Pino a metà

E va bene, lo dico subito: Marcella Russano è una mia amica. Tanto prima o poi mi sgamate, visto che nel suo libro (perché finito questo post non potrete fare a meno di leggerlo, nevvero?) trovate il mio nome addirittura nei ringraziamenti finali – del tutto immeritatamente peraltro: infatti tempo fa mi aveva solo detto che stava iniziando a scriverlo, e chiesto qualche dritta che io non avevo saputo darle. Ma non è l’amicizia a farmi parlare di Nero a metà (questo casomai è il motivo per cui ne parlo solo qui): d’altra parte come ho già detto la marchetta esiste solo in quanto subdola. Non è l’amicizia che mi spinge. È l’amore. Per Pino Daniele, s’intende.

Questo libro è molte cose, ma non è almeno un paio di cose. Non è un libro “tutti-i-testi”, di quelli con una introduzione critico-agiografica, una breve presentazione per ogni album e poi le canzoni tutte tutte; di quelli che pubblicava la Arcana, mitica, in era pre-internet, e che noi ggiovani degli anni ’80-’90 compulsavamo fino a spaginare; tipo questo, che ormai mi è diventato a fascicoli.

E non è manco una biografia, anzi i pochi dettagli tratti dalla vita privata di Pino Daniele, i pochi che sono necessari e funzionali al discorso, si vede che sono cavati dalla tastiera di Marcella quasi a forza, come se scrivendoli pensasse ma chissenefrega, non è di questo che stiamo parlando, dài.

Questo libro è molte cose, contemporaneamente: è una storia artistica di Pino Daniele, dalla tarantella al rock-arabe passando per il blues. È un ritratto documentato e appassionante del contesto il cui quella storia è nata e si è sviluppata: il Naples Power e più in generale tutto il movimento musicale e culturale di una certa Napoli, di un certo (ampio) periodo che va dalla Nuova compagnia di canto popolare ai 99 Posse. È il tentativo ulteriore di inserire questo contesto in un qualcosa di ancora più vasto, un modo di sentire e di proporre Napoli oltre le retoriche tradizionali o moderne, una spinta che accomuna Masaniello e Eduardo, e ovviamente Troisi. E allargando ancora, perché tutto è connesso, è una breve storia dell’universo.

Perché queste neanche duecento pagine, che scritte in realtà con un carattere più grandicello sarebbero state almeno il doppio, sono percorse dalla smania di raccontare tutto e, molto anglosassone in questo, di non dare niente per scontato: si nomina il blues? E via con le colonie, la tratta degli schiavi e tutto, vicenda magistralmente condensata in poche pagine, ma pur sempre ripercorsa. Così di Pino Daniele per momenti anche lunghi si perdono proprio le tracce, nella lettura.

Il libro contiene anche un breve inserto a fumetti (carino quanto superfluo). C’è un’appendice con interviste a vari personaggi decisivi per Pino Daniele, dal produttore Renato Marengo al percussionista brasiliano Nanà Vasconcelos. E c’è un sostanzioso capitolo finale in cui, concluso lo svolgersi più o meno cronologico della storia musicale, le canzoni, comunque sempre presenti e citatissime, salgono alla ribalta in primo piano. È una specie di analisi trasversale, di divisione non per album ma per temi; insolita e geniale, ecco i titoli dei paragrafi: Ritratti, Luoghi, Amore, Appocundia.

Attenzione: ho detto canzoni e non testi, perché anche se il sottotitolo (Dalle origini a Grande madre, tutta la poesia di Pino Daniele) si avvicina temerario alla vexata quaestio – De André va messo nelle antologie scolastiche? Bob Dylan può avere il Nobel per la letteratura? – l’autrice non cade nella trappola, non dimentica mai di parlare anche di musica, di suoni e colori. E leggendo questo ultimo bellissimo capitolo sembra quasi, sarà la suggestione di chi l’ha ascoltato a valanga, di sentirlo cantare in sottofondo.

Ma il principale merito di questo libro, almeno per me,è un altro. È quello di dare una risposta alla domanda: ma che è successo a Pino Daniele? Se avete già capito di cosa sto parlando, saltate un paio di paragrafi. Se invece la frase vi suona strana, provo a spiegarmi: dovete sapere che per una vasta fascia di napoletani, diciamo più o meno una fascia d’età che va dai suoi coetanei (è del ’55) ai coetanei miei (sono del ’75) e oltre, Pino Daniele non è un cantante. Non è neanche la banalità de “la colonna sonora della mia vita”. Non è solo quello che appena inizi a imparare la chitarra provi a rifare qualche pezzo per poi capire che no, è un altro pianeta. Per noi Pino Daniele è una bandiera, un retroterra comune, un fratello maggiore. Uno che ha messo in musica e parole tutta la bellezza e la rabbia, tutto quello che ognuno di noi ha dentro ma che nessuno di noi riesce a dire. Tranne lui.

Solo che a un certo punto qualcosa è cambiato. Lentamente, ma inesorabilmente. È calato il napoletano ed è subentrato l’italiano, è calato il blues e aumentato il pop, è scomparsa la surreale magia e ha prevalso la canzoncina cuore-amore. È cambiato anche il pubblico, non solo aumentato di molto, ma proprio cambiato: come se Pino non si rivolgesse più a noi, ma ad altri. E noi così ci siamo sentiti, abbandonati, traditi.

Quando è successo? Lentamente, ma sicuramente da qualche parte tra Mascalzone latino e Che Dio ti benedica, con in mezzo al guado Un uomo in blues. E tutti a chiederci: cosa è successo? Com’è possibile che un giorno uno scrive “Anna verrà / raccoglieremo i cani per strada / ci metteremo qualche altra cosa / per non essere più soli” e il giorno appresso invece scrive “Che Dio ti benedica / che fica”? Che cosa ha trasformato mr. Pino nel sig. Daniele, il cosmonapoletano del taranblues nell’italo-italiano impiegatuccio del pop?

Questioni di cuore, è la risposta. Nel doppio senso, fisico e simbolico. Il blocco delle coronarie che nell’89 lo porta molto vicino a rimanerci. E, immediatamente dopo, l’amore, la serenità affettiva trovata a fianco dell’attuale compagna. La risposta, come il segreto di Pulcinella era sotto gli occhi di tutti. Il merito di Marcella Russano è, innanzitutto, di non aver eluso la domanda, pur avendo la diplomazia di riconoscere al sig. Daniele meriti forse eccessivi; ma poi, appunto, di aver tirato fuori la risposta che era lì come la lettera rubata di Poe. E lo ha fatto riportando le parole dello stesso Pino post-infarto.

Pensai d’aver chiuso con la musica, coi concerti, con quella vita di compositore e interprete che mi portava da uno studio a un teatro, da una sala di incisione a un auditorium. […] C’è voluto del tempo per ricominciare ad avere qualche speranza, a ritrovare la forza di riprendere il cammino. Mi hanno aiutato mia moglie, i miei figli e amici come Massimo Troisi, Rosario Jermano, Massimo Ranieri. Il segreto è stato quello di adattarsi alla malattia. Convivere con la nuova condizione fisica. Non suonare più? Impossibile. Continuare come prima? Impossibile anche questo. Riguardarsi e continuare con accortezza, questo sì. E mano a mano è tornata la volontà di andare avanti, anzi è più limpida di prima […]. Mi curo non per paura della morte ma per poter continuare a comporre e a suonare

Si permette solo di aggiungere Marcella: “Ma come può ‘continuare con accortezza’ uno come Pino Daniele che si è, fino a questo momento, fatto portavoce della ribellione giovanile, delle tensioni che attraversano il Sud del mondo, che si è speso fino a non averne più?”. Ma sentiamo ancora Pino Daniele, con una consapevolezza di sé tanto cruda da fare male:

Ho scritto delle cose belle nel passato, canzoni che secondo me rimarranno. Ora però non so più scrivere in quel modo […]. Non sono molti gli artisti che ammettono di non riuscire a scrivere più con la stessa intensità di prima… non credo sia un fatto di capacità, credo sia più un fatto di vita…

Per questo, dopo anni passati a farmi il sangue amaro, e dopo altri anni passati a non pensarci più, oggi mi sento di dover ringraziare Marcella Russano. E anche un poco Pino Daniele, sì.

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2 commenti on “Pino a metà”

  1. Alessandra Della Guardia ha detto:

    Grazie per questa amorevole e profetica (il nobel a Bob Dylan)disamina. Circa il libro della Russano vorrei avere un’informazione, se possibile: su internet si trovano due titoli. Si tratta dello stesso testo edito duplicemente, o di due testi distinti?
    La ringrazio anticipatamente.


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