Sepùveda Luis, detto Lucio

Luis Sepúlveda, Tutti i racconti, a cura di Bruno Arpaia, traduzione di Ilide Carmignani, Guanda 2012, 476 p., euro 18.50

Luis Sepùlveda è nato in Cile, vive in Spagna, ma è praticamente italiano adottivo. L’Italia lo ama: la gente lo ferma, lo chiama Lucio, lo abbraccia e lo bacia; l’altro giorno al Salone del libro di Torino la sala dove presentava il suo ultimo libro, Tutti i racconti, era strapiena come neanche per una rockstar. E lui ricambia: viene qui ogni volta che può, parla un italiano fluente (se pure con quella meravigliosa inflessione sudamericana che ci ricorda tanto Dieguito); e per dire, questa raccolta di racconti sia editi che inediti esce in Italia, come sempre edita da Guanda, in anteprima mondiale, ancora prima dell’edizione spagnola.

L’Italia non manca neppure nei riferimenti letterari: “Il racconto breve – spiega Sepùlveda introducendo la sua opera omnia in materia – è una grande sfida. Il romanzo sta dalla parte dell’autore: si scrive un capitolo alla volta, e se uno è debole, ci pensa quello dopo a risollevarlo. Il racconto non lo permette: è tutto nella prima frase, nella prima parola. Diceva Pavese che il romanzo è la normalità, la vita quotidiana dello scrittore, ma il racconto è ancora di più, è come respirare. E quando penso alla forma racconto, mi viene in mente che qui avete l’università del genere: il Decameron di Boccaccio. Poi viene Pavese. E dopo, certo, i nordamericani come Hemingway, e i sudamericani come Osvaldo Soriano e soprattutto Julio Cortázar, mio adorato maestro”.

Sepùlveda è famoso anche come scrittore militante, anzi l’impegno politico nella sua storia precede quello letterario, avendolo portato nel 1973 ad essere imprigionato e torturato per mesi dal regime di Pinochet dopo il colpo di stato. E nelle sue storie c’è sempre, se non il racconto diretto delle dittature, l’attenzione alle voci dei poveri, degli emarginati, degli ultimi. Ma lui sull’annosa questione dell’intellettuale impegnato ha le idee chiare: “Il mio impegno politico è diretto, nel senso che trovo giusto partecipare alla vita pubblica e dire la mia con chiarezza sulle cose che non vanno fatte. Poi, è chiaro, la mia visione si riflette nella scrittura, come estetica e come etica personale. Ma questo in certi casi si traduce direttamente in letteratura di testimonianza, in altri casi prende una forma indiretta, soprattutto attraverso l’ironia”.

Sessantadue anni, esordì nel romanzo nel 1989 con il bestseller Il vecchio che leggeva romanzi d’amore: con più di trenta libri all’attivo, è forse ancor più noto al grande pubblico con il libro per ragazzi Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Ma se gli si chiede di indicare la sua opera preferita, non dà la classica indicazione ruffiana dell’ultimo libro; e neanche dice quello dell’anno scorso, Ultime notizie dal Sud, che pure ha la bella particolarità di essere un reportage di viaggio in Patagonia con fotografie annesse. Cita invece Un nome da torero: “Considerato un minore, ma è il mio preferito. Tra tutti i personaggi che ho creato, il protagonista è, tolte le circostanze contingenti, quello che ha più di me. Se volete trovarmi, cercatemi lì”.

(Oggi sul Mattino di Napoli)

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