Hammam Balcania, carte d’identità

Vladislav Bajac, Hammam Balcania, Jaca Book, trad. Isabella Meloncelli, pag. 416, Euro 20

Bajac si pone immediatamente nel solco di Ivo Andrić, citando Il ponte sulla Drina nella prima pagina. Ma poi riporta anche infinite discussioni fatte con l’altro Nobel, il turco Orhan Pamuk. Hammam Balcania è infatti un ambizioso romanzo tutto costruito sui dualismi: serbi-turchi, occidente-oriente, cristiani-musulmani, e fin qui siamo nel classico, ma anche ieri-oggi, e persino cirillico-latino. Perché la lingua serba (lo sapevate?) usa indifferentemente entrambi gli alfabeti. E l’autore sfrutta questa possibilità per raccontare contemporaneamente non una ma due storie. Andiamo con ordine.

Vladislav Bajac, nato a Belgrado nel 1954, è scrittore, poeta, traduttore e agitatore culturale, poco noto da noi (prima di questo in Italia è uscita solo la raccolta di racconti Supporti per i sogni. Favole geopoetiche) ma apprezzatissimo in patria, e molto seguito anche al di fuori dell’area balcanica. Pubblicato da Jaca book (storica casa editrice con un catalogo internazionale impressionante, da Solženicyn a Wole Soyinka passando per Mircea Eliade e Arthur Koestler) Hammam Balcania prende le mosse dallo stesso luogo che ispirò Andrić, il ponte che a Višegrad unisce le due sponde del fiume Drina; mentre però il mito della letteratura serba svolse la vicenda in avanti, intrecciando sul ponte e dintorni una serie di piccole storie e la grande Storia dei secoli successivi, Bajac volge lo sguardo all’indietro: come si è arrivati a costruire quell’opera? Chi era questo Mehmed pascià Sokollu a cui è intitolata?

La storia – una delle due storie, quella ambientata nel passato – è appassionante: nato giusto cinquecento anni fa in un villaggio serbo-bosniaco, Bajica Sokolović venne strappato alla famiglia dai neo-conquistatoti ottomani, e portato in Turchia. Niente di eccezionale in questo destino, era il cosiddetto tributo di sangue: i turchi si prendevano un maschio a famiglia, per formare i giannizzeri (la fedelissima guardia personale del sultano) e i funzionari pubblici dell’impero; casomai insolita era l’età del protagonista, non un bambino come tutti gli altri ma ormai un diciottenne. Particolare di grande rilievo, perché mentre Mehmed Sokollu, nome nuovo e fede nuova in Allah, faceva carriera nell’esercito e alla corte di Solimano il Magnifico, fino a diventare gran visir e a rimanerlo anche con i due sultani successivi, una parte di lui continuava a rimanere Bajica Sokolović, a pensare in serbo, a credere in Cristo. Ecco i dualismi che si diceva, mirabilmente riuniti nella vita e nell’anima di una sola persona: il che fa di questo libro un romanzo, e non un trattato teorico.

Che poi non manca pure la teoria, perché a capitoli alternati (quelli scritti in cirillico, anche se ovviamente la traduzione italiana non può riproporre una distinzione così netta) l’altra narrazione si svolge nel presente. E mentre all’inizio sembra una specie di operazione meta-letteraria, con l’autore e Pamuk che fanno a gara a chi riporta più dati storici e curiosità dell’assedio di Vienna o della battaglia di Lepanto, ben presto il discorso si allarga. E diventa una spasmodica ricerca sul concetto di identità: questione spinosa nei Balcani di epoca ottomana come in quelli di oggi, ma che Bajac amplia fino a coinvolgere una serie di personaggi famosi, scrittori e musicisti, spesso consultati direttamente. C’è Allen Ginsberg sulla questione di cosa significhi essere americano; c’è Gamal el Ghitani a rappresentare quell’Egitto che nello stesso periodo del XVI secolo venne, come la Serbia, brutalizzato dall’impero ottomano (e nonostante la fede comune!); c’è Sjón, artista e compagno della cantante Björk, perché anche l’isolatissima Islanda ha problemi con l’identità.

E c’è Alan Stivell con la sua arpa celtica, che fa da catalizzatore per un incontro curioso e inquietante: nei primi anni ’90, mentre infuriavano le guerre di dissoluzione della Jugoslavia, prendeva piede un movimento pan-celtico con relative velleità autonomiste in Bretagna; nell’ambito della solidarietà indipendentista un’amica bretone di Bajac diede ospitalità a un terrorista dell’Eta. Il quale, sapute le sue origini, gli propose un’alleanza strategico-militare tra i baschi e i serbi! Un cortocircuito logico davanti al quale impallidiscono persino le contraddizioni dei nostri amici leghisti, adoratori del dio Po e al contempo difensori delle radici cristiane d’Europa. Trappole dell’identità.

(Versione integrale dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

Annunci


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...