La Cina in parole non povere

Yu Hua, La Cina in dieci parole, Feltrinelli 2012, 240 pagine, 18.50 euro

La Cina è vicina? La Cina è lontanissima, altroché. Lontana geograficamente, ovvio, lontana economicamente, perché continua a crescere mentre noi qui siamo intrappolati nella depressione. Lontana soprattutto dalla nostra comprensione, perché sfugge ai vecchi schemi di comunismo, capitalismo, democrazia, ricchezza, giustizia, libertà. Torna utilissimo allora un libro come La Cina in dieci parole, di Yu Hua (Feltrinelli, 240 pagine, 18.50 euro), perché spiega, anzi racconta le cose, senza pretese di essere sistematico, ma riuscendo a illuminarle.

Yu Hua è un romanziere tradotto in tutto il mondo, che agli esordi scriveva trame piuttosto pulp e sanguinolente, ma sempre con un occhio alla realtà sociale; un titolo come Cronache di un venditore di sangue la dice lunga: sembra fanta-horror ma è una figura che esiste davvero, in Cina, un lavoro abietto con cui parecchi si sono arricchiti. Tra le parole che formano questo vocabolario-decalogo, alcune ce le aspettiamo: “popolo”, “rivoluzione”, “leader”. Altre sono sorprendenti, e rivelano molto dell’immagine che i cinesi oggi hanno di se stessi: “morti di fame”, “taroccato”, “intortare”. E altre sono più schiettamente personali, come “lettura”, “scrivere”, “Lu Xun” (un letterato degli anni trenta, l’unico oltre a Mao che era permesso leggere nell’epoca di devastazione della Rivoluzione culturale).

Perché la particolarità, e il bello, di questo libro è che l’autore intreccia tre livelli: quello autobiografico, le storie sue e della sua famiglia, del bambino piccolo come dell’intellettuale affermato; poi c’è una miriade di storie, di cronache surreali e strazianti, che hanno per protagonisti povera gente e vip, disgrazie nere e successi fulminei; infine c’è la grande Storia, i fatti dell’economia e della politica, supportati da cifre e analizzati con lucidità. I tre livelli sono mescolati e si passa a ogni momento dall’uno all’altro, il che rende la narrazione appassionante. Yu Hua resta pur sempre un narratore, infatti, con la grande capacità di chiarire partendo dai dettagli. Come nel caso delle battaglie per i timbri: le bande Guardie rosse che si bastonavano a morte tra loro per accaparrarsi i timbri degli uffici, ché solo con quelli avrebbero acquisito potere, sono l’emblema di quell’assurdo mix di violenza e burocrazia che fu la Rivoluzione culturale.

Perché tornare sempre al passato, si chiede l’autore. E si risponde: perché le due epoche condividono tratti comuni impressionanti, e se pure sotto forme sociali completamente diverse, è comune lo scatenamento collettivo verso uno scopo, politico ai tempi di Mao, economico oggi.

Ma Yu Hua non corrisponde allo stereotipo del cinese fuoriuscito, tutto critiche per il regime di Pechino e lisciate per i nostri pregiudizi di occidentali. Anzi gioca a spiazzare: come quando accosta quelle gogne per iscritto che furono i dazibao ai moderni blog, perché entrambi “servono all’affermazione di sé”. E la mette giù dura: “il nostro miracolo economico o, meglio, i profitti di cui andiamo tanto fieri sono realizzati grazie al potere assoluto esercitato dalle autorità: è proprio la mancanza di trasparenza nella politica a determinare il rapido sviluppo economico”.

Per capire l’ambiguità che contraddistingue la Cina moderna, e a cui non rimane estraneo l’autore stesso, lasciamoci raccontare un’ultima storia, anzi due storie parallele. La prima risale all’era maoista, quando il cibo era razionato e prosperava il mercato nero delle tessere: un contadino per pagarsi un matrimonio almeno dignitoso stringe la cinghia e raggranella un po’ di questi biglietti, ma quando li va a vendere viene scoperto da guardiani ragazzini (tra cui Yu Hua) che per fargli mollare la presa lo colpiscono con un mattone prima sulle mani e poi in faccia; poi multato e sgridato dalla polizia, e gli va ancora bene, il giovane sposo se ne torna al villaggio mortificato, senza né tessere né soldi.

La seconda si svolge oggi, in una di quelle metropoli sorte da un momento all’altro che la più piccola ha dieci milioni di abitanti, dove si riversano masse di disperati, sottoproletari e straccioni; i quali per sbarcare il lunario fanno le cose più varie, tra cui il venditore ambulante: ambulante e abusivo, uno di loro all’ennesimo sequestro della merce – quattro carabattole ma tutti i suoi averi, il suo “investimento” – si ribella e colpisce il poliziotto vessatore, lo uccide, viene condannato. Queste due storie, che a noi sembrano l’eterno leitmotiv degli umili che in ogni epoca e nazione vengono ancor più umiliati, a Yu Hua fanno invece scattare l’interrogativo: che cosa è successo al nostro paese, che a distanza di così pochi anni quello si prendeva le botte dai bambini mentre questo si ribella all’autorità fino a uccidere? Signora mia dove andremo a finire, non lo dice ma poco ci manca. Niente da fare, anche Yu Hua, per quanto bestseller in occidente, sempre cinese rimane, e quindi un po’ misterioso, non del tutto comprensibile. La Cina è lontana, ogni giorno di più.

La Cina è vicina? La Cina è lontanissima, altroché. Lontana geograficamente, ovvio, lontana economicamente, perché continua a crescere mentre noi qui siamo intrappolati nella depressione. Lontana soprattutto dalla nostra comprensione, perché sfugge ai vecchi schemi di comunismo, capitalismo, democrazia, ricchezza, giustizia, libertà. Torna utilissimo allora un libro come La Cina in dieci parole, di Yu Hua (Feltrinelli, 240 pagine, 18.50 euro), perché spiega, anzi racconta le cose, senza pretese di essere sistematico, ma riuscendo a illuminarle.

Yu Hua è un romanziere tradotto in tutto il mondo, che agli esordi scriveva trame piuttosto pulp e sanguinolente, ma sempre con un occhio alla realtà sociale; un titolo come Cronache di un venditore di sangue la dice lunga: sembra fanta-horror ma è una figura che esiste davvero, in Cina, un lavoro abietto con cui parecchi si sono arricchiti. Tra le parole che formano questo vocabolario-decalogo, alcune ce le aspettiamo: “popolo”, “rivoluzione”, “leader”. Altre sono sorprendenti, e rivelano molto dell’immagine che i cinesi oggi hanno di se stessi: “morti di fame”, “taroccato”, “intortare”. E altre sono più schiettamente personali, come “lettura”, “scrivere”, “Lu Xun” (un letterato degli anni trenta, l’unico oltre a Mao che era permesso leggere nell’epoca di devastazione della Rivoluzione culturale).

Perché la particolarità, e il bello, di questo libro è che l’autore intreccia tre livelli: quello autobiografico, le storie sue e della sua famiglia, del bambino piccolo come dell’intellettuale affermato; poi c’è una miriade di storie, di cronache surreali e strazianti, che hanno per protagonisti povera gente e vip, disgrazie nere e successi fulminei; infine c’è la grande Storia, i fatti dell’economia e della politica, supportati da cifre e analizzati con lucidità. I tre livelli sono mescolati e si passa a ogni momento dall’uno all’altro, il che rende la narrazione appassionante. Yu Hua resta pur sempre un narratore, infatti, con la grande capacità di chiarire partendo dai dettagli. Come nel caso delle battaglie per i timbri: le bande Guardie rosse che si bastonavano a morte tra loro per accaparrarsi i timbri degli uffici, ché solo con quelli avrebbero acquisito potere, sono l’emblema di quell’assurdo mix di violenza e burocrazia che fu la Rivoluzione culturale.

Ma perché tornare sempre al passato, si chiede l’autore. E si risponde: perché le due epoche condividono tratti comuni impressionanti, e se pure sotto forme sociali completamente diverse, è comune lo scatenamento collettivo verso uno scopo, politico ai tempi di Mao, economico oggi.

Ma Yu Hua non corrisponde allo stereotipo del cinese fuoriuscito, tutto critiche per il regime di Pechino e lisciate per i nostri pregiudizi di occidentali. Anzi gioca a spiazzare: come quando accosta quelle gogne per iscritto che furono i dazibao ai moderni blog, perché entrambi “servono all’affermazione di sé”. E la mette giù dura: “il nostro miracolo economico o, meglio, i profitti di cui andiamo tanto fieri sono realizzati grazie al potere assoluto esercitato dalle autorità: è proprio la mancanza di trasparenza nella politica a determinare il rapido sviluppo economico”.

Per capire l’ambiguità che contraddistingue la Cina moderna, e a cui non rimane estraneo l’autore stesso, lasciamoci raccontare un’ultima storia, anzi due storie parallele. La prima risale all’era maoista, quando il cibo era razionato e prosperava il mercato nero delle tessere: un contadino per pagarsi un matrimonio almeno dignitoso stringe la cinghia e raggranella un po’ di questi biglietti, ma quando li va a vendere viene scoperto da guardiani ragazzini (tra cui Yu Hua) che per fargli mollare la presa lo colpiscono con un mattone prima sulle mani e poi in faccia; poi multato e sgridato dalla polizia, e gli va ancora bene, il giovane sposo se ne torna al villaggio mortificato, senza né tessere né soldi. La seconda si svolge oggi, in una di quelle metropoli sorte da un momento all’altro che la più piccola ha dieci milioni di abitanti, dove si riversano masse di disperati, sottoproletari e straccioni; i quali per sbarcare il lunario fanno le cose più varie, tra cui il venditore ambulante: ambulante e abusivo, uno di loro all’ennesimo sequestro della merce – quattro carabattole ma tutti i suoi averi, il suo “investimento” – si ribella e colpisce il poliziotto vessatore, lo uccide, viene condannato. Queste due storie, che a noi sembrano l’eterno leitmotiv degli umili che in ogni epoca e nazione vengono ancor più umiliati, a Yu Hua fanno invece scattare l’interrogativo: che cosa è successo al nostro paese, che a distanza di così pochi anni quello si prendeva le botte dai bambini mentre questo si ribella all’autorità fino a uccidere? Signora mia dove andremo a finire, non lo dice ma poco ci manca. Niente da fare, anche Yu Hua, per quanto bestseller in occidente, sempre cinese rimane, e quindi un po’ misterioso, non del tutto comprensibile. La Cina è lontana, ogni giorno di più.

(Articolo uscito oggi, in versione ridotta, sul Mattino di Napoli)

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