Femminicidio e violenze nascoste

Nonostante io sia un maschio. Proprio perché sono un maschio.

Nonostante questo blog sia dedicato ad altro. Proprio perché questo blog è dedicato ad altro.

Nonostante abbia aderito ormai anche Saviano. Proprio perché ormai ha aderito anche Saviano.

Qui sotto riporto l’appello lanciato qualche giorno fa da Se non ora quando e blog affiliati. (Se andate su questi siti e altri che rilanciano la notizia trovate il mio nome nel gotha dei primi firmatari: nessun merito particolare, solo una questione di tempo, mi è capitato di vederlo subito, subito ho scritto).

Poi oltre a far girare l’appello, stanno uscendo a complemento tutta una serie di commenti, spiegazioni, approfondimenti: per esempio quello di Barbara Spinelli che spiega il perché del brutto e necessario termine “femminicidio”, o quello di Concita De Gregorio sulle donne bruciate per emulazione.

Aggiungerei due pensierini. Per rispondere all’ovvia domanda: si vabbè siamo d’accordo, firmiamo e ci indignamo, ma che facciamo? Che fare? (Certo oltre a parlarne, fare inchieste e tirare fuori notizie, come nei link appena indicati, è già qualcosa, è tanto). I livelli possibili sono due.

Primo livello. Diretto. Penale. Chiaro, no? Il femminicidio è un omicidio, cioè un reato, che si combatte e previene con strumenti giuridici. Per esempio si potrebbe pensare a configurare un delitto a parte, punito più severamente, o almeno a un’aggravante, come ha proposto Michele Serra. I miei ricordi di giurisrudenza sbiadiscono, ma sospetto che non ce ne sarebbe neanche bisogno, potendo far rientrare molti casi nell’aggravante della crudeltà o dei motivi abietti; diciamo che una modifica legislativa del genere avrebbe una valenza più che giuridica, politica (come quando qualche anno fa si spostò finalmente la violenza sessuale dai delitti contro l’onore a quelli contro la persona, dove logicamente sta, ma nulla avrebbe vietato di triplicare le pene pur lasciando il reato lì dov’era), cioè un segnale lanciato alla società, e quindi senz’altro utile. Certezza della pena, si dice in questi casi, e come si fa a sostenere il contrario, quando nei pochi casi in cui una donna scampa alla morte, e l’aguzzino è condannato, lei vive nel terrore – nella certezza – che uscito di galera lui tornerà a cercarla. Non era precisamente questo che si intendeva quando si diceva che chi sbaglia deve avere una seconda possibilità. Certo, partire dal femminicidio, concentrare e dirigere tutti gli sforzi su quello. D’altra parte, chi di noi se possedesse una bacchetta magica, e potesse sventare uno e un solo delitto, non sceglierebbe un omicidio invece che una “semplice” violenza fisica o addirittura verbale. Il problema è che la bacchetta magica non esiste, perciò forse è più utile il

Secondo livello. Indiretto. Globale. Perché la scuola e bla bla. La famiglia e bla bla. Gli amici e bla bla. Sembrano tutti bla bla, che d’altra parte fa rima con società. E quando uno inizia a parlare di società aleggia sempre il sospetto che sia come dire: resposabilità di tutti quindi di nessuno, niente di fatto, zero a zero e palla al centro. Invece no, io penso davvero che siano tanti e sparsi i luoghi in cui si può imparare una modalità diversa di relazione uomo-donna. Un ragionamento simile lo fa anche Matteo Bordone (che quando l’ho letto ho pensato, solo un po’ lungo e tortuoso, ma forse io sono riuscito a fare di peggio). Si chiede un impegno diretto, a noi maschi. Io quello che so fare, forse, è scrivere. Perciò ne scrivo ogni volta che posso, anche a costo di andare off topic, anche a costo di farmi dire ma che c’entrano le copertine dei libri, ma non esagerare mo’ con questo politically correct. Io quello che faccio è scrivere, e leggere, anche. E allora la mia battaglia sarà con le parole, sulle parole.

MAI PIU’ COMPLICI.

 

Cinquantaquattro. L’Italia rincorre primati: sono cinquantaquattro, dall’inizio di questo 2012, le donne morte per mano di uomo. L’ultima vittima si chiama Vanessa, 20 anni, siciliana, strangolata e ritrovata sotto il ponte di una strada statale. I nomi, l’età, le città cambiano, le storie invece si ripetono: sono gli uomini più vicini alle donne a ucciderle.
Le notizie li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia. La cronaca li riduce a trafiletti marginali e il linguaggio le uccide due volte cancellando, con le parole, la responsabilità. E’ ora invece di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere e misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza.
Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi FEMMINICIDI. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide perché incapace accettare la loro libertà.

E ancora una volta come abbiamo già fatto un anno fa, il 13 febbraio, chiediamo agli uomini di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore. Le ragazze sulla rete scrivono: con il sorriso di Vanessa viene meno un pezzo d’Italia. Un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà.

Vogliamo che l’Italia si distingua per come sceglie di combattere la violenza contro le donne e non per l’inerzia con la quale, tacendo, sceglie di assecondarla.

PER ADERIRE  http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2012N24060

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