Blue Camel, vent’anni fa il capolavoro di Abou-Khalil

Questo mese ci muoveremo alla scoperta di una terra straniera, di uno strumento meraviglioso, di un musicista eccezionale. La terra è l’Arabia, ma non la moderna nazione dell’Arabia Saudita, bensì il vasto mondo arabo, l’ex dominio dei califfi che dalla Mesopotamia si estende fino alle propaggini del Marocco che si bagna nell’oceano. Lo strumento è l’oud, che il quel mondo è definito sultan-e-saz, cioè il re degli strumenti, e che da noi è anche noto come liuto arabo: in realtà sarebbe più corretto dire il contrario, perché è dall’oud che derivò nel tardo medioevo il nostro liuto. Anche se rimane una differenza fondamentale, perché il liuto ha un manico dove sono segnati i tasti, come nella chitarra per capirci, mentre l’oud ha una tastiera cieca: il che se da un lato lo rende difficile da suonare, dall’altro contribuisce al suo fascino e soprattutto dà la possibilità di fare i quarti di tono, quelle “mezze note” che stanno per esempio tra un do e un do diesis, che non esistono nelle scale della musica occidentale e che invece sono una delle peculiarità di quella araba.

Il musicista si chiama Rabih Abou-Khalil, ed è uno dei due o tre geni che hanno portato l’oud fuori dalle secche di una tradizione classica immutabile, e oltre il recinto del mondo arabo per renderlo famoso e apprezzato anche in occidente. Questo movimento è evidente fin dalla biografia di Abou-Khalil: nato nel ’57 a Beirut (dove studia con migliori maestri di oud) nel ’78 fugge dalla devastazione della guerra civile libanese e approda a Monaco di Baviera (nel cui conservatorio impara il flauto). È naturale che fin dalle sue primissime registrazioni, che inizieranno non molto tempo dopo, il suo pallino sia stato di mescolare le varie influenze della sua formazione – in particolare è appassionato di jazz – e dei posti in cui ha vissuto: in questo senso è sicuramente un pioniere della world music, anche prima che di world music si iniziasse a parlare. Ma tutti questi input trovano compimento ed espressione insuperabile in un album uscito esattamente venti anni fa, nel 1992: ed è di questo che parleremo, grazie alla coincidenza con l’anniversario ma non solo per quella.

Già il nome è un programma di meticciato: Blue Camel. Dove il quadrupede del deserto rappresenta l’origine, le radici, mentre l’aggettivo non allude tanto al colore (pur se la copertina, con i magnifici arabeschi astratti, è blu eccome) o al blues come genere, o alla tristezza sottesa, ma è una citazione degli innumerevoli brani jazz costruiti su questo calembour (Blue Monk, Blue Trane ecc.). Qui l’incontro oriente-occidente si fa fisico: perché Abou-Khalil non si affida solo a se stesso, come pure potrebbe essendo un virtuoso impareggiabile e un compositore colto, ma chiama a raccolta i migliori di vari generi. Un occhio alla line up: in prima fila, quella dei solisti, ci sono accanto a lui due campionissimi del jazz americano più innovativo, Charlie Mariano al sassofono e Kenny Wheeler alla tromba, come pure al basso elettrico (elettrico!) c’è una colonna chiamata Steve Swallow. Ma è nella sezione ritmica, nella sarabanda di percussioni, che le fantasie multietniche del leader si scatenano: il portoricano Milton Cardona alle congas, l’indiano Ramesh Shotham alle percussioni varie, il fido siriano Nabil Khaiat ai tamburi a cornice; come dire, dai Caraibi al Gange il mondo è mio.

Rabih Abou-Khalil ha una tecnica solistica spettacolare, in mano a lui l’oud non ha nulla di invidiare ai più veloci sprinter della chitarra, ma a fare veramente grande la sua musica è appunto questo misto di sapori internazionali, e la sua capacità di lasciare lo spazio, le luci delle ribalta ai vari compagni di viaggio. Blue Camel, come la maggior parte delle sue produzioni, è un album tutto strumentale, ma non c’è da spaventarsi: jazz e musica araba addolciscono a vicenda le rispettive asprezze, e mentre il primo dà una maggiore vivacità a situazioni un po’ monocordi e ripetitive, la seconda riempie il discorso di melodie affascinanti che subito entrano in testa. Ma il vero asso nella manica, per noi che la musica la ascoltiamo (anche) quando corriamo, è manco a dirlo nel ritmo. E mentre i singoli pezzi favoriscono la frequenza dei passi con il loro andamento ipnotico e costante, tra un pezzo e l’altro ci sono cambi di tempo che ben accompagnano un “lungo” (il disco supera abbondantemente l’ora). A un inizio medio-sostenuto seguono fasi più concitate, che si alternano a momenti di maggiore relax, ideali per farsi portare dal flusso della musica senza pensieri e senza sforzi. D’altra parte, cosa c’è di meglio di un fresco cammello blu per attraversare la calura del deserto, per correre attraverso la vampa d’agosto?

(Articolo uscito sul numero di agosto del mensile sportivo Correre)

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