Il Trane dei desideri

Quarant’anni fa il mondo del jazz – meglio, il mondo della musica; meglio, il mondo – veniva travolto da un fiume in piena, da un treno lanciato, da una valanga di fuoco. Questo cataclisma aveva un nome e un cognome: John Coltrane. Il sassofonista americano era arrivato tardi fra i grandissimi, a trent’anni suonati, nel 1956, in un mondo di enfant prodige e gioventù bruciatissime. Era stato poi scoperto e valorizzato da due miti come Miles Davis e Thelonious Monk, infine aveva registrato cose notevoli a suo nome, come Blue Train e soprattutto Giant Steps. Ma My favorite things fu tutta un’altra cosa, e ancora adesso è considerato dagli esperti uno degli album più importanti della storia del jazz.

Il quale jazz, in quei primi anni ’60 – superata la rivoluzione be-bop, i raffreddamenti del cool e i furori di ritorno dell’hard-bop – era conteso tra due gigantesche forze modernizzatrici: da un lato l’iconoclastia intransigente, e dalla connotazione anche socio-politica, del free jazz, capofila Ornette Coleman; dall’altro il ribaltamento, meno clamoroso ma dalle conseguenze più durature, operato da Miles e i tanti altri seguaci del jazz modale. Precisamente in mezzo, Coltrane. Che del free aveva il rabbioso impegno per la causa dei fratelli neri, e stilisticamente il ricorso a grugniti urla fischi e altre sperimentazioni sonore; dal jazz modale prese l’innovatività, la rottura di una tradizione basata sul canzoniere americano, l’attenzione per le musiche di altri continenti – Africa, India – infine la possibilità di esplorare la propria anima e l’universo in un flusso di coscienza libero.

My favorite things ha una serie di primati: è il primo album che Trane incide per la Atlantic, ed è il primo in cui mette su il suo storico quartetto, con l’alter ego, il formidabile McCoy Tyner al piano, e il possente Elvin Jones alla batteria, mentre i bassisti cambieranno spesso. Infine, per la prima volta recupera il sax soprano, che dopo i fasti del dixieland era stato abbandonato dal jazz, e ne fa un uso tutto suo.

Incredibilmente in tanta novità, i quattro lunghi brani dell’album sono tutti standard, nessuna composizione di Coltrane, eppure. C’è una tosta But Not For Me di Gershwin. C’è una Everytime We Say Goodbye di Cole Porter straziante però molto tesa. C’è una spericolata, impossibile Summertime, che da ballata o canzoncina diventa un uptempo sorprendente. C’è infine la title track, una vecchia e diecimila volte coverizzata canzone di Rodgers-Hammerstein.

Eppure: il modo di rileggerle è così originale, così personalizzato che lo stesso Coltrane ricorderà: “Molti pensano, sbagliando, che My Favorite Things sia una mia composizione; vorrei tanto averla scritta io…”. È il famoso fenomeno dell’appropriazione della cover, quello per intenderci secondo cui tutti dicono Azzurro di Celentano o Knockin’ on heaven’s door dei Guns’n’Roses. Il pezzo – un valzer, altra stranezza – viene preso e modificato nella struttura armonica, in modo che le improvvisazioni possano scorrere con meno vincoli; spesso durante i quasi 14 minuti si affaccia la semplice melodia del tema, per poi subito re-immergersi in un flusso per il quale Arrigo Polillo, nella sua bibbia Jazz, spenderà queste parole: “un effetto traumatico sugli ascoltatori, che venivano coinvolti in un vortice di musica densa e stordente, molto spesso incantatoria”.

Resta da capire perché questo album sia così adatto per correre. Ma precisamente per le stesse ragioni che lo rendono un grande album tout court! Innanzitutto la sua modernità: non a tutti piace il jazz, ed effettivamente quello classico di Charlie Parker è complicato e ostico, mentre Coltrane è più accessibile, non perché sia commerciale ma perché parla un linguaggio universale. Poi, la lunghezza dei brani aiuta a mantenere il ritmo costante, senza spezzarlo con continui silenzi; mentre la popolarità di molte melodie fornisce un sostegno, un ancoraggio. Infine, il carattere ipnotico del jazz modale, imperniato su pochi accordi e ampi assoli, è l’ideale per farsi trasportare, quando fatica ed estasi sono una cosa sola, e nell’assenza di pensieri è più facile entrare in contatto con le sfere celesti. O perlomeno, con il meraviglioso universo sonoro di John Coltrane.

(Articolo uscito in versione abbreviata sul numero di maggio del mensile sportivo Correre)

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