Neuland, terra sua

Eshkol Nevo, Neuland, Neri Pozza, pag. 640, euro 18

È possibile oggi, nell’epoca delle cinquanta sfumature di porno, raccontare una storia d’amore quasi ottocentesca, in cui la passione arde di fiamma viva e bruciante (per dirla appunto in modo ottocentesco) ma non viene mai consumata? È credibile una storia del genere? Sì, a patto che lei sia fidanzata e lui addirittura sposato, innamorato pazzo di un figlio difficile, e soprattutto “iscritto al partito conservatore di quelli che amano la stessa donna per tutta la vita”. A patto che i due stiano girovagando per il Sudamerica con ben altri pensieri per la testa che quelli di farsi una tresca: lei fuggendo dal ricordo straziante di un fratello suicida nell’esercito, lui alla ricerca di un padre, eroe della guerra del Kippur, che con trent’anni di ritardo è esploso con un disturbo post-traumatico e scomparso in Ecuador. A patto che – ed è questo il punto – i due protagonisti siano israeliani, e come tutti gli israeliani vivano nelle loro piccole storie la tragedia della grande Storia, passata presente e futura: le incertezze le guerre le minacce i lutti. A patto che, infine e soprattutto, ci troviamo in un romanzo di Eshkol Nevo: Neuland (Neri Pozza, pag. 640, euro 18).

Nevo, quarantenne gerosolimitano, è il più grande scrittore israeliano della generazione successiva alla sacra triade Yeoshua-Grossman-Oz, e questo suo terzo ambizioso romanzo rischia di diventare la sua bandiera e il suo capolavoro. Il titolo vuol dire “terra nuova” e fa eco a Altneuland (“vecchia terra nuova”) scritto del 1902 di Theodor Herzl, il mitico fondatore del sionismo. L’aneddoto che tutti abbiamo sentito almeno una volta vuole che, dovendo immaginare un territorio per dare uno stato al popolo ebraico, Hertzl sia stato indeciso tra Israele e l’Uganda; in realtà l’alternativa seriamente presa in considerazione, tanto che a fine Ottocento ci vennero fondate delle colonie, fu l’Argentina. E in Argentina il nostro protagonista ritrova il padre, il quale dopo una pesante crisi e un aiuto dello sciamano, ha messo su Neuland, poco più che una fattoria, ma nelle sue intenzioni uno Stato-ombra, egualitario e pacifico, per ricordare alla madrepatria quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Neuland è un libro coinvolgente: benché i riferimenti che entrano nella storia siano disparati e numerosi – il collettivismo dei kibbutz, la leggenda dell’ebreo errante, la musica klezmer, il peyote, l’utopia, ovviamente la Shoah – riesce a mantenere sempre alta la tensione per più di seicento pagine (più di seicento pagine in cui, non si può fare a meno di notare, la parola “palestinese” appare una sola volta quasi per sbaglio, e la parola “arabi” idem; sia detto senza polemica, solo per rilevare quanto, pur nell’atteggiamento più critico e sconsolato, il fallimento di Israele sia un affare tutto interno, per così dire).

E Nevo è un mostro di bravura: nel gestire una pluralità di voci, perché quasi ogni personaggio ha il suo paragrafo con il suo punto di vista, e il microfono passa in continuazione dall’uno all’altro; nell’inserire piani temporali diversi nella storia di tre generazioni (i nonni dei due protagonisti, si scopre, sono stati sulla stessa nave, l’ultima che partì dall’Europa per la Palestina alla vigilia della guerra, e lì anche loro due…); nel mostrare con precisione estrema i punti dolenti e irrisolti dei rapporti genitori-figli, tanto che in certi casi sembra di assistere ai dialoghi del Bergman più teatrale e spietato. Ma il maggior merito è quello di raccontare una vicenda tanto particolare (dopotutto non molti di noi, per fortuna, sono stati in un carro armato mentre andava in fiamme, o deportati in un treno senza finestre) e renderla così familiare agli occhi di chi legge da darle una valenza universale. Così, cambiare il mondo diventa metafora del cambiare vita, o viceversa. Perché alla fine questa è l’unica cosa che ci importa: la possibilità di avere ancora un controllo sulla grande Storia, o sulle nostre piccole storie, che è lo stesso.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

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