Quei cani dei politici

Carola Vai, In politica se vuoi un amico comprati un cane, Daniela Piazza editore (2011), pag.240, Euro 17

Il bestiario è un genere letterario di antica e nobile tradizione: precursori ne furono Aristotele e Plinio il Vecchio, che quattro libri della sua Historia naturalis li dedicò agli animali, avvertendo ad esempio che “il fiato degli elefanti fa uscir fuori i serpenti, invece quello dei cervi li brucia”; esplosione e massimo successo si ebbero nel Medioevo, con tanto di orrorifiche illustrazioni; compendio e culmine fu (in questo come in altri filoni) un libro di Jorge Luis Borges, il Manuale di zoologia fantastica scritto con Margarita Guerrero. Ora, è arrivato in libreria il seguente volume: In politica se vuoi un amico comprati un cane, firmato da Carola Vai per l’editore Daniela Piazza. Ovvio che con un titolo così, di questi tempi in cui dare addosso alla casta è il nuovo sport nazionale (e in cui d’altra parte la casta non sembra interessata a farci cambiare opinione), con un titolo così, preso tra l’altro pari pari da una folgorante battuta del presidente americano Truman, l’equivoco è dietro l’angolo: sarà il solito pamphlet sugli onorevoli poco onorevoli, infidi e bastardi (ops…). E invece, mettiamolo subito in chiaro, il libro non riguarda quei cani dei politici ma, alla lettera, i cani dei politici: il sottotitolo è infatti Gli animali dei potenti.

In realtà, a ben vedere neanche proprio di questo si tratta, quanto del rapporto che molti politici – italiani e stranieri, del passato e del presente, e in mezzo a tutti questi Papa Ratzinger – hanno con gli animali domestici, in termini di relazioni private ma spesso anche di impegno pubblico, di leggi proposte a tutela e via dicendo. Si apprende così che Garibaldi, a Italia appena unita, per contrastare le allora nascenti sperimentazioni scientifiche fatte con la vivisezione, promosse la fondazione della “Regia società torinese protettrice degli animali”, antenata dell’attuale Enpa. E che Giovanni Spadolini firmò la prima legge contro la caccia. Ma si scopre anche, via Jas Gawronsky, che Gianni Agnelli “dava da mangiare ai cani con la forchetta” e, secondo altri testimoni, che per lui“i cani sono stati spesso più importanti delle persone”; il che forse, più che dire dell’alta considerazione per le bestie, illustra la scarsa stima dell’Avvocato per i simili.

Venendo all’oggi, si passa dalla ricerca d’archivio alla presa diretta: l’autrice, giornalista oltre che amante dei quattrozampe, ha raccolto notizie e spesso personali dichiarazioni dei politici in carica. Li vediamo sfilare quasi tutti: da Bossi a Berlusconi, da Rosy Bindi a Veltroni, fino all’ultimo dei peones. E con ironia tanto più efficace quanto involontaria, emergono le contraddizioni: Michela Vittoria Brambilla, la rossa ex ministra in testa a battaglie senza quartiere contro la caccia e ogni crudeltà sugli animali, che in passato ha diretto l’azienda paterna, leader nell’importazione di… salmone e caviale. Calderoli, che aveva una tigre “ma ho dovuto darla via perché aveva divorato un cane”, evidentemente preferisce l’esotico: perché ha avuto anche due lupi, ma non esiterebbe a sgozzare maialini e spargerne il sangue al suolo per impedire l’edificazione di una moschea. Scajola, furbo di tre cotte democristiano-berlusconiano-postberlusconiano, dice che ama i gatti “perché non sono ruffiani”.

Più curiosa l’aneddotica sui pets dei potenti stranieri: dal gatto di Downing street, fin dal 1924 stipendiato dal contribuente inglese per tenere a bada i topi che infestano l’abitazione del premier; all’attuale cane della Casa Bianca, che nelle promesse di mr. President doveva essere “un meticcio come me” e invece è un rarissimo Cao de Agua portoghese (una delle poche razze che non dà problemi a chi è allergico come la piccola Malia Obama). Certo, a furia di guardare il mondo ad altezza di cuccia, sembrano tutti bravi ragazzi, anche Putin così affezionato al suo labrador (passione in comune con Clinton e D’Alema), anche Maria Antonietta che stimava gatti e carlini al pari dei nobili di Francia, e si finisce per dedicare un paragrafo pure a Hitler: notoriamente vegetariano (ma per problemi intestinali), è vero che autorizzò un po’ di esperimenti sugli esseri umani e qualche campetto di concentramento, però vietò severamente la vivisezione e i maltrattamenti sugli animali.

Per cui insomma, alla fine è chiaro: se un politico vuole un simpatico mezzo di propaganda, o un sostituto d’affetto per i bambini che lo vedono sempre lontano da casa, o più semplicemente un qualcuno da comandare 24 ore su 24, cosa fa? Si compra un cane. Più arduo, purtroppo, ma non impossibile, è supporre cosa farebbero le tenere bestiole in questione se fossero loro a scegliere se farsi acquistare e governare da un politico – o putacaso, da un tecnico – ed eventualmente, da quale. Loro, poverine, che non possono nemmeno votare.

(Versione senza tagli dell’articolo uscito il 12 febbraio sul Mattino di Napoli)

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