Immigrati

Vengono qui, e ci rubano il lavoro. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase, prima riferita ai meridionali al nord, poi ai meridionali del mondo in Italia. E da quanto non la sentiamo più, invece, questa frase, forse perché il lavoro, chi l’ha visto? Eh, ma fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Altra tiritera, altro luogo meno comune e più feroce. Sta di fatto che siccome qua parliamo di musica, per fortuna o purtroppo, tocca dire di suoni e non di flussi migratori. Però. Visto che il mese scorso abbiamo detto di suoni italici che in qualche modo viaggiavano, invadevano spazi e tempi altri, stavolta facciamo il contrario. E forse anche la prossima volta. Ascoltiamo cioè suoni che viaggiano e invadono i tempi e gli spazi nostri. Musiche e musici che sono qui a rubarci il lavoro.

E partiamo proprio da un superclassico del genere: il senegalese ambulante, il vu cumpra’ come diceva mio padre, ora anche lui ha smesso di dirlo, potenza del politically correct, e dice di nuovo semplicemente, serenamente, negro. Idrissa Sarr per la verità non è sbarcato mezzo annegato a Lampedusa, non è stato rinchiuso in un Cpt, non ha girato le spiagge del Salento con ottanta chili di mercanzia taroccata su una spalla. Nato nel ’79 a Dakar, musicista figlio di musicisti, ha però comunque affrontato un viaggio e un processo di sradicamento, e in Salento ci è finito lo stesso, ma come esordiente nella casa discografica 11/8 di Cesare Dell’Anna, che pubblica questo Immigration (ma va’). “Il turista col baffetto mangia il cocco ed è perfetto”, cantilena il venditore di cocco sull’infinita sabbia salentina, e non si capisce se allude ai mustacchi dell’estensore di questa nota, o al gallipolino D’Alema. Ma è italiano, bianchissimo, e tiene i baffi pure lui. Mentre si susseguono in un flusso continuo venditori di tutto il resto, e sono neri, e sono stremati dal caldo e dal peso, e si portano dietro a volte i figli piccoli che non sai se incazzarti perché li schiavizzano o essere contento perché non li hanno buttati da qualche parte. Ora, probabilmente anche quella sta per finire, ma l’industria discografica del falso, del masterizzato, del pezzotto con la copertina sgranata, prende una larga fetta affianco a braccialetti e canotti. E ragazzi, qui non è che ci stiamo a scandalizzare per la violazione del copyright: è che se il negretto viene beccato con la merce contraffatta, scatta se gli va bene il sequestro totale, il che vuol dire bancarotta visto che – lo sapevate? – l’ambulante per definizione non ha scorte di magazzino, non ha magazzino. If you can’t beat ‘em, legalize it, deve aver pensato Dell’Anna – trombettista, discografico e ora anche creativo del marketing – quando ha lanciato questa idea: “Mercato nero”. Un modello di distribuzione e vendita dei cd che s’insinua tra i due giganti delle major da un lato, e del falso dall’altro: dischi originali, muniti di regolarissimo bollino Siae, in mano a immigrati muniti di regolarissima licenza di vendita, e quindi al riparo da multe e sequestri. Ma venduti “come se” fossero falsi, cioè porta a porta, melius ombrellone a ombrellone, o sulle bancarelle. Si parte naturalmente con i cd della stessa etichetta 11/8, ma si attendono adesioni delle altre piccole e indipendenti. Vedremo che succede.

(Era l’incipit della mia rubrica Caravan, sul numero di giugno di Blow Up. Continua in edicola)

TAPPE PRINCIPALI

Baye Fall, Immigration, 11/8

Chick Corea e Stefano Bollani, Orvieto, Ecm

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