Le invasioni civili

Proseguendo un discorso, o anche iniziandone uno nuovo. Il tema è quello delle immigrazioni, o invasioni: dipende dal punto di vista, non tanto del lato da cui si guarda, quanto piuttosto dell’altezza. Trattandosi poi, come nel primo caso di questa Caravan, di una formazione completamente straniera, in cui i soli elementi italici sono il luogo dove si è tenuto il concerto, e quindi il titolo del disco, e quindi l’etichetta, il discorso si semplifica – ovvero si complica. Anthony Braxton, Quartet (Mestre) 2008. Già nel plotone a stelle e strisce che viene qui a invaderci, a colonizzarci, ad americanizzarci, c’è una metafora non meno ovvia che potente; solo un po’ più sbiadita oggi che i padroni prossimi venturi si prospettano venire dalla parte opposta del globo, e chissà se un giorno non rimpiangeremo i cess-burger (la vedo dura, by the way). Parlando poi di jazz, è chiaro che sì, ormai l’abbiamo assorbito, noi della vecchia Europa, tanto che a buon diritto si parla di jazz italiano, di jazz scandinavo, anzi senza dubbio di jazz mondiale, jazz e basta; eppure, la suggestione, la memoria storica e l’inconscio collettivo corrono sempre all’infra e dopoguerra, con i localini dove the man with the horns, dismesse le divise e le marce militari, attaccavano a swingare, zum zum, e poi te credo che è nato nu criaturo è nato niro.

Ma seriamente, Braxton. Uno che ha fatto la storia del jazz, anzi la storia della musica, e che un nuovo album in sé non è neanche questo evento, avendone incisi circa un centinaio solo a proprio nome in quaranta e passa anni di carriera, cioè da quel primo 3 Compositions of New Jazz datato 1968, a cui nello stesso anno seguirà il seminale For Alto, addirittura un doppio per sax solo, forse il primo album per sassofono senza accompagnamento né sovraincisioni né altro. (Parentesi storico-critica: avete notato che i grandi geni o fanno uscire un’opera a decennio, o sono super-prolifici? Mi viene in mente Cesar Aìra, nella scrittura. Tutti gli altri, i normali, vanno avanti con una novità ogni uno/due anni, roba da travet). Ma tornando a bomba, e con maggior pertinenza stavolta, sulle invasioni più o meno pacifiche: è risaputo che certi musici anglo e soprattutto americani, di area sperimental-avanguard-art-something, abbiano maggiori apprezzamenti qui che lì, e non è la solita storia del profeta in patria. Ha a che fare piuttosto con un diverso atteggiamento degli europei continentali, più disposti a farsi affascinare da discorsi complicati, a entrare nelle pieghe di ragionamenti assurdi o sedicenti tali: insomma siamo radical chic and proud to be, me compreso, ovviamente. Anzi, ça va sans dire. Tanto che invece in Usa spesso i mescolatori come Braxton, che cita tra le sue influenze dirette Cage e Stockhausen, vengono tacciati dai puristi di non aver niente a che fare col jazz: testuale, da parte non solo di critici ma anche di colleghi, che simpatia, e in particolare del trombettista Wynton Marsalis; rilievo che insomma, detto da uno il cui orologio culturale è rimasto fermo agli anni ’50, fa un po’ ridere, anzi suona proprio come un complimento.

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di luglio di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Anthony Braxton, Quartet (Mestre) 2008, Caligola

Nomadic Orchestra of the World (Nuove Tribù Zulu & Gypsies from Rajasthan), Banjara!, Materiali Sonori

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