, soprattutto sui social. Morale: state attenti a quello che dite perché potrà essere usato contro di voi.

Non so a voi, ma a me queste dimostrazioni a effetto sanno sempre un po’ di complottismo, grillismo, paranoia esagerata. Peccato che proprio negli stessi giorni mi sia capitata una storia analoga, dove io addirittura assumo il ruolo del cattivo. Per puro caso. Un critico teatrale che avevo nominato in un pezzo mi contatta via mail, io prima di rispondergli lo googlo e leggo che è del ’77, gli scrivo e tra le altre cose dico “ci diamo del tu visto che siamo quasi coetanei?”. Continuiamo a chiacchierare e viene fuori l’idea di vedersi, in fondo alla sua mail trovo la firma con l’indirizzo, gli scrivo “abiti proprio vicino alla scuola elementare di mio figlio”. Lui risponde che anche sua figlia va a scuola nella stessa strada, che magari è la stessa scuola, io a questo punto lo cerco su facebook, anche se non gli chiedo ancora l’amicizia, e… lo riconosco. Per cui gli scrivo: “Ciao, papà di Marika!”. Al che lui, scherzoso ma evidentemente un po’ inquietato: “Sai quanti anni ho, sai dove abito, sai come si chiama mia figlia… aiuto qui c’è il Grande Fratello”.

Io non ho fatto altro che mettere insieme – e come dicevo per puro caso, senza cioè uno scopo indagatorio – una serie di info pubbliche o a me accessibili: l’età (da internet), l’indirizzo (dalla mail), il nome della figlia (dalla sua faccia, che vedo tutti i giorni live e che ritrovo su facebook). A lui sono sembrato un agente della Stasi. O Gennaro D’Auria.

Torniamo quindi alla morale classica: fessi che non siete altro, se postate il diametro del vostro ombelico su pinterest, poi non vi lamentate quando vi perseguiteranno i feticisti degli odori corporei. E in effetti, conosco una persona che ha messo sul citofono un numero invece del cognome (qui a Torino si usa…), e poi però su linkedin rende visibile al mondo il numero di cellulare (e una foto del profilo in cui sembra molto attraente). Il problema, si dirà, è che noi nati nell’era geologica pre-1.0, quella dove la conquista tecnologica si chiamava tv-color, non ci rendiamo conto: vediamo il mondo reale come pieno di insidie e quello virtuale come pieno di opportunità, senza pensare che spesso è tutto al contrario. O meglio: probabilmente non ci sono molti head hunter che girano in mezzo alla strada a caccia di curriculum, ma ci possono essere un bel po’ di stalker o mariuoli a spasso per il web.

Eppure, forse, non è solo questione di ingenuità. Qualche mese fa girava sulle bacheche facebook un fake che faceva dire a qualche nostro amico

WOW!!! Il mio profilo è stato visto 38 volte SOLO OGGI, sembra che io abbia un certo numero di persone che mi seguono eheheh!!! Scopri chi visita il tuo profilo su http://********

Anche in questo caso, poco importa che sia (qui sicuramente) bufala, spam, virus. Quello che ci interessa è il desiderio che va a titillare: “WOW”… “SOLO OGGI”… ma soprattutto “mi seguono”. Ecco il punto: mi seguono. Noi vogliamo essere seguiti. Il nostro desiderio è la fama. (Il nostro dio è la fama, e klout è il suo profeta).

È il desiderio che ha portato un mio amico/collega – uno con qualche follower in più su twitter, un paio di libri un po’ meno di nicchia all’attivo, collaborazioni con testate un pochino più prestigiose, uno insomma appena una spanna sopra di me, ergo una non-star come me – a dirmi qualche tempo fa, con assoluta serietà e sprezzo del ridicolo: “Ah già, questo fatto mio tu lo sai perché mi segui…”. Mi segui.

Ed è inutile che vi chiamate fuori, è un morbo che ci ha contagiato tutti, dal più tamarro fan di Lady Gaga al più hipster contributor di Pitchfork. È il ladigaghismo, malattia senile dello starsystemismo, così superbamente descritto (inventato?) da Massimo Balducci in questo libro.

(…) indurre il pubblico a sentirsi contagiato – come per osmosi – dalla celebrità che la diva porta con sé. Se oggi l’unica lotta di classe rimasta non è più tra ricchi e poveri, ma tra famosi e anonimi, Gaga regala ai fan l’emancipazione più consolatoria e risolutiva: ognuno di noi può sviluppare una “Fama interiore”, che è bella come se si fosse famosi davvero, e neanche solo per 15 minuti ma per sempre! Cosa ci debba poi essere dentro quella celebrità, interiore o esteriore che sia, non ha alcuna importanza: essa nobilita qualsiasi contenuto. È la versione postmoderna dell’arricchitevi tutti reaganiano, con la Fama al posto dei soldi.

Insomma, non c’è dubbio che per proteggerci dobbiamo cambiare le impostazioni della privacy. Ma non nel nostro account, nel nostro cervello.

PS: per fortuna ogni tanto qualche liscio il GF lo prende ancora, e a me che sono un noto macho tutto muscoli e motori consiglia i seguenti acquisti:

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2 commenti on “Privacy 3.0, socialcosi e grande fratello: questione d’ingenuità o di ladigaghismo?”

  1. Stefano Nicosia ha detto:

    uhahuauh bravo! Mi hai messo paura con il racconto della scuola però!


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